Quirinale, lo scampato pericolo e la sinistra inesistente

Non è possibile dire se questo sia stato l’ultimo colpo di coda di Berlusconi. Certamente si sarebbe trattato di una ennesima profanazione delle istituzioni repubblicane: dopo il Parlamento e...
Silvio Berlusconi

Non è possibile dire se questo sia stato l’ultimo colpo di coda di Berlusconi. Certamente si sarebbe trattato di una ennesima profanazione delle istituzioni repubblicane: dopo il Parlamento e il Governo, pure la Presidenza della Repubblica. Non è detto che qualche sorta di nemesi finisca poi per colpire il Quirinale nel corso delle votazioni che da domani si terranno alla Camera dei Deputati. Potrebbe sempre arrivare al Colle qualche corifeo berlusconiano, qualche esaltatore della magnificenza imprenditorial-politica del Cavaliere nero di Arcore.

La storia di questo Paese è una delle più straordinarie e bizzarre che si possono leggere e studiare e anche un poco preconizzare.

Che il dibattito sulla successione a Mattarella abbia interessato per settimane il nome del leader di Forza Italia è già fondamentalmente una vendetta del berlusconismo che si è impossessato dei gangli sociali, politici e incivili dell’Italia post-tangentopolizia.

Che questo dibattito sia, ad un certo punto, diventato così serio da assurgere allo status di vera e propria minaccia concreta, reale, tanto da spingere quotidiani, intellettuali e costituzionalisti, oltre all’ANPI, a scrivere appelli e suppliche al Parlamento affinché non tramutasse nel peggiore scenario possibile, è la dimostrazione di quanto la politica di oggi debba ancora a Berlusconi.

In fondo, almeno nel centrodestra, sono un poco tutti figlie e figli suoi: Fini e Bossi sono usciti di scena da tempo, mentre lui è rimasto nella penombra, non disdegnando le interviste, gli interventi pubblici e entrando nelle diatribe politico-scientifiche sulla pandemia insistendo decisamente sulla necessità della vaccinazione di massa.

Una posizione inusuale, sposata per mostrare un cambiamento radicale nel suo rapporto con una società stravolta dal Covid-19, infiacchita e indebolita, priva di riferimenti veri sul piano sociale e su quello politico. E lui, appesantito sai suoi 85 anni, gambe incurvate, incerto sui passi, con un partito ormai notevolmente smagrito, al traino dei sovranisti.

Berlusconi ha provato a convincere anche i più recalcitranti dei suoi alleati e i più lontani fra i suoi avversari di essere ormai pronto per ricoprire un ruolo dove alla comicità di grana grossa delle barzellette scollacciate, alla sua storia processuale e giudiziaria, al suo rapporto col potere fin dagli anni del craxismo e della “Milano da bere“, al suo maschilismo-machista tutto patriarcale, si deve sostituire necessariamente l’esatto contrario. Lui era, e sarebbe rimasto, l’esatto contrario della figura ideale per la Presidenza della Repubblica e, in particolare, per la successione al settennato di Mattarella.

Non è soltanto la evidente mancanza dei numeri tra i grandi elettori che lo ha fatto desistere; forse a convincerlo sono stati anche i familiari. Forse pure qualche eminenza grigia forzitaliota: da Marcello Pera a Gianni Letta.

Forse ha giocato un ruolo pure il fallimento del suo telefonista di fiducia che ha sondato per primo tutte le incognite verso la proposta dell’autocandidatura berlusconiana da giocare a partire dalla quarta votazione. Può darsi che, vista l’ipocrisia della politica italiana, i tanti salti di quaglia cui siamo abituati e l’ignorare volutamente il dettame morale che esigerebbe di rimanere fedeli il più possibile al proprio partito una volta eletti, il Cavaliere avrebbe potuto sperare nei franchi tiratori: soprattutto del centrosinistra.

Ma il rischio di logorarsi nella lenta progressione delle votazioni in tempo di Covid, di veder assottigliarsi sempre più lo zoccolo duro dei voti da cui sarebbe potuto partire, lo ha indubbiamente spinto verso la rinuncia. Un uomo ambizioso come lui, che sognava di diventare Capo dello Stato fin da bambino (sono parole sue…), avrà masticato amaro davanti all’ineluttiabilità dei fatti, dei numeri e dello spazientirsi dei suoi alleati di coalizione.

Saranno anche tutte e tutti figli suoi, ma non sono certamente pronti a sacrificare il consenso elettorale futuro che si attendono dal Paese per soddisfare l’egocentrismo esasperato di un leader incartapecorito, rattrappito tra le pieghe di una politica liberista in una grande maggioranza di unità nazionale che ha nel trasversalismo opportunistico dell’evitamento del voto popolare la sua ragione d’essere politica, a sostegno di quella ben più consistente che riguarda l’enorme mole dei finanziamenti del PNRR da distribuire nel corso del presente anno.

Nel migliore dei casi, stanti i rapporti di forza tra le litigiose aree politiche parlamentari, ci si può ora aspettare di vedere eletto un Presidente che si avvicini quanto più possibile alla figura di Mattarella: un Presidente che, appena eletto, ripeta magari il gesto di recarsi alle Fosse Ardeatine o in qualche altro luogo simbolo della Resistenza civile antifascista, fondamentale pietra angolare nell’edificazione della Repubblica italiana. Berlusconi lo avrebbe fatto? Ci si permetta di dubitarlo, oggettivamente, senza quella partigianeria politica che non rinneghiamo per niente al mondo.

Alla nazione servirebbe l’esatto contrario tanto del governo attuale quanto delle ipotesi che circolano, oltre a quella ingombrante di Mario Draghi, per l’inquilino del Quirinale. Ma, per l’appunto, i rapporti di forza sociali e politici non sono per niente favorevoli in questo senso. La sinistra di alternativa, ma pure soltanto anche la sinistra progressista in senso lato, sono le vere assenti nel rapporto dialettico tra cittadini e istituzioni: è venuto meno un radicamento tra i primi insieme ad una scomparsa pressoché totale nelle seconde.

L’unico contributo che possiamo dare è una opinione, un suggerimento, un appoggio a candidati di bandiera, tanto velleitari quanto orgogliosamente rivendicati in una dimensione quasi onirica della politica italiana, dove il sogno sostituisce la realtà frustrante del non contare nulla, del non incidere in alcun processo né di breve, né di lungo corso.

Essere ridotti a sperare nelle idiosincrasie emerse dalle contraddizioni di un Parlamento svuotato della sua funzione, a fronte di un governo onnipresente e (quasi) onnipotente, per assistere a dei cambiamenti istituzionali che vadano nella direzione di un miglioramento delle condizioni socio-economiche della popolazione, è la decretazione del fallimento di una domanda di uguaglianza che non viene fuori, che non è sentita in quanto tale.

Non è sentita come bisogno necessario, come punto di partenza da cui far derivare tutta una serie di lotte che pure, qua e là, ogni tanto spuntano. Non grazie alla coscienza di classe che siamo in grado di amplificare ma, purtroppo, a causa dell’estrema disperazione delle lavoratrici e dei lavoratori, dei precari e degli studenti.

Per tutti costoro, la cosiddetta “partita del Quirinale” è poco e niente. E questa è la vera depressione antidemocratica che investe la Repubblica e che, almeno per ora, la scongiurata elezione di Berlusconi al Colle ha evitato che diventasse cronica e incurabile.

MARCO SFERINI

23 gennaio 2022

foto: screenshot

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