La lotta per la rappresentanza di classe nella politica italiana

Avrà anche fatto nascere il Governo Conte bis, ma è del tutto evidente che lo stare in maggioranza (con presenze ben note nell’esecutivo) gli sta alquanto stretto. E la...
Matteo Renzi interviene al Senato dopo le dichiarazioni di Conte

Avrà anche fatto nascere il Governo Conte bis, ma è del tutto evidente che lo stare in maggioranza (con presenze ben note nell’esecutivo) gli sta alquanto stretto. E la cifra di questo disagio di Matteo Renzi e di Italia Viva deve pur stare da qualche parte, deve pur trovarsi in qualche “prodest” che, se non altro, miri ad un ruolo politico – istituzionale per un piccolissimo partitino di centro differente da quello che oggi si trova a ricoprire nell’attuale compagine di governo.

Sappiamo, però, che il Presidente della Repubblica ha avvertito le forze parlamentari: nessuna cosiddetta “crisi al buio” deve verificarsi in questo momento di gravità eccezionale per il Paese, investito da una pandemia in cui, in Europa, è stato il primo a contrarla, a svilupparla e dalla quale non soltanto non si trova ancora fuori, ma sta faticosamente cercando di passare da una “fase 1” di contenimento quasi totale delle attività lavorative e sociali ad una “fase 2” di lenta riapertura con tutti gli scontri istituzionali cui stiamo assistendo in queste settimane.

Viste, dunque, anche le raccomandazioni del Colle, a cosa mira dunque Renzi nel prospettare il venir meno della fiducia di Italia Viva al governo?

Non è semplice seguire un filo logico: in politica è sempre un azzardo, vista l’illogicità di tante trame e rapporti che si intersecano fra loro e che diventano veri e propri gineprai inestricabili. Soltanto quattro anni fa (scarsi) l’ex sindaco di Firenze ed ex capo del governo, voleva stravolgere la Costituzione con un referendum che amputava il Parlamento del suo ruolo centrale nell’assetto istituzionale repubblicano, regalando al governo la posizione di fulcro spettante alle Camere. Oggi, nel rimproverare a Conte l’utilizzo delle decretazioni di urgenza (evidentemente smodato e anche un po’ ripetitivo, che denota una certa indolenza nel rapportarsi a pieno con le Camere, preposte a legiferare su molte delle materie che il governo si è attribuito), ricerca uno spazio di affermazione di sé stesso e di Italia Viva come partito fedele al parlamentarismo, ostile a squilibri tra i vari poteri dello Stato.

Difficile che possa trattarsi di una conversione sulla via di Damasco, di un fulgido ritorno alla piena consapevolezza che la nostra è una Repubblica parlamentare e non quella oligarchico-governativa sognata un tempo con la contro-riforma del 2006 sonoramente bocciata dal popolo italiano nella consultazione del 6 dicembre.

Difficile anche che possa trattarsi del contrario: ossia di un tentativo di ritrovare uno spazio di agibilità tanto politica quanto tecnocratica in un momento in cui la debolezza economica del capitalismo si esprime tutta nel ricorso a nuovi vincoli di tenuta dei bilanci che facciano riferimento a meccanismi di recupero dei debiti non comunitariamente, senza alcuna solidarietà tra le nazioni che costituiscono l’Unione Europea, ma sempre e soltanto promettendo di pagare i dovuti interessi previsti dal fondo ipocritamente chiamato “salva-Stati“.

Davvero oggi esiste un leader politico che sogna di sostituirsi a Giuseppe Conte in questo frangente, laddove ogni scelta che viene fatta è molto più impopolare della classica impopolarità che accompagna sempre, endemicamente ogni decisione governativa? Chiaramente di demagogia, di promesse, di voli pindarici in tema di soluzioni fantastiche di questo o quel problema, se ne possono fare a migliaia e proporle all’elettorato come panacee, elisir di lunga vita e pozioni quasi magico-politiche da istillare a poco a poco nella mente di una popolazione spaventata, che accetta le limitazioni delle proprie libertà costituzionali nel nome del controllo e della fine dell’emergenza sanitaria.

Ma non è nelle caratteristiche politiche del renzismo muoversi su questo terreno scivoloso e proprio semmai dei sovranisti. Quello che è immaginabile, ipotizzabile, che rimane comunque allo stato etereo e quasi invisibile dell’illazione, è il contributo politico che il piccolo partito centrista nato dalla scissione a destra del PD cerchi di sganciare i Cinquestelle, creando una sorta di governo di unità nazionale sostituendovi Forza Italia e piccoli settori parlamentari oggi scontenti dell’opera di Conte: uno tra tutti la SVP,

Una maggioranza di questo tipo potrebbe avere anche l’appoggio della Lega, come più volte apertamente dichiarato, se a guidarla fosse Mario Draghi. Tanto ostracizzato ieri quale esponente dell’Europa dei banchieri, tanto applaudito oggi di contro a Conte e al suo governo certamente più politico e più spostato, se così si può incautamente ma consapevolmente affermare, “a sinistra“.

