La guerra avanza: controffensiva ucraina e offensiva americana

La controffensiva ucraina nella zona del fronte di Kharkiv ha riaperto le pagine dei giornali e dei telegiornali al tema della guerra. Mandato in sordina per via della campagna...

La controffensiva ucraina nella zona del fronte di Kharkiv ha riaperto le pagine dei giornali e dei telegiornali al tema della guerra. Mandato in sordina per via della campagna elettorale e di punti e contrappunti che le forze politiche si fanno reciprocamente, alzando l’asticella del confronto, il dramma del conflitto tra Russia e Ucraina, quindi tra Russia e fronte USA-NATO, è riapparso come per magia, svelando ancora una volta i sordidi retroscena che lo alimentano.

L’effetto dei traffici di armi e dell’aver fatto di Kiev una santabarbara di frontiera della nuova geopolitica mondiale dell’Occidente ha, inevitabilmente, messo l’accento sulle potenzialità di un esercito che era dato per spacciato davanti alla plausibile, immaginabile potenza russa.

Che i generali di Putin abbiano sottovalutato qualcosa sul piano militare, tattico e strategico, pare ormai evidente. Che Putin stesso abbia forse sottovalutato la risposta di Washington e dell’Alleanza atlantica è un punto di discussione che oggi può essere abbastanza acclarato ma che, comunque, sarà materia per gli analisti e gli storici nel doverlo dirimere e chiarire al meglio.

Di sicuro c’è soltanto la sofferenza di un popolo che, tra guerra e sanzioni, si trascina appresso quella indiretta di altri popoli: gli ucraini muoiono nelle loro terre invase, mentre russi ed europei patiscono il costo delle schermaglie economiche, dei veti incrociati, di una politica internazionale dei loro paesi che non guarda alla diminuzione del conflitto, alla ripresa di una azione diplomatica vera, ad un ruolo dell’ONU per quel che veramente dovrebbe essere.

Alla minaccia del leader russo di un utilizzo di armi ben peggiori di quelle viste fino ad ora, Biden risponde altrettanto: «Mosca non usi armi chimiche o ci sarà la nostra risposta consequenziale». Ciò preannuncia tutt’altro che una “exit strategy” dal conflitto in atto; i toni si accendono perché la guerra si prolunga oltre il dovuto tanto per la Russia quanto per un’Occidente alle prese con molte difficoltà internazionali e globali.

La Cina, che direttamente non interviene al fianco di Putin, lo sostiene economicamente permettendogli di mantenere qualcosa di più delle semplici relazioni diplomatiche con un vero e proprio gigante emergente sulla scena mondiale.

Ad ogni giorno che passa, risulta sempre più evidente a tutti come le vere ragioni della guerra sedimentassero già da tempo in una riorganizzazione delle aree di influenza delle potenze emergenti a fronte di quella rimasta, quasi egemone almeno fino ad una ventina di anni fa, e che oggi è retta da una amministrazione democratica molto debole, sempre sotto attacco repubblicano.

Verrebbe da dire che ci troviamo, anche in questo caso, davanti ad una crisi della democrazia, mentre i sovranisti avanzano, le destre trionfano persino nella storica socialdemocratica Svezia. Ma, se osserviamo con doviziosa cura la storia di questi ultimi trenta, quarant’anni, possiamo accorgerci che quella americana è una democrazia sempre più formale, dove invece sostanzialmente vale la legge del liberismo più sfrenato, esportata a suon di guerre in tante zone del mondo: dall’Africa al Medio Oriente, dall’Asia all’America Latina.

Dagli anni ’70 in avanti non sono solamente state le tesi dei “Chicago boys” ad avere la meglio su una teorizzazione della moderazione del sistema capitalistico e una conseguente attenuazione dell’espansione imperialista a stelle e strisce.

