La distanza tra la tragedia e la farsa, ormai, si misura in post sui social network. Dopo le parole di Isabella Rauti per celebrare l’anniversario del Movimento Sociale Italiano – fondato il 26 dicembre del 1946 da un pugno di reduci del regime fascista -, anche il presidente del Senato Ignazio La Russa non è riuscito a fare a meno di rilanciare la provocazione.

«Nel ricordo di mio padre, che fu tra i fondatori del Movimento Sociale Italiano in Sicilia e che scelse il Msi per tutta la vita, la via della partecipazione libera e democratica in difesa delle sue idee rispettose della Costituzione italiana», ha scritto su Instagram, allegando come foto un particolare della tessera del partito del 1970.

Le parole della seconda carica dello Stato, come prevedibile, hanno innescato una serie di reazioni indignate da più parti, seguendo un copione che verosimilmente vedremo in scena ancora diverse volte in futuro. «Con tutto il rispetto per i suoi affetti familiari, La Russa non ha ancora capito che è il presidente del Senato della Repubblica antifiascista e non il responsabile dell’organizzazione giovanile del Msi – dice il presidente dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo -. Il suo post è uno sfregio alle istituzioni democratiche».

Sulla stessa linea Noemi Di Segni dell’Unione delle comunità ebraiche italiane: «Si celebrano oggi i 75 anni dalla promulgazione della Costituzione repubblicana (il 27 dicembre del 1947 la Carta uscì sulla Gazzetta Ufficiale, ndr), l’affermazione della nostra democrazia antifascista.

Eppure c’è chi ritiene di esaltare un altro anniversario – quello della fondazione del Msi – partito che, dopo la caduta del regime fascista, si è posto in continuità ideologica e politica con la Rsi, governo dei fascisti irriducibili che ha attivamente collaborato per la deportazione degli ebrei italiani. Grave che siano i portatori di alte cariche istituzionali a ribadirlo, legittimando quei sentimenti nostalgici».

Dal Pd e Avs la richiesta per La Russa è di presentare le dimissioni, mentre da Fdi la replica è affidata al senatore Andrea De Priamo: «Bisogna ricordare a chi oggi prova ridicolmente di mettere alla gogna importanti esponenti della nostra forza politica, che il Movimento sociale è stato un partito nato nell’Italia Repubblicana che ha caratterizzato la sua intera esistenza nell’ottica di una pacificazione nazionale, per il rispetto dei valori costituzionali e delle dinamiche parlamentari».

Del resto il partito di Giorgia Meloni è una rifondazione missina in piena regola, a partire dalla fiamma che arde nel suo simbolo (tristemente l’unico sempre presente sulle schede elettorali dal 1948 ad oggi), passando per i tanti figli e nipoti di ex dirigenti del Msi che adesso costituiscono il gruppo più numeroso in parlamento, da Cantalamessa ad Augello, fino a Isabella Rauti.

La celebrazione della fondazione del partito nato dalle ceneri di Salò (l’atto costitutivo venne firmato nello studio dell’avvocato Arturo Michelini, ex burocrate della Repubblica Sociale) ha il sapore della rivincita, quantomeno social, di una storia politica che ha sempre fatto del vittimismo un proprio tratto distintivo.

La stessa Meloni in campagna elettorale ha spesso e volentieri sottolineato come «i suoi» siano sempre stati messi in disparte nella vita democratica del paese, e, a vittoria avvenuta, ha esplicitamente dedicato il suo risultato «alle persone che non ci sono più e che meritavano di vivere questa nottata».

La festa era all’Hotel Parco dei Principi di Roma, dove nel maggio del 1965 si celebrò un convegno di neofascisti sulla «guerra rivoluzionaria» da fare contro la temuta avanzata del comunismo in Italia (la cui penetrazione era proprio il tema dell’intervento di Pino Rauti), evento che secondo molti storici servì a buttare giù le coordinate della stagione delle stragi.

E se il Movimento Sociale Italiano, formalmente, ha sempre cercato di portare il fascismo all’interno delle dinamiche democratiche, con evoluzioni e prese di distanza di vario genere, è innegabile che molti militanti non hanno mai digerito del tutto l’avvento delle istituzioni repubblicane. Il «non rinnegare né restaurare» di Almirante è sempre stato vero solo nella sua prima parte.

MARIO DI VITO

da il manifesto.it

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