L’intervento di Renzi al Senato, quello connotato dalla ormai infelicissima frase: “La gente di Bergamo e Brescia che non c’è più, se potesse parlare ci direbbe di riaprire”, ha ipotecato l’azione del governo ad un ritorno tanto alla costituzionalità delle azioni dell’esecutivo, riducendo l’utilizzo dello strumento normativo dei Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) e, al di là di questi specchietti per le allodole, ha messo in guardia tutte le altre forze e i partiti sulla necessità di una ridefinizione dei confini di agibilità di classe che Renzi individua nello stanziamento di sempre maggiori misure economiche a favore delle imprese e del padronato.

Con meno grazia, i sovranisti dipingono questa necessità sempre di classe in chiave politicamente scorretta: “Un governo schiavo della CGIL…” non può giovare al Paese che hanno in mente i nuovi fascisti. Un paese dove il sostegno padronale è sempre utile per poter governare un giorno, soprattutto se si deve uscire dalla crisi sanitaria, magari mantenendo le restrizioni delle libertà costituzionali con la motivazione perniciosa della coda lunga dell’epidemia, della protezione dei cittadini da nuove ondate di ritorno del virus.

Sembra proprio che ad essere esclusi da qualunque tentativo futuro di governo di unità nazionale siano le piccole sinistre frammentate di Liberi e Uguali e il populismo dei Cinquestelle la cui inaffidabilità deriva dalla partecipazione a due governi per metà uguali, per metà contrapposti. Un errore che né Renzi, né la Lega hanno fatto, pur vivendo mille contraddizioni che vengono ammantate ora di grande patimento per le sorti della democrazia costituzionale; oppure di un naturale volgersi alla tutela del bene comune affermando che il sindacato è l’ostacolo principale, in questo momento, sulla via della riconciliazione nazionale, fondamentale ipocrisia sempre di classe per poter illudere un po’ tutti che sia veramente così.

Si tratta, alla fine della fiera, di un riposizionamento delle forze politiche rappresentative degli interessi della moderna imprenditoria e anche del ceto medio che è sempre più compresso tra lo sviluppo del grande commercio su scala mondiale e la digitalizzazione dell’offerta mediante le catene di vendita che tutto offrono, tutto scontano, tutto riescono a far arrivare anche nel più remoto comune della Repubblica.

Si tratta di lotta di classe tradotta sul piano politico. Ecco la sintesi migliore per descrivere gli smarcamenti dalle maggioranze di governo, i dubbi di altri partiti di maggioranza su questo o quel provvedimento, le aperture della destra verso nuove fasi di stabilità del regime dei profitti e di creazione di una pace sociale tanto più utile ora ai padroni, mentre l’esasperazione dovuta all’immiserimento da blocco produttivo causato dal Covid-19.

La grande industria non punterebbe mai su un usato non più sicuro o su un rischio così grande come quelo impresonificato dalla virulenza sovranista. Il suggerimento dato dai padroni a costoro, il nome di Draghi come utilità politico-tecnica nella fase instabile del Paese e dell’Europa, è una carta spendibile ma ha un suo prezzo: a sua volta l’instabilità causata dalla caduta di un governo, di una crisi al buio, perché non vi è altra certezza data se non la probabile unità di intenti su un accordo che regga in funzione della protezione dei privilegi padronali a tutto scapito di una economia sociale già fortemente provata.

Tutto questo viene mostrato come normale dialettica politica: invece nasconde tutto il contrario. Nasconde uno scontro economico anche nazionale incapace di trovare una soluzione qui ed ora per garantire ai grandi poteri finanziari quella tranquillità che oggi non avvertono sotto i loro piedi.

Una sinistra di classe dovrebbe saper approfittare di queste contraddizioni. Dovrebbe. Se fosse in Parlamento. Se esistesse nella realtà. Non possiamo aspettare sul fiume il silente passaggio del cadavere del moderno capitale frastornato dalla pandemia e dai suoi riflessi condizionati su domanda e offerta, sullo spunto che ci serve su un piatto quanto meno decente per ricreare una diffusa coscienza di classe. Tuttavia…

MARCO SFERINI

2 maggio 2020

foto: screenshot

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