Lo scontro tra gli imperialismi fa il grande salto

Siamo sicuri che il discorso di Biden di ieri all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, così come i suoi precedenti interventi sulla guerra, abbiano avuto un carattere deterrenziale nei confronti...
Vladimir Putin

Siamo sicuri che il discorso di Biden di ieri all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, così come i suoi precedenti interventi sulla guerra, abbiano avuto un carattere deterrenziale nei confronti dell’aumento dell’asticella della pericolosità del conflitto in Ucraina?

Anche ad un osservatore un po’ distratto qualche dubbio legittimo potrebbe venire, perché se alla minaccia dell’uso di armi nucleari si risponde con uguale minaccia o, quanto meno, si palesa che non c’è altra via d’uscita alla guerra se non il confronto aperto e serrato tra due imperialismi, è evidente che le responsabilità della continuità del conflitto non possono più soltanto stare dalla parte di chi materialmente lo ha aperto invadendo i territori di Kiev.

Ma, mentre Putin risponde alla controffensiva ucraina su Kharkiv e nel Donbass con il richiamo di 300.000 riservisti e quindi mettendo la Russia intera in uno stato di “mobilitazione parziale”, dall’altra parte, quella nord-atlantica, si replica che nessuno vuole essere una minaccia per Mosca, che, anzi, l’intenzione di Washington e dei suoi alleati è soltanto quella di proteggere le democrazie e il diritto di esistenza degli Stati sovrani in tutto il mondo.

Se non ci trovassimo in uno stato di crisi ormai permanente, in cui si intersecano pericolosamente differenti fattori che esacerbano il livello dello scontro globale, verrebbe un po’ da sorridere, con una punta di ironia, perché se c’è una nazione che è nata e progredita fin dalla sua fondazione sulla colonizzazione di territori espropriati ai nativi americani, esercitando pretese imperialiste sul resto del Nuovo Mondo, allargandosi ai territori e agli arcipelaghi dell’Oceano Pacificico fin dalla fine dell’800 per espandersi nel resto del pianeta successivamente, ebbene questa è proprio la Repubblica stellata degli Stati Uniti d’America.

Joe Biden, che parla di difesa della democrazia, dovrebbe prima di tutto domandarsi come mai il suo consenso sta precipitando, mentre la peggiore destra suprematista, Qanonista, complottista e sovranista riemerge dalle sue ceneri con un Donald Trump pronto a candidarsi nel 2024.

L’autocritica necessaria in politica interna, Biden dovrebbe riservarsela pure, come amministrazione governativa, sul piano dei rapporti esteri: le relazioni con la Cina non sono mai state così tese come oggi, e tutto nel quadro di crisi internazionale che non riguarda solamente lo stato della democrazia ucraina (già molto compromessa senza che fosse Putin a determinarne la destabilizzazione) ma anche i rapporti con i tanti altri fronti di criticità aperti di recente e che non paiono avere una soluzione a breve termine.

Si tratta dell’emergenza pandemica, della necessità di una riconsiderazione urgente del modello di sviluppo, del suo impatto violento sulla natura, sul pianeta intero che, in pratica, significa rivoluzionare i commerci, gli spostamenti delle merci, fermare l’inquinamento esponenziale che non conosce sosta e, quindi, includere nella transizione ecologica anche uno stop definitivo alla proliferazione nucleare e all’idea stessa che si possa risolvere una guerra mediante armi atomiche.

Biden questo lo afferma all’ONU, ma suona come una dettato di principio, necessario da dover constatare in un ambito di complicazioni tali in cui gli USA stanno rivelando tutta la loro debolezza. Il ruolo della NATO copre questa fragilità sul fronte militare, ma la politica dei democratici americani non sta rispondendo secondo quei canoni di progresso morale, civile e sociale che dovrebbero uniformare anche la politica estera del grande paese a stelle e strisce.

Lo scontro tra l’imperialismo russo e quello d’oltre oceano si gioca nella guerra d’Ucraina, sulla pelle di quel popolo, contro tutte le illusorie aspettative di chi ritiene che per davvero là, a Kherson, a Zaporizhzhja, a Kharkin e nel Donbass si stiano fronteggiando due eserciti per il controllo di territori da annettere alla Federazione russa. Il pretesto, una potente arma per far scoppiare le guerre più difficili da iniziare, è stato, per Putin, la difesa della popolazione delle autoproclamate repubbliche di Lugansk e Donetsk.

Ma la voglia espansionista del Cremlino ha vellicato quella degli Stati Uniti e della NATO, che non vedevano l’ora di avere un nuovo nemico cui addossare la responsabilità dell’allargamento dell’Alleanza atlantica proprio ad Est. Per la verità la stessa guerra decennale, che si combatte nel Donbass ben da prima del febbraio scorso, era il cavallo di Troia per penetrare lo spazio di azione strategica della Russia e destabilizzarne così le attività politiche ed economiche.

Quando Biden all’ONU puntualizza meticolosamente tutte le caratteristiche della guerra di aggressione e le circostanzia, dimentica di dire che anche gli USA fecero pari pari quando, sempre entro quell’Europa che non conosceva più guerre da mezzo secolo, scoppiò la bomba multietnica e multilaterale della Jugoslavia: la presidenza collegiale della federazione non riuscì a supplire la mancanza del carisma del maresciallo Tito e tutto precipitò sotto il peso dei mutamenti ad Est.

