Per una Terra senza più l’uomo al suo centro

Molti difensori della Terra e della vita tutta sulla Terra si fermano alla critica ecologica, ragionata, ponderata su numeri allarmanti in merito ai cambiamenti climatici e ai mutamenti di...

Molti difensori della Terra e della vita tutta sulla Terra si fermano alla critica ecologica, ragionata, ponderata su numeri allarmanti in merito ai cambiamenti climatici e ai mutamenti di specie: se entro il 2050 non si cambierà nettamente stile di vita tanto personale quanto globale, se non si convertiranno gli attuali stili produttivi con alimentazioni ad energie sostenibili e rinnovabili, allora, nel momento in cui saranno esaurite le risorse, il destino di questa umanità sarà l’estinzione. Magari non subitanea e, per questo, il futuro di otto miliardi di persone si trascinerà in una lenta agonia, forse per qualche centinaio di anni per terminare una storia di ventimila anni fatta più che altro di stermini e distruzione.

Contro l’ambiente, contro gli animali, resi dei veri e propri schiavi messi al nostro servizio senza alcuna remora fin dall’antichità: il cavallo domato, come mezzo di trasporto e come traino vivente di pesantissimi carri, carretti e carrozze; i buoi al giogo per tirare gli aratri e gli asini per portare sulla groppa i viaggiatori peregrinanti o per far girare le macine.

Ciò che non poteva servire per diminuire la fatica di noi animali umani, è stato disposto che potesse diventare cibo: consideriamo “normale” nutrirci di altri esseri viventi e, siccome non vediamo quasi mai la loro agonia nel dover per forza morire per essere mangiati poi da noi, ma solo il prodotto finale, finito e lavorato, ci sembra che sia tutto tranne che un essere che prima viveva e che sentiva emozioni proprio come noi. Compreso, ovviamente, il dolore.

Non contenti, in questa furia antropocentrista che pervade l’umanità da decine di migliaia di anni, abbiamo fatto della natura tutta un luogo non da abitare ma da sfruttare nel nome dell’arricchimento personale, del potere e del dominio che, nel corso dei millenni, un po’ tutti i popoli si sono contesi: la storia degli esseri umani, in fondo, non è altro se non quella lotta fra le classi che ha fomentato il privilegio e che ha reso esseri di una stessa specie nemici fra loro stessi, creando sovrastrutture e pregiudizi frutto di paure ancestrali, originate da credenze religiose e da superstizioni con le quali si cercava di spiegare ciò che non si capiva.

Creando dei di tutti i tipi per attribuire loro eventi cosmici straordinari, la pioggia o il bel tempo, la grandine o l’alluvione, la ricchezza delle messi o l’aridità dei campi.

Non sono bastati tremila anni per emancipare questo genere umano da prevenzioni ideologiche che lo hanno diviso tra umani superiori e umani inferiori, umani potenti e umani privi di qualunque diritto, persino di quello di poter vivere slegati dalla volontà di un altro loro simile. Residui di schiavismo si incontrano ancora oggi per il mondo, camuffati da diritti: il diritto dei bambini pakistani di cucire palloni da calcio o tessere ai telai per dodici ore al giorno; quello dei bimbi africani di far mattoni, di scavare nelle miniere per estrarre minerali utili a fare le batterie dei nostri modernissimi telefoni semplici (“smart“!); o quello di fare anche la guerra, di essere arruolati per lanciare bombe a mano, col mitra al collo, senza nemmeno sapere cosa sia quello strano gioco dove però si muore davvero e non per finta come nei film o nei videogiochi.

Ogni anno, il 22 aprile, ad un mese esatto dall’inizio della primavera, si festeggia la Giornata mondiale della Terra: ma ci sarà ben più poco da festeggiare e molto da ricordare se non si interverrà prontamente, smettendola di ascoltare i discorsi retorici di coloro che fingono di preoccuparsi delle sorti del pianeta e che, alla fine, sostengono il sistema delle merci, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e di questo sulla natura e sugli animali non umani.

Va messo in discussione non un modello produttivo, facendolo diventare sempre più “green” (il che comunque non guasta, visto lo stato miserevole dei mari, della terra e dell’aria che respiriamo tutte e tutti), ma il sistema di produzione capitalistico che include qualunque altro modello produttivo: non sono solo le tecniche a dover essere cambiate e rivoltate a centottanta gradi. Va superato il capitalismo e con esso la considerazione antropocentrica che abbiamo nei confronti di tutto il resto del pianeta, nei confronti dell’ambiente e degli animali tutti.

Dobbiamo mettere in discussione per primi noi stessi, prendendo consapevolezza del fatto che ogni liberazione umana dallo sfruttamento umano stesso è legata inscindibilmente alla liberazione animale e alla liberazione ecologica. Dal ritenerci in diritto di “possedere” cose o animali, dobbiamo passare al ritenerci in diritto di vivere insieme a cose o animali. Finché l’economia liberista vivrà, vivrà qualunque tipo di sfruttamento, perché questo è proprio del sistema capitalista.

Una lotta anticapitalista moderna deve pertanto includere la lotta contro ogni considerazione specista, evitando di perpetuare – in una ipotetica società non più dominata dal profitto, dall’ereditarietà della proprietà e dallo sfruttamento della forza lavoro – l’assioma (per questo indiscutibile) secondo cui l’intelligenza è principio di dominio e di superiorità. Cambiare i rapporti di proprietà, farla finita con quella dei mezzi di produzione o della terra, non sarà vera emancipazione e nemmeno una prospettiva di salvezza del pianeta se non acquisiremo la coscienza di una eguaglianza più vasta rispetto alla sola cerchia dell’umanità, degli “animali umani“.

L’ecologia senza lotta di classe, diceva un grande sindacalista morto per gli indios e la foresta (come cantavano “I Nomadi”), è un esercizio di mero giardinaggio. Ma l’anticapitalismo senza lotta antispecista, potrà anche stabilire l’uguaglianza nel genere umano ma manterrà sempre un rapporto di superiorità con il resto degli esseri viventi ed anche con i boschi, i mari, l’aria e ogni altro fenomeno naturale.

Ognuno di noi può fare la differenza, ma queste sono lotte che si devono incontrare tra singolo e collettivo: dal cambiamento delle abitudini alimentari, per una scelta vegetariana, per un sempre minore sfruttamento dell’ambiente, per – se non la fine di ogni ingiustizia e sopraffazione – almeno l’inizio di un cammino che vada nella direzione giusta e che non sia la falsa strada di chi fa mille donazioni alle associazioni ecologiste e poi continua a mangiare carne, avere dei dipendenti salariati e girare per i mari con yatch costosissimi…

Anticapitalismo e antispecismo: un binomio necessario per festeggiare davvero coerentemente e giustamente la Giornata mondiale della Terra.

MARCO SFERINI

22 aprile 2021

Foto di Sasin Tipchai da Pixabay

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