25 settembre 2022, una missione impossibile per la sinistra

A quarantotto ore dalla conclusione dell’esperienza governativa di Mario Draghi (almeno per il momento… mai dire mai…), l’interrogativo che si pone per le forze della sinistra di alternativa è...

A quarantotto ore dalla conclusione dell’esperienza governativa di Mario Draghi (almeno per il momento… mai dire mai…), l’interrogativo che si pone per le forze della sinistra di alternativa è il refrain di leninistica memoria…: «Che fare?». Il lancio della proposta politica dell'”Unione popolare“, pensata come un aggregante che avrebbe dovuto spalmarsi su tempi leggermente più lunghi per trovare una propria ragion d’essere, per qualificarsi non solamente come un mero cartello elettorale, adesso rischia di non essere tempestivo ma esattamente il contrario.

Il contropiede della politica italiana ha giocato tutta la sua partita in questa manciata di giorni convulsi, pieni di tatticismi e con isolatissime voci parlamentari che hanno provato a dare una sostanza veramente politica al proprio “no” alla fiducia chiesta dall’ex banchiere centrale europeo.

Nemmeno due settimane fa, si elencavano un po’ ovunque nel mondo internettiano del progressismo antiliberista le ragioni per cui Unione popolare non avrebbe dovuto essere la ripetizione degli errori macroscopici del recente passato, interrompendo una coazione a ripetere imperniata su un autoreferenzialismo e su molteplici sfumature di settarismo che hanno inquinato proprio quei percorsi partecipativi che vengono evocati in ogni lunga, farraginosa analisi della politica dell’oggi nella prospettiva di domani.

Adesso, con la caduta del governo Draghi, con lo sfarinamento del “campo largo” che avrebbe, quanto meno, dovuto tenere insieme PD e Cinquestelle in una proposta al corpo elettorale in alternativa alle destre a trazione sovranista, il rimescolamento delle carte è partita che vale per tutti, anche per quelli più perentoriamente convinti di avere la vittoria in tasca, così come per quelli che sanno di non riuscire ad averla proprio.

Non è solo una questione di sondaggi; semmai è una questione di politica e di organizzazione della politica stessa. Senza una strutturazione capillare, senza una percezione effettiva da parte della popolazione della possibilità di rappresentarne gli interessi attraverso una scala valoriale che si rifà ad antichi princìpi di uguaglianza, di giustizia sociale e di rivendicazione di soluzioni drastiche per problematiche altrettanto tali, qualunque proposta elettorale finirà per essere una sorta di autocompiacimento e nulla di più.

Questo se Unione popolare, o il soggetto che si andrà creando, saranno concepiti come funzionali al passaggio delle elezioni politiche, provando a raggranellare quelle minime percentuali che permettano – stante la mannaia del “Rosatellum” – una sorta di diritto di tribuna nelle due Camere, vagheggiando di qualche prospettiva immediatamente successiva per fondare le lotte dell’autunno caldo proprio in direzione di una costruzione politica e organizzativa che sia alternativa a tutte le altre formazioni, a tutti gli altri aggregati nuovi o vecchi poli.

Più di una volta è capitato di osservare che, proprio la conformazione strutturale della società italiana di oggi, il suo appiattimento su ricette politiche che sanno spacciarsi come solutrici dei grandi drammi sociali del nostro tempo e che, invece, sono solo dei miseri pannicelli nemmeno tanto caldi, impedisce alla sinistra di alternativa di proporsi come sinonimo di rappresentanza del mondo del lavoro, della precarietà e del disagio sociale in senso lato.

Ma, d’altra parte, è anche vero che questa sinistra di alternativa non ha lavorato, negli anni passati, nemmeno lontanamente come quella francese e non si è posta a metà tra la sterile demagogia di estremismi parolai che non tenevano conto della pochezza di forze rimaste nei territori, e tra le tentazioni governiste di un’altra parte sempre pronta a tralasciare la radicalità delle posizioni nel nome della partecipazione alla gestione amministrativa e istituzionale.

Lo scontro fra queste due specie di “culture” della sinistra, quella quasi anti-istituzionale e quella invece iper-istituzionale, ha segnato in profondità il solco e ha aperto nuove contraddizioni che gli appuntamenti elettorali non hanno contenuto, rimarginando le ferite aperte.

E’ successo esattamente il contrario. E proprio ad iniziare dalle tornate elettorali delle amministrative non è stato possibile, in tutti questi anni di traversata nel deserto, dare, se non proprio una identità comune da Nord a Sud alle liste che si presentavano e che facevano riferimento all’area del “a sinistra del PD“, quanto meno una linea di massima che creasse proprio quella percezione popolare, quel riconoscimento di un punto di riferimento oltre il centrodestra, oltre il campo largo lettiano.

Se questo non è stato possibile, significa che ha trovato conferma ancora una volta quell’assunto di Marx per cui non sono le idee a cambiare la società, ma lo sono invece quei rapporti di forza che, unitamente ai progetti e ai programmi, determinano gli smottamenti tanto politici quanto istituzionali dentro la cornice economica che conosciamo bene.

L’Unione popolare, dunque, ancorché tutta da immaginare e da far nascere, si trova davanti ad una sfida praticamente impossibile: strutturarsi in sole poche settimane e farsi riconoscere come soggetto politico dell’alternativa di sinistra. Nemmeno un esercizio di magia sarebbe in grado, dopo un altisonante “abracadrabra!“, di limare e smussare così tanto le differenze angolari esistenti dal dare forma e sostanza ad una forza politica degna di questo nome perché anche efficacemente organizzata.

