Dizionario delle cose perdute

Esattamente dieci anni fa, un amico mi regalò un libro di Francesco Guccini che, già dalla copertina, abilmente richiamava il lettore a trasportarsi, almeno idealmente, nostalgicamente e con una...

Esattamente dieci anni fa, un amico mi regalò un libro di Francesco Guccini che, già dalla copertina, abilmente richiamava il lettore a trasportarsi, almeno idealmente, nostalgicamente e con una leggera vena malinconica, in un breve passato, appena alle nostre spalle, ma già così tanto lontano a causa dalle velocità con cui i decenni ultimi si erano sviluppati ed evoluti globalmente.

Dizionario delle cose perdute” (Mondadori, collana “Libellule”, 2012) ha il pregevole sapore musicale della prosa gucciniana e vi si sente dentro tanto del cantautore che scrive di ricordi e dello scrittore che li canta.

C’è un legame profondo tra la memoria, la terra, le tradizioni ed anche, però, uno sguardo sul futuro che non è stigmatizzato, ma trattato come un tempo diverso. Come del resto deve e dovrebbe essere la considerazione che passa e sovrasta quell’invenzione in tre tempi del fluire della dimensione impercettibile se non dal mutare delle cose, dal venir meno delle persone e di tutti gli esseri viventi che ci stanno intorno.

Guccini parla della cerbottana, con cui da ragazzini si facevano bande e si sfidavano per le vie dei borghi e nelle piazze, nei giardini e tra i viottoli di campagna disturbando, nella centralità del pomeriggio, il riposo dei “vecchi benpensanti“.

L’ironia percorre in lungo e in largo il racconto delle cose perdute, ed è necessaria per capire fino in fondo quando si amassero, quasi ante litteram, prima ancora di conoscerli, quei giochi che sarebbero diventati un amarcord appena divenuti sufficientemente adulti per abbandonarli.

E così, il cantautore di Pavana, in questo viaggio delle piccole cose di indimenticato gusto, ha nostalgia persino per il tubetto del dentifricio, che non era come quelli di oggi e che, piano piano, a poco a poco, si arrotolava mentre lo spremevi sullo spazzolino.

Ora la plastica impedisce questo esercizio di precisissima parsimonia, di utilizzo completo di un prodotto. Tutto, un tempo, era curato e non lasciato alla frenesia consumistica della fine anticipata tanto di una pasta per i denti quanto di un elettrodomestico che avrebbe dovuto durare quasi una vita.

Il consumo si è preso la nostra vita, l’ha resa meno solidale, meno comunitaria, esponendola ad un individualismo rampantista che ci ha resi tutte e tutti competitivi, spogliandoci di una semplicità innata che abbiamo disconosciuto nel nome della modernità, dell’adeguamento all’andare delle cosa non ancora perdute, di quelle totalmente nuove che creano dei nuovi archetipi che soppiantano non tanto le tradizioni, bensì qualcosa di più introspettivo e ancestrale: la nostra qualità di “essere sociale“.

Un tempo i numeri del telefono li ricordavi a memoria: almeno quello di casa e, forse, anche quelli dei parenti e degli amici più prossimi e fidati. Adesso è francamente impossibile tenere a memoria sequenze di dieci numeri, più i prefissi internazionali, più tutte le password delle caselle di posta elettronica, dei siti che visitiamo ogni giorno, delle piattaforme internettiane dove vendiamo, comperiamo, dove facciamo riunioni e in cui crediamo, così, di socializzare.

Il telefono di Guccini è quello che ricordo anche io, con il disco che girava e componeva i numeri lentamente, senza i toni dei telefonini odierni, senza suonerie, con un mono-tono che somigliava ad un “ta ta ta ta ta ta“. Una onomatopea che quelli di mezza età come me sentono ancora echeggiare e che conduce veramente in un’altra era, nonostante siano trascorsi una quarantina di anni…

La galleria delle cose perdute che l’autore de “La locomotiva” mette insieme è, così, un dizionario delle nostalgie per una esistenza non facile, quella del dopoguerra in avanti, per anni nati dal fracasso del ’68, da una rivoluzione industriale ed economica che è, alla fine, sfociata nel liberismo degli anni ’70.

