Negazionismo e revisionismo storico. La mancanza di uno “sguardo di classe”

Spiegato in percentuali può sembrare ancora un fatto dalle dimensioni non poi così rilevanti: il 15,6% degli italiani, secondo i dati pubblicati da Eurispes, nega l’esistenza dell’Olocausto perpetrato dai...
Memoriale alle vittime dell'Olocausto, Berlino

Spiegato in percentuali può sembrare ancora un fatto dalle dimensioni non poi così rilevanti: il 15,6% degli italiani, secondo i dati pubblicati da Eurispes, nega l’esistenza dell’Olocausto perpetrato dai nazisti nei confronti del popolo ebraico e, naturalmente, nega anche tutto il resto, ossia gli altri olocausti verso soggetti marchiati con i triangoli colorati ma ingiustamente classificati – da sempre – come “minori” in quanto ad intervento del Terzo Reich nei loro confronti per entità di sterminio: rom, sinti, Testimoni di Geova, apolidi, cosiddetti “asociali“, omosessuali, oppositori politici…

Spiegato invece in numeri assoluti, può destare forse nella generale tendenza alla sonnolenza della ragione italiana qualche perplessità, qualche più che giustificato timore sul livello di sensibilità nei riguardi della storia tanto del nostro Paese quanto dell’intero mondo: una storia recente, moderna, di appena 75 anni fa.

Si tratta di fare due calcoli, anche approssimativi: in Italia la popolazione risulta essere di 60 milioni e mezzo di abitanti. Quindi significa che circa 9 milioni di italiani ritengono che la Conferenza di Wansee non sia mai esistita, così non sia mai esistito il ragionieristico calcolo di Adolf Eichmann nel maggior numero di convogli di deportati verso i lager; che non sia esistito nessuno sterminio di massa, nessun piano che riportasse la dicitura “soluzione finale del problema ebraico” (a firma di Hermann Göring, come riconosciuto dalla testimonianza del numero due del regime nazista al processo di Norimberga nel 1946); che non vi fosse nessuna camera a gas nei campi di Sobibor, Treblinka, Auschwitz – Birkenau; che non siano nemmeno mai esistiti i forni crematori dove venivano inceneriti sia morti, sia vivi i deportati dalle più diverse regioni del Vecchio Continente.

E’ interessante studiare le tempistiche evolutive (o involutive che dir si voglia, forse più correttamente) del fenomeno negazionista che non riguarda soltanto più dei falsi storici spacciati per verità nascoste e mai confessate dai vincitori della Seconda guerra mondiale: siamo davanti ad una massificazione di una anticultura, di un antistoricismo che antepone i risultati delle propaganda politica dei sovranisti, sommata a tutto il retaggio classico del neofascismo italiano serpeggiante nei gruppuscoli dell’estrema destra proiettata nel futuro come “fascismo del Terzo millennio“, al metodo storico che è “scienza dei fatti“, perché li determina in quanto tali non tramite una ricostruzione soggettiva ma attraverso l’oggettività di una rete di informazioni che provengono – anche grazie alle moderne tecnologie sviluppate nel corso del ‘900 – soprattutto da immagini e testimonianze filmate oltre che dalla corroborazione di milioni di testimonianze sulle atrocità patite nei campi di lavoro e nei campi di sterminio della Germania di Hitler.

Le tempistiche in merito sono allarmanti: nel 2004 “soltanto” (virgolette necessarie) il 2,7% degli italiani si azzardava a sostenere un aperto negazionismo della “soluzione finale” nazista nei confronti degli ebrei, così come la contestazione dell’esistenza dell’apparato di sterminio mediante la scoperta dell’efficacia dello Zyklon B piuttosto che dei camion su cui venivano fatti salire i prigionieri e gasati con le esalazioni dei tubi di scarico.

Nel giro di tre lustri, questa percentuale è salita al 15,6% e l’unica spiegazione possibile è data dai cambiamenti sociali e politici intervenuti: l’immiserimento della popolazione tramite politiche di depauperamento sociale tutte volte alla protezione dei grandi profitti finanziari e industriali; il taglio dello stato-sociale ripetuto e continuato nel corso di decenni; un mercato del lavoro sempre più parcellizzato e atomizzato, fatto di nuovi e veri propri ritmi di lavoro schiavistici, privi di diritti elementari e di salari decenti (laddove per “decenza” si intende il riconoscimento semplicissimo del fatto che un salario deve almeno corrispondere al mantenimento in vita del lavoratore affinché svolga il suo ruolo di riproduttore giornaliero della possibilità da parte del padrone di accumulare profitti); infine, consequenziale rispetto a quanto sopra, l’incremento di una politica sovranista, tanto bugiarda quanto speciosa che ha ammaliato milioni di cittadini grazie alla estrema semplicità di un linguaggio muscolare, tutto volto a parlare agli istinti rabbiosi tanto degli strati più disagiati e sottoproletari della popolazione quanto ad un ceto medio che non vuole perdere i propri privilegi di classe.