E’ una missione veramente impossibile. Per questo, il massimo che si potrà fare sarà fare finta di essere un passo avanti nella costruzione del soggetto, rimandandone proprio l’essenza al dopo-voto, e intanto creare le minime condizioni perché vi sia una prima presentazione al voto per un soggetto che ottenga almeno un risultato onorevole tale da sostanziare una successiva piattaforma di lancio tanto in senso politico quanto in chiave organizzativa.

Non si tratta più ormai di verificare il perimetro dell’alleanza, ma di romperlo nel nome di una partecipazione il più ampia possibile per tutti coloro che condivideranno la scelta di una proposta antiliberista senza se e senza ma, evitando di sputare sentenze e giudizi su altri partiti, su altre formazioni, creando così inutili barriere e contrasti che non servirebbero affatto al progetto di un vero campo progressista in questo Paese.

Non quello con cui PD e Cinquestelle hanno giocato finora, salvo scoprirsi l’uno “erede” dell’agenda draghiana e l’altro invece nettamente in discontinuità con la stessa.

Il lavoro che va impostato non si può ridurre in pochi mesi nell’euforica esaltazione della presentazione di un simbolo su cui, peraltro, già impazza lo sterilissimo dibattito sui social, e nemmeno sull’illusione che esistano grandi spazi di competizione elettorale tra la sconosciutissima Unione popolare, i Cinquestelle spostatisi ormai sul piano sociale e le aggregazioni tra Sinistra Italiana ed Europa Verde.

A latere del Partito Democratico, ed anche tutto intorno, l’offerta politica è vasta e chi gravita in quel settore è, pur ridimensionato dalla feroce crisi partecipativa e, non di meno, dagli scivoloni governativi più vicini a noi, nettamente più organizzato e strutturato, capace ancora di valere qualcosa per la massmediologia dominante e quindi avere un riscontro diretto con un elettorato che ha bisogno di una comunicazione agevole, immediata e non di grandi analisi, seppur giuste e fondate.

C’è, dunque, spazio a sinistra in questa tornata elettorale estivissima per poter iniziare l’edificazione di un nuovo progetto antiliberista e di alternativa della sinistra? La risposta è condizionata alle intenzioni immediate legate ad una visione di più lungo corso.

Le elezioni politiche sono un passaggio importantissimo per dare una connotazione ad una nuova forza che intende difendere i diritti dei più deboli e spendersi per lotte che sono locali e globali al tempo stesso. Per questo ciò che conta è inserire questo passaggio in una progettualità di più ampio respiro, senza più lo sdegno anti-istituzionale di una certa sinistra e senza nemmeno più il vigore opposto.

Sono due estremi che vanno tenuti lontani, come tentazioni da rifuggire, per trovare quel giusto mezzo che ci permetta di pensarci alternativi e di proporci come tali, ma dentro una cornice di possibilità che non vanno aprioristicamente escluse.

Sappiamo benissimo che la giostra delle alleanze finisce per sedurre un po’ tutti, prima o poi. E sappiamo altresì che determinate alleanze ormai sono fuori dalla portata di un rinnovamento politico e sociale del Paese: in questo senso sì che esiste un perimetro, ma autodefinito, non stabilito. Un perimetro mobile, come è giusto che sia, dettato dalle condizioni variabili della politica italiana che, tuttavia, nel corso degli ultimi decenni ha stabilito nuovi confini tra i partiti e li ha collocati in settori adiacenti ma anche ben distinti.

Sovranisti, populisti, centristi, liberisti cosiddetti “di sinistra“, sono accomunati dalla condivisione del mercato come regolatore delle vite di ciascuno e di tutti. E’ una cultura, una interpretazione antisociale, una linea di politica-economica che non ci appartiene e che, quindi, automaticamente ci pone al di fuori di quel consesso. Tanto più se, come nel caso dei sovranisti e dei populisti, a questa ideologia liberista si somma anche il corporativismo conservatore o il neonazionalismo che non disdegna, tuttavia, i parametri della globalizzazione.

Ma, per quanto riguarda tutto quello che è esterno a questo perimetro autogenerato dai rapporti di forza della politica italiana di oggi, in quel caso sì che il dialogo deve essere mantenuto e deve essere il fondamento di una riconsiderazione complessiva culturale, politica e sociale per una sinistra veramente alternativa. Le contraddizioni evidenti bisogna provare a superarle, senza badare più al passato.

I cambiamenti velocissimi di questi giorni non ci danno tregua.

Se l’Unione popolare avrà un primo battesimo del fuoco il 25 settembre, che questo sia, a prescindere dal risultato, un primo passo per una continuità utile ad un progetto che perseveri nel tempo, che non si dia tregua e che ridia un senso tanto alla “rifondazione comunista” quanto ad ogni altra cultura dell’alternativa che può dare un contributo nel processo dialettico di reciproco riconoscimento tra partito e popolo, tra quella che un tempo si chiamava “avanguardia” e la grande massa degli sfruttati che pretendeva – a torto o a ragione – di essere in grado di rappresentare.

MARCO SFERINI

22 luglio 2022

foto: screenshot

categorie
Marco Sferini

altri articoli