Mattarella e la comunicazione del senso civile e civico

Perché la foto che ritrae il Presidente della Repubblica in attesa della vaccinazione perplime così tanto la cosiddetta “opinione pubblica“, efficacemente veicolata dalle più grandi filiere dell’informazione? La risposta,...
Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, aspetta il suo turno per farsi vaccinare all'Ospedale "Spallanzani" di Roma

Perché la foto che ritrae il Presidente della Repubblica in attesa della vaccinazione perplime così tanto la cosiddetta “opinione pubblica“, efficacemente veicolata dalle più grandi filiere dell’informazione? La risposta, che potrebbe apparire piuttosto complessa, in realtà è abbastanza semplice: perché l’emblema vivente e presente di un massimo potere dello Stato scende nella realtà quotidiana e sembra farsi umile nel mescolarsi tra quella che viene, spesso e volentieri, definita “la gente comune“.

E’ l’effetto della notorietà, almeno in politica, che si mescola con il rispetto che si deve ad una carica come quella del Capo dello Stato cui, quasi aprioristicamente, si attribuiscono immacolata saggezza e capacità di discernimento: soprattutto nei momenti più difficili attraversati dal Paese. La celebrità, unita al riconoscimento delle doti di mediazione tra le parti, della risoluzione di problemi istituzionali altrimenti destinati a rimanere nell’ingarbugliato sempre attuale nodo gordiano, fanno del Presidente della Repubblica l’autorità nazionale per eccellenza, che simboleggia l’unità dell’Italia in particolar modo quando questa necessità anche psicologica si impone per affrontare un nemico comune. In questo caso, il Covid-19.

Il potere che si avvicina ai cittadini a volte pare stranire. Si è abituati ad osservare da lontano i protagonisti della vita politica, a seguirli senza avere mai davvero un benché minimo contatto con loro e a recepire le disposizioni di parlamenti, governi e anche istituzioni locali senza poter veramente avere mai un momento assembleare per discuterne, a parte la delega che si conferisce tramite il voto ai rappresentanti popolari.

La foto che ritrae Mattarella in attesa del suo turno per farsi somministrare la primo dose del vaccino ci parla però di un Presidente che non cerca la notorietà ma che, anzi, la subisce persino. Fattori caratteriali si mescolano ad esigenze di rappresentanza, al dover dare quel “buon esempio” che tocca quando si è al vertice dell’amministrazione e della tutela della Repubblica.

Sandro Pertini, non a caso, viene ancora oggi celebrato come il Presidente della gente, quasi del popolo, per la sua straordinaria capacità di percepire il sentimento comune e di viverlo attraverso la rigida e giusta applicazione della Costituzione come “suprema lex“, come fonte della “salus publicae“. La dirittura morale non è solo frutto di una apparenza che stilizza la figura del Capo dello Stato, che ne definisce i contorni di necessità. Infatti, in settantacinque anni di vita repubblicana, se si scorrono i ritratti degli inquilini del Quirinale si troveranno personalità veramente diametralmente opposte tra loro. Basti pensare a come Cossiga aveva assunto il suo mandato e lo aveva esercitato, spingendo alcune forze politiche a chiederne la messa in stato di accusa, ed avendo come risultato le dimissioni anticipate (al pari di Leone, travolto dallo scandalo Lockheed nel 1971).

La comunicazione è importante, ma è naturalmente più importante il contenuto, il merito, il raffronto tra un potere dello Stato e gli altri poteri. A netto delle scelte politiche fatte da Mattarella, si deve riconoscergli almeno formalmente il perfetto mantenimento del “galateo istituzionale“, in momenti non certo semplici, in passaggi di consegne piuttosto problematici, mentre una rinascita irriverente del “trasformismo” parlamentare si è fatta via via largo come metodologia di confronto fra le parti e di scomposizione e ricomposizione di maggioranze considerate improbabili, se non impossibili, solo pochi attimi prima.

