Rilancio europeo, la guida tedesca inizierà con il botto

Unione europea. Primo Consiglio con la presenza fisica dei capi di stato e di governo. Il peso della Germania per trovare una soluzione condivisa e rapida

C’è il piano di rilancio Next Generation Eu: l’entità (750 miliardi di euro), la ripartizione tra prestiti e trasferimenti (310 miliardi di sovvenzioni per gli stati, più quelle alle imprese e ai programmi Ue), i tempi per metterlo in opera e l’eventuale ricorso a nuove risorse proprie per la restituzione del prestito comune (con discussione sui tempi del rimborso).

C’è l’accordo-quadro sul bilancio pluriannuale della Ue per il periodo 2021-27, il tempo stringe, a febbraio, prima della crisi del Covid non era stata raggiunta un’intesa e ora la cifra globale proposta del Consiglio è di 1074 miliardi, inferiore a quella della Commissione.

Infine, ci sono le modifiche all’attuale bilancio, una soluzione-ponte per poter utilizzare dei fondi subito. Perché l’Europa, dopo aver avuto più di 200mila morti ed essersi divisa nell’esplosione degli egoismi nazionali nelle prime settimane della pandemia e poi con i vari piani di rilancio nazionali, è colpita a fondo dalle conseguenze del Covid: la previsione è di un calo complessivo del Pil quest’anno dell’8%, una drammatica perdita di ricchezza con le minacce sull’occupazione. Dopo un primo intervento di emergenza di 540 miliardi, il piano di rilancio dovrebbe intervenire per correggere questo crollo, un «pacchetto» di 1824 miliardi.

Il Consiglio Europeo, oggi e domani a Bruxelles, è il primo sotto la presidenza semestrale della Germania, che metterà tutto il suo peso per trovare una soluzione: nessuno contesta la necessità di un piano di rilancio e che questo sia nel budget europeo, ma le divergenze sui contenuti e la forma possono essere fatali perché ritarderebbero i tempi di realizzazione, questione più che mai cruciale.

Questo Consiglio è il primo con la presenza fisica dei capi di stato e di governo dei 27, dopo i vertici virtuali nella bufera del Covid, il 10, il 17 e il 26 marzo, il 23 aprile e il 19 giugno, la proposta franco-tedesca del 18 maggio per un’azione comune che ha portato al piano di rilancio proposto dalla Commissione il 27 maggio, dopo che a marzo eventuali Coronabonds erano stati scartati come «slogan» dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Ma l’esito è incerto. Molte divisioni restano e forti tensioni sono nell’aria.

Per l’Austria probabilmente non ci sarà un accordo questo fine settimana. Il primo ministro Stefan Löfven non esclude il veto della Svezia. L’Olanda porta a Bruxelles le critiche all’entità del piano di rilancio a alla ripartizione tra prestiti e trasferimenti, ma è stata respinta al parlamento dell’Aja la mozione che chiedeva a Mark Rutte di non firmare il piano di rilancio.

Anche la Danimarca propende per una maggiore percentuale di prestiti agevolati e per una drastica limitazione delle sovvenzioni. Ma lo scontro non è solo tra i 4 cosiddetti «frugali» e gli usual suspects del debito pubblico, c’è il nodo delle «condizionalità» per poter accedere ai finanziamenti Ue: non è solo la questione della conformità al semestre europeo, cioè il coordinamento delle politiche economiche che comprende le riforme strutturali e che suscita ostilità in Italia, ma soprattutto il rispetto dello stato di diritto, con un forte scontro in atto con Polonia e Ungheria, che non ne vogliono sentir parlare.

Ieri, il Parlamento europeo ha chiesto al Consiglio di «agire» infine per proteggere i valori fondamentali della Ue, di fronte alle «prove schiaccianti» delle violazioni dello stato di diritto a Varsavia, rilanciando la procedura dell’articolo 7, sospesa dal 2018.

L’Ungheria ha minacciato di mettere il veto al Recovery Fund se verranno imposte condizionalità sullo stato di diritto. Lo spagnolo Pedro Sanchez ammette che si dovrà cedere qualcosa per poter varare il Recovery Fund. Il presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, è già venuto incontro ai «frugali», i controlli nell’utilizzazione dei finanziamenti del fondo di rilancio saranno affidati alla Corte dei conti Ue, che è la guardiana dell’ortodossia del budget. Inoltre, non incanta l’Italia la concessione all’Olanda su un accresciuto ruolo del Consiglio per l’approvazione dei piani nazionali, che dovranno essere votati dagli altri stati a maggioranza qualificata. Charles Michel ha anche accettato di riconfermare nel bilancio 2021-27 gli «sconti» per una parte dei paesi contributori netti, tra cui c’è anche la Germania (ma non l’Italia, che pure è contributore netto per circa 3 miliardi).

ANNA MARIA MERLO

da il manifesto.it

foto: screenshot YouTube

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