In questo drammatico contesto, ha giovato, come ben sappiamo, alla causa sovranista e – quindi – all’esponenziale aumento del disconoscimento dei fatti e dei dati storici, anche una carenza culturale che proviene, per quanto concerne le generazioni più giovani, da un depotenziamento del sistema scolastico pubblico spostato sulle esigenze del mercato, tramite le operazioni del “preside-manager“, la famigerata “alternanza scuola-lavoro” che viene spacciata come opportunità per dare un futuro a ragazze e ragazzi impegnati ancora negli studi e che invece è semplice offerta di gratuito lavoro ad aziende che, altrimenti, dovrebbero assumere regolarmente nuova forza-lavoro.

Fenomeni come fascismo e nazismo, i moderni autoritarismi e totalitarismi del ‘900 e tutte le loro declinazioni in salsa franchista, peronista, nelle tante ispirazioni dittatoriali passate per la Grecia, il Cile e qualche moderna satrapia Mediorientale e dell’Europa dell’Est, non sono mai frutto di sé medesimi, ma nascono, crescono e si ingrossano dentro regimi democratico-liberali che deludono le aspettative e i bisogni delle grandi masse lavoratrici e, al contempo, appaiono come instabili nel mantenimento dello status quo dei privilegi di classe per i ceti più abbienti, per le classi borghesi e padronali.

Esiste, inoltre, un altro elemento da considerare attentamente in questa incresciosa vicenda dell’aumento del negazionismo (anti)storico: siamo certi di essere davanti sempre e soltanto ad una ignoranza inconsapevole, a migliaia e migliaia di persone prive degli elementi culturali necessari per conoscere le fondamenta dell’età contemporanea di un mondo che ha vissuto due guerre mondiali nel breve lasso temporale di quaranta anni?

O ci troviamo invece innanzi molte volte ad una consapevole presa di posizione socio-politica che si esprime nella mai sopita questione del rigurgito fascista nell’Italia del dopoguerra?

Si è tanto parlato di “sdoganamento” delle idee, di coloritura del sistema democratico con tinte che lo dipingano come tollerante verso tutte le idee, anche quelle che contraddicono la Costituzione, quindi fascismo, nazismo, esaltazione di discriminazioni razziali, etniche, di ceto sociale, di appartenenza religiosa o filosofica.

Ciò è indubbiamente accaduto e la ferita della guerra civile, la guerra di liberazione che ha diviso in due l’Italia dal 1943 al 1945, non è mai stata sanata perché chi ha militato nelle brigate nere o nell’esercito di Salò, ad esempio, non ha mai affrontato la vergogna come tale ma si è nascosti nell’ombra e ha cresciuto i figli nella consapevolezza che essere fascisti nell’Italia repubblicana era illegittimo per la legge e la morale pubblica ma, tutto sommato, visto che esisteva il MSI, quindi una rappresentanza politico-parlamentare del neofascismo (non del post-fascismo), ci si poteva vantare di essere tali. Ma solo tramite la logica del branco, del gruppo. Mai singolarmente.

Esisteva nel dopoguerra dell’Italia distrutta e spaccata a metà dal referendum sulla forma dello Stato, un sentimento ormai comune e poi un rinascimento di una cultura antifascista che impediva di osare di rivendicare quel recente passato come gloria personale, come mostrina da esibire, medaglia da lucidare apertamente e senza alcun timore.

Poi i decenni sono trascorsi, la democrazia ha dato prova di tenuta grazie alla presenza dei comunisti e delle grandi ideologie di massa, nonché grazie alle rivolte sociali e studentesche degli anni ’60 e ’70, ma i tentativi di sovvertire l’ordine repubblicano hanno serpeggiato carsicamente: forze clandestine e occulte hanno lavorato per destabilizzare la Repubblica. Dalla Loggia P2 fino ai servizi segreti deviati, gli episodi di costruzione di un nuovo sentimento popolare sempre più critico verso la democrazia costruita dagli antifascisti sono aumentati e, con la svolta del 1989, le destre illiberali hanno compreso che qualcosa potevano osare, iniziando dalla richiesta della “pacificazione nazionale“.

Il leaderismo craxiano e il successivo ventennio berluscioniano hanno completato questa opera di revisione della storia nazionale, di mancata accettazione comune dei valori costituzionali, democratici e antifascisti.

Restano tante domande sul metodo democratico come risolutore di questa retrocessione culturale, sociale e civile. Come è possibile ristabilire una qualità delle coscienze che risponda istintivamente al riconoscimento della storia del Paese sulla base di una condivisione dei valori antifascisti? Come è possibile smontare la mitologia (perché di questo si tratta) dell’inesistenza dell’Olocausto? Fino a dove arriva il negazionismo? Ha dei confini ben delineati o tende invece a lambire sempre più parti della nostra storia e di quella dei popoli europei?