Esistono molti modi per comunicare con la grande massa delle persone: c’è chi lo fa platealmente, cercando la folla, chiamandola a raduni (per fortuna oggi meno frequenti, in questo caso grazie al Covid…), svilendo ruoli di governo e piegandoli alla mera propaganda elettorale; c’è chi invece separa questi ruoli e prova a mantenere il più indipendente possibile il momento in cui si governo da quello in cui si fa politica per una precisa parte politica. Ciò non significa, per questa sola distinzione che pare comunque stilisticamente opportuna e oggettivamente necessaria se si rappresentano tutti i cittadini, che un presidente del Consiglio o un ministro debbano reprimere le loro convinzioni: tutt’altro. Se così fosse, allora non avrebbe nemmeno senso formare un governo piuttosto che un altro sulla base di una maggioranza cercata e trovata in seno al Parlamento.

Ma c’è comunque una sottile linea di decenza che andrebbe sempre non oltrepassata, perché finisce per far sconfinare nell’utilizzo delle postazioni di potere a fini che esulano dalla visione complessiva dei problemi sociali, civili ed economici dell’Italia intera. Questa linea è la strumentalizzazione tanto del proprio ruolo di governo per creare una sorta di egemonia (anti)culturale su una determinata tematica che prescinde dall’oggettività, ma che viene delineata a seconda dell’umore di piazza.

Per questo la foto del Presidente della Repubblica è destinata ad ispirare l’esatto contrario: la circospezione con cui si ricopre un ruolo di dirigenza nazionale del Paese non deve essere scambiata per timore del confronto, per estremizzazione della timidezza; semmai per l’esatto contrario. Ponderazione, esame delle contingenze che si vengono a creare con le dinamiche sociali, quindi un porre vera attenzione ai sentimenti di una cittadinanza esausta per la crisi pandemica ma ancora capace di distinguere tra messaggio positivo e non ruffiano e messaggio infingardo e pelosamente rivolto all’acquisizione spicciola di consensi “di pancia“.

Mattarella sa di dover attorializzarsi un poco, di dover “fare” il Presidente della Repubblica, di “rappresentarlo” come se si trovasse su un palcoscenico ogni tanto: è parte del dover “essere” il Capo dello Stato, una incombenza fra le tante e, senza dubbio, una di quelle che rendono meglio il senso più intrinsecamente sociale, civile e morale di un potere che troppo spesso si sottovaluta e si relega alla mera rappresentanza, priva di una vera essenza, di quella capacità arbitrale che invece attiene al Quirinale.

Farà la storia di questo secondo anno pandemico quella immagine del Presidente seduto su una poltrona blu in attesa di essere sottoposto alla vaccinazione. Farà la storia al pari di altre icone che rimarranno nella filmografia mentale di ognuno di noi e che, lo si voglia o no, sono il racconto di una sofferenza che investe sempre più le classi più fragili e deboli di questo Paese, le meno tutelate e che trascina il ceto medio in una retrocessione economica davvero mai vista dal dopoguerra del secolo scorso ad oggi.

Qualcuno tenterà di sminuire il gesto del Capo dello Stato, affermando che si è reso responsabile della nomina di Draghi alla guida di un governo oggettivamente antisociale e destinato a far pagare i costi della crisi sempre e soltanto ai più indigenti e ai meno tutelati, proteggendo così le classi più privilegiate del Paese. Le scelte più politiche del Presidente della Repubblica si possono discutere e stigmatizzare. E’ democratico e laicamente repubblicano poterlo fare in piena libertà come, del resto, abbiamo fatto su queste pagine tante volte e continuiamo a fare, sentendoci liberi di poter interpretare così la nostra agibilità politica secondo il dettame costituzionale.

Ma sarebbe davvero ingiusto non riconoscere al Presidente Mattarella un certo qual coraggio nell’affrontare una difficile fine del suo mandato, inghiottito da una pandemia i cui effetti somigliano sempre più a quelli di una devastazione bellica (fatte le opportune differenze del caso). Dell’esempio dato dal Capo dello Stato dovremmo fare tesoro tutti: non fosse altro che riporta alla mente come si dovrebbe vivere una politica impersonata con la coscienza dei propri valori, delle proprie idee messe al servizio del Paese.

Si potranno condividere o meno quei valori, quelle idee, ma va difesa l’interpretazione compassata, la comunicazione civica che quella foto ci restituisce e che dovrebbe essere motivo di riflessione attenta ogni volta che pensiamo di avere solo diritti, mentre, perché davvero si possano dire tali, devono essere costantemente accompagnati da altrettanti doveri.

MARCO SFERINI

10 marzo 2021

foto: screenshot televisivo

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