E’ il catalogo di una serie di oggetti, di luoghi – come il cinema «dove pioveva nelle sale di terza [visione]», che non esistono più, così come non esistono più quei carri delle transumanze da sud a nord che erano le terze classi ferroviarie.

Ma Guccini, che ha oggettivamente qualche anno in più del suo lettore, sui treni, un po’ fedele allo spirito rivoluzionario dello sbuffo della sua locomotiva e un po’ piegato ad una bella romanticheria carducciana, ne ricorda propria il vapore, lo stantuffo, la rotaia che sobbalzava e le stazioni dove il fischio si sentiva come un tuono, accompagnato dal fumo bianco che si spargeva in aria.

Ci si può tergere qualche lacrima mentre si legge questo dizionario del recente passato, ma poi è d’obbligo imitarlo questo tempo che non c’è più e provare magari a giocare alla “lippa“, oppure ai “cariolini” o alla più classica e conosciutissima fionda.

Ci si può anche divertire nel lanciarsi in quei balli che non si usano più ma che, ogni tanto, tornano in versione moderna nelle caldi notte estive per far divertire nei villaggi vacanze folle di persone che, rap, trap o altro ancora, sono comunque attirati dalla divertente allegria dell’hully gully.

Il significato di una memoria che non rimpiange soltanto ma che intende proiettarsi in un presente, che si fa nell’immediato istante seguente già futuro mentre diventa passato, forse risiede proprio nel rivivere in prima persona ciò che viene comunemente reputato come “perduto” e che, in fondo, mai del tutto lo è veramente.

Il dopoguerra porto, con l’arrivo degli americani, un sacco di novità dal nuovo mondo, quasi fosse stata quella liberazione un nuova riscoperta, ma percorsa al contrario: da New York a Roma, dalle grandi metropoli a stelle e strisce fin dentro il cuore della vecchia Europa che si era appena lasciata alle spalle i totalitarismi. Almeno così pareva essere.

Il mondo che prese forma allora trovò un equilibrio feroce nella Guerra fredda, con una giovane Repubblica italiana inserita nel nord-atlantismo e dove, nonostante il clima di distensione tra democristianesimo e progressismo socialista e comunista facesse fatica ad accompagnare ed avvicendare la complicata transizione dal fascismo e dalla monarchia alla democrazia compiuta, si crearono una serie di momenti importanti nella vita quotidiana delle persone. A prescindere dalle ideologie e dalla divisione del mondo.

Ci si ritrovò indossando tutti le braghe corte, masticando i chewing gum (le “gomme americane“), e allocando tutte queste novità (che oggi per noi sono le “cose perdute“) accanto alla vita novecentesca che si andava trasformando in una sorta di nuovo secolo nel secolo ancora presente.

Il Novecento è stato tutto questo: il secolo breve, dove forme di Stato, di governo, di socialità e anche di singolarità si sono succedute con una velocità impressionante, pari quasi a quella con cui la scienza ha fatto quei passi da gigante, come mai se ne erano visti prima.

Il dizionario di Francesco Guccini è consigliato soprattutto nel periodo autunnale e invernale: da leggere magari davanti ad una bella tazza di tè caldo o cercando la voce di quei cantastorie di strada che, se ascoltate bene, da qualche parte risuona ancora. Magari tra le pieghe di un libro, tra le vie strette di un centro storico, in mezzo alle bancarelle di un mercatino che somigli un poco a quelli di Natale. Da Napoli a Milano, per rivivere nella vita oggi quella anche soltanto passata già ad ieri.

DIZIONARIO DELLE COSE PERDUTE
FRANCESCO GUCCINI
MONDADORI
€ 11,00

MARCO SFERINI

21 settembre 2022

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