Dl sicurezza, finisce nel caos l’era Salvini

Con 153 voti a favore il Senato approva le nuove norme. Scontri in aula con la Lega, due feriti

Un assistente parlamentare e un senatore questore, Antonio De Poli dell’Udc, finiti in infermeria per gli spintoni ricevuti, De Poli con una spalla lussata. Fischietti, striscioni contro gli ex alleati del M5S, urla e i richiami inutili del presidente di turno per ripristinare un minimo d’ordine. E’ finita come era cominciata la discussione al Senato sulla fiducia al decreto Sicurezza, vale a dire con la Lega scatenata pur di evitare che dopo il voto della Camera, anche quello del Senato mandasse definitivamente in soffitta i decreti anti immigrazione e anti ong di Matteo Salvini.

Alla fine quello che doveva essere è stato, con l’aula di palazzo Madama che quasi in zona Cesarini (il decreto sarebbe scaduto domani), ha approvato il nuovo testo con 153 voti a favore, 2 contrari e 4 astenuti, tra i quali la senatrice di +Europa Emma Bonino, critica con la scelta del governo per quello che ha definito un «uso e abuso dei decreti omnibus accompagnati dall’immancabile voto di fiducia». Il centrodestra ha invece deciso di non partecipare al voto.

Sugli scontri avvenuti ieri e giovedì, la presidente Casellati ha annunciato che verrà aperta un’istruttoria per stabile le responsabilità di quanto avvenuto. Intanto non si smorzano le polemiche. «Le sceneggiate di queste ore della Lega in aula sono semplicemente vergognose. Parlano di legalità e sono i primi a non rispettare le regole» ha scritto su Facebook Matteo Renzi, mentre il Pd Andrea Marcucci parla di «atteggiamenti senza precedenti dagli anni ’20»: «Commessi spintonati, il senatore questore De Poli costretto ad andare in infermeria e buttato giù dai banchi – è il commento a fine seduta -. L’atteggiamento della Lega è intimidatorio e vuole a tutti i costi impedire l’esercizio democratico del voto».

Anche se da ieri i decreti salviniani sono definitivamente in soffitta, le nuove norme mantengono delle riserve nei confronti delle navi delle ong. Non ci sono più le maxi multe da 150 mila euro a un milione, ma le sanzioni rimangono anche se più contenute (tra i 10 mila e i 50 mila euro) per quelle imbarcazioni che non rispettano l’eventuale divieto di ingresso nelle acque territoriali italiane (imposto dal Viminale in accordo con i ministeri dei Trasporti e della Difesa). Sarà però un giudice, e questa è una novità, a infliggere eventualmente la multa.

Un altro punto controverso riguarda le operazioni di soccorso. Le nuove norme ovviamente le consentono a patto che la nave impegnata nei salvataggi abbia prima avvertito il Paese di bandiera e il Centro di coordinamento dei soccorsi competente, comprendendo tra questi anche quello libico.

Altra novità: è prevista la creazione dei Sai, il Sistema di accoglienza e integrazione dei richiedenti asilo che riforma il precedente Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e minori non accompagnati (Siproimi) voluto da Salvini in sostituzione del precedente Sprar. Il nuovo Sai si articola in due livelli di prestazioni: il primo per i richiedenti asilo, il secondo destinato a coloro i quali è stata accolta la domanda, con servizi aggiuntivi finalizzati all’integrazione. Ai richiedenti asilo è inoltre di nuovo consentita l’iscrizione all’anagrafe comunale con la possibilità di richiedere la carta di identità.

Inoltre i migranti presenti sul territorio con permessi umanitari possono vedersi trasformato il permesso in quello per lavoro se hanno un impiego, mentre non si potranno respingere gli stranieri che in patria rischiano persecuzioni politiche, tortura o per ragioni di razza, sesso e religione ma anche se corrono rischi per «l’orientamento sessuale o l’identità di genere». Queste persone possono chiedere un permesso umanitario.

Cambia inoltre il decreto flussi, per il quale è previsto che se nel corso dell’anno non viene pubblicato il Decreto programmatico con il numero massimo di immigrati regolari che possono entrare per lavoro, il presidente del Consiglio può emanare comunque (in qualsiasi momento dell’anno) il decreto flussi senza doversi attenere per forza al tetto dell’anno precedente. Infine la cittadinanza: le domande di cittadinanza (per matrimonio o dopo residenza regolare di 10 anni), devono avere risposta entro 24 mesi, prorogabili a 36.

CARLO LANIA

da il manifesto.it

foto: screenshot

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