Gli Stati Uniti intervennero sempre dietro il vessillo blu della NATO, sostenendo l’UCK, l’autonomia del Kosovo e dando man forte a tutte le spinte centrifughe dalla federazione, tentando un controllo della Serbia, da sempre storicamente protetta della Russia.

Tutto ciò per significare che la morale fatta da Biden alle Nazioni Unite è indebita, non rispondente a nessun canone rivendicativo sul terreno etico-politico da parte della Repubblica stellata e che, anzi, proprio per questo davanti al mondo intero assume nuovamente la responsabilità di un conflitto globale che rischia questa volta di avere per davvero un potenziale devastante in tutto il mondo.

Anche la Cina, che muove le sue flotte e la sua aviazione attorno a Taiwan dopo la visita di Nancy Pelosi all’isola rivendicata da Pechino e che pare stia per il momento a guardare cosa accadrà, sostiene Putin non condannandone le azioni, auspicando, sperando, invocando un ritorno alla diplomazia tra i grandi blocchi ormai sempre più opposti.

I problemi sono così tanti e così profondi da non lasciare intravedere uno spiraglio di pace, una azione intermediatrice dell’Unione Europea, completamente asservita alla linea atlantista (del resto come potrebbe essere altrimenti viste le basi della NATO presenti sul suo territorio fino ai confini con l’area di interesse geopolitico russo).

Ci si sta adeguando progressivamente ad un aumento della conflittualità, all’accettazione che a minaccia di distruzione di massa si risponderà a tono, perché nessuno dei contendenti può permettersi di perdere una partita che significa il prevalere di un polo di interesse strategico globale su di un altro.

Occorre essere lucidi nell’analisi di queste contingenze, sapendo separare i fenomeni per la loro diversità oggettiva ma sapendoli anche comprendere in uno scenario complessivo (oltre che altamente complesso), così da rendersi conto che la pericolosità del regime autocratico putiniano non è minore rispetto all’esportazione di democrazia a suon di allargamento dei confini della NATO o di dimostrazione muscolare di espansione imperialista nuovamente ai confini della Cina che, dal suo punto di vista, considera da sempre Taiwan come Taipei, quindi parte integrante della nazione.

Solitamente siamo tentati di adattarci soltanto ad un punto di vista: quello nostro, quello occidentale, quello dei media che ci descrivono, non senza una traduzione interessata, gli eventi, facendo apparire una controffensiva ucraina come una grande vittoria di quell’esercito e di quel popolo. Senza il sostegno militare, economico e finanziario dell’Occidente Kiev sarebbe già capitolata, anche davanti alla disorganizzazione e al malamente comandato esercito russo.

La risposta all’imperialismo di Putin non può e non deve essere un imperialismo di uguale e diversa natura al tempo stesso. Almeno da parte dell’Italia deve farsi sentire un rinnovato movimento per la pace, per il disarmo, per l’uscita dalla NATO, per la considerazione dell’Europa come continente in cui i popoli siano reciprocamente solidali.

Troppi venti sovranisti e nazionalisti agitano l’Unione internamente, sulla spinta delle rivendicazioni russe che, nemmeno tanto paradossalmente, fanno il paio con quelle destre che vorrebbero riprendersi la Casa Bianca e riassaltare Capitol Hill nel 2024. L’internazionale nera di sporchi interessi privati, di ridimensionamento del ruolo pubblico dello Stato nell’economia, di stigmatizzazione sul piano dei diritti civili di tutte le differenze, percepite e mostrate come una minaccia alla purezza della razza, dell’identità nazionale, della intangibilità delle tradizioni, riscuote successi vecchi e nuovi.

E tutto lo si fa, chiaramente, rivendicando il ruolo di una democrazia stanca, che affanna davanti ai successi autocratici che, in mezzo mondo, prendono le sembianze più diverse: dall’aggressività verbale di Orbàn al capitalismo di Stato cinese, passando per l’oligarchismo russo e il liberismo senza freni dell’America fintamente liberale di Biden e Harris.

Chi crede, sostenendo gli USA e i suoi alleati, di realizzare il sogno della libertà dei popoli e di quella universale, dell’affermarsi di un nuovo modello di democrazia moderna contro il resto del mondo in preda alla barbarie, commette due errori: accetta una illusoria visione manicheista che esibisce una parte buona contro una cattiva e, ad adiuvandum, pensa che il sistema capitalistico sia accettabile, magari un poco riformabile, per sostenere il trionfo del bene contro il male, delle liberalità contro il dispotismo, delle democrazie contro le autocrazie e le dittature.

Non esiste questa nettezza di contrapposizioni. Purtroppo non esiste. Se davvero esistesse, gli ucraini oggi non starebbero morendo tra chi gli vende armi per proseguire la guerra che aiuta la NATO ad espandersi e chi li ha invasi per prendersi dei territori che siano la nuova prima linea di difesa (e offesa eventuale) proprio contro questo allargamento strategico.

Nel mentre tutto questo avviene, i giovani muoiono con addosso una divisa e in mano un fucile, mandati al massacro nel nome di una libertà che non sarà mai quella per cui hanno, forse, pensato di combattere o per la difesa di una patria per cui, forse, hanno pensato di sacrificare la vita.

MARCO SFERINI

22 settembre 2022

foto: screenshot tv

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