Dovrebbe valere il principio secondo cui negare vuol dire assumersi il dovere di provare quanto si afferma in controtendenza ai fatti e ai dati storici, sgombrando il campo dalla teoria che “la storia la scrivono i vincitori”, enunciato che andrebbe questo sì rivisto e scritto come segue: “la storia la scrivono coloro che vengono dopo i fatti che sono accaduti”.

La storia la scrivono anche i vinti e non è detto che sia una storia falsa: Spartaco ha perso la sua lotta contro la Roma repubblicana fatta di aristocratici liberi e di proletari schiavi, ma noi conosciamo, attraverso la ricostruzione storica di quanto avvenne, anche minimi dettagli del trace che osò sfidare la potenza del Senato. Spartaco non ha potuto scrivere una sua biografia, ma noi sappiamo come si sono svolti gli eventi e ciascuno di noi è libero di interpretarli e di schierarsi pro o contro il gladiatore ribelle.

Se invece vale il principio revisionista, secondo cui si può negare la storia sulla base di una interpretazione ideologica, allora tutto può essere relativizzato e messo in discussione. Non vi sono più certezze declinabili attraverso visioni differenti dello sviluppo sociale ed umano.

La storia non è relativa perché non segue vie plurime per uno stesso accadimento: ciò che accade, accade e semmai è l’applicazione dell’ideologismo ai fatti storici che rischia di aprire pericolosi capitoli di interpretazioni che finiscono col degenerare nel negazionismo o nel revisionismo di questo o quell’evento.

Non basterebbero cento lezioni su Protagora, Gorgia per chiarire il ruolo del relativismo: ciò che è vero non è detto che corrisponda al giusto e ciò che è falso nemmeno si può dire che sia per forza sbagliato. Si può fantasticare su uno Spartaco che ha conquistato Roma e ha fatto dell’Italia un mondo di liberi esseri umani: è falso, ma non sarebbe stato sbagliato se fosse avvenuto.

Così, si può narrare la storia di Roma per come è realmente andata nella guerra contro gli schiavi ma non è detto che quell’andamento storico corrisponda all’etica che sposiamo nell’interpretare socialmente i fatti dei tempi passati.

Del resto, un dibattito su una sorta di assolutismo dei principi morali su cui valutare la storia l’ha tentato pure Machiavelli trovandosi davanti le obiezioni di Guicciardini (la famosa disputa tra “universale” e “particulare“).

Non esistono fatti, solo interpretazioni“, sosteneva Nietzsche. Al di là del problema anche ontologico che solleva una affermazione del genere, si tratta di speculazione filosofica che è molto lontana dalla scienza marxista che invece studia la storia attraverso il “materialismo storico” per cui è innegabile che l’economia sia il fattore dirimente, sovrano e sovrintendente qualunque trasformazione di tutte le sovrastrutture esistenti: religioni, pensieri filosofici, arti, la stessa scienza, lo Stato e tutte le istituzioni ad esso collegate. La politica, prima fra tutte.

L’universalità che possiamo distinguere come positiva e necessaria è quella che riconosce l’avanzamento dei diritti sociali e civili e quindi che ci allontana sempre più dalle ingiustizie frutto delle diseguaglianze e ci avvicina invece ad un intendimento della vita come tale e non come privilegio per pochi e mera sopravvivenza per il resto della popolazione mondiale che, nel continuo processo di ri-generazione, si trova a stare su questo pianeta.

Così, i tentativi di negare l’Olocausto provengono non da una visione sociale ed egualitaria della storia, ma semmai dal suo esatto opposto e sono frutto di mera propaganda politica che piega i fatti a suo uso e consumo per ottenere consensi e riesumare contrasti tra simili che nel ‘900 hanno conosciuto il massimo del loro nefasto sviluppo.

Il revisionismo e il negazionismo sono dunque problemi politici sovrastrutturali che ovviamente dipendono dalle relazioni umane.

Come spiega bene Marx, inconsapevolmente gli uomini generano rapporti sociali indipendenti dalle singole volontà. Ma se è impossibile controllare ogni singolo atto umano sulla base di un’etica universale e di espressioni di principio, appellandosi alle coscienze che inevitabilmente si scontreranno con la realtà cruda dei fatti, con precisi interessi di classe che annulleranno anche la bontà del più disponibile dei padroni, è invece possibile difendere la storia cercando di comprenderla attraverso non un metodo esclusivamente etico, ma attraverso l’acquisizione di una coscienza sociale.

Senza uno sguardo “di classe“, qualunque atto generativo della storia potrà sempre essere oggetto di una morale piuttosto che un’altra, visto che il capitalismo non sposa princìpi etici ma ne produce di anti-etici in gran quantità. E’ una lezione della storia questa che non può essere oggetto di alcun revisionismo…

MARCO SFERINI

31 gennaio 2020

Foto di larahcv da Pixabay

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