Insieme a questa spinta prevaricatrice del profitto e dello sfruttamento di interi popoli, ha marciato l’idea di un ordine globale dove, chiara e netta l’impossibilità di ridurlo ad un unico polo dominante, ad un una dipendenza da una unica superpotenza, la partita fosse giocata a tre, per potersi ridurre nuovamente a due blocchi contrapposti.

Ma siccome sia USA, sia Cina, sia Russia (e dietro le quinte, ma nemmeno poi tanto, i paesi loro alleati) hanno da tempo stabilito piani di sviluppo imperialista, seguendo le evoluzioni del mercato, sostenendone appieno le capricciose giravolte di enormi investimenti in questo o quel continente, n0n si può nemmeno affermare compiutamente che quello cui stiamo assistendo oggi sia capitato soltanto per effetto della guerra scoppiata tra Mosca e Kiev.

Semmai, proprio il conflitto è l’ultimo atto di una serie tentativi, di perlustrazioni tattiche, di reciproci confronti – tutt’altro che pacifici – che hanno posto le premesse per l’apertura dei nuovi fronti: dall’Europa fino alla crisi di Taiwan. Se si uniscono i puntini di questo disegno ufficioso, seminascosto, mostrato al mondo come la difesa della democrazia dalle autocrazie e dalle oligarchie, ne verrà fuori una figura molto chiara dai contorni di un nuovo asse di sviluppo del capitalismo nord-americano versus quello cinese di Stato.

In mezzo a questa contesa sta la Russia che non può rimanere a guardare e che deve farsi spazio, fosse anche nell’Europa che le è a ridosso, quella in cui la NATO aveva fatto giurare, per bocca dei presidenti americani di allora a Gorbaciov, che mai e poi mai, liquidata l’Unione Sovietica, si sarebbe espansa ad Est.

Il centro propulsore della guerra si sta spostando nettamente dalla controffensiva su Kharkiv alla nuova contrapposizione tra Washington e Mosca, con Pechino che rimane a guardare ma non neutralmente, non passivamente.

L’Europa, in questo frastuono di interessi e di morte, di affarismi e di omicidi di massa, recita la parte dell’alleato fedele dell’Ucraina, della parte più liberalmente democratica del mondo, ancora di più degli USA. Ma manca di una politica estera concreta, divisa come è al suo interno tra regimi autocratici come quello di Orbàn e dei suoi simpatizzanti visegradiani e Stati in cui ancora non ha prevalso la linea esclusivista, conservatrice, tendenzialmente autoritaria e repressiva.

Sono troppi i tasselli che si stanno mettendo l’uno vicino all’altro nella costruzione di una internazionale sovranista, xenofoba, razzista, saldamente ancorata al liberismo, critica (ma non troppo) verso l’europeismo fondato sulla particolarità monetaria: se dopo Gran Bretagna, Ungheria, Polonia, Svezia, anche l’Italia dovesse passare dall'”unità nazionale” di Draghi al neonazi-onalismo delle destre, si complicherebbe il quadro continentale, con ripercussioni ovvie sulla politica internazionale italiana.

La fedeltà alla NATO e agli USA non viene messa in discussione. Tutta una serie di diritti civili, sociali e un orientamento democratico della Repubblica, già ridotti ampiamente a comprimari di politiche non certo egualitarie, subiranno un ulteriore restringimento.

La guerra, intanto, nell’indifferenza abitudinaria un po’ generale, può continuare: il prezzo del gas, della luce e dei carburanti sarà destabilizzante per larghe fasce di popolazione, per le imprese stesse, mentre i fondi del PNRR verranno utilizzati per tutto tranne che per sostenere progetti di nuova occupazione a largo raggio. Le parole di Putin e di Biden sovrastano le tinte fosche di un futuro immediato fatto di povertà, indigenza e mancanza di veri strumenti di contrasto del disagio sociale diffuso all’ennesima potenza.

Potenza chimica o nucleare… davvero c’è ben poco da sperare.

MARCO SFERINI

17 settembre 2022

Foto di Алесь Усцінаў

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