La scuola del “dubbio”, quella lontana dal modello liberista

Il cosiddetto “logorio della vita moderna“, un insieme di piccoli e medi elogi del rampantismo degli anni della “Milano da bere“, che secondo una ben nota pubblicità si poteva...

Il cosiddetto “logorio della vita moderna“, un insieme di piccoli e medi elogi del rampantismo degli anni della “Milano da bere“, che secondo una ben nota pubblicità si poteva combattere sorseggiando un amaro, si è preso il cuore dell’economia italiana, prendendosi così il cuore della morale comune, del sentire diffuso, della celeberrima “opinione pubblica“. La competizione al posto del reciproco confronto e la vittoria a tutti i costi al posto della collaborazione da differenti punti di vista, da altrettanto diverse soluzioni ai tanti problemi della società capitalista.

La scuola non ne è potuta rimanere fuori ed è divenuta, a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, un corpo intermedio tra la formazione culturale e quella industriale, sempre più addomesticata a servire la logica del profitto, connotandosi come variabile dipendente del mercato, gestita con logica di impresa, sempre meno libera e critica, sempre più conforme e conformista.

Qualcuno è riuscito, seppure faticosamente, a sfuggire a questo meccanismo stritolacerebri ed è diventato – suo malgrado – una cattiva coscienza del sistema che ha privatizzato ogni bene comune, compreso il sapere, la conoscenza e la voglia di potersi esprimere senza vincoli dentro la scuola, negli atenei con quello spirito critico dai tratti dell’irriverenza e dal sapore dell’audacia.

Oggi, al cosiddetto “tempo del coronavirus“, la scuola privatizzata, padronalizzata e allontanata dal suo peculiare e necessario spirito laico, è oltremodo mortificata: se ne vedono tutte le manchevolezze, le lacune strutturali, quelle direttamente riguardanti gli studenti e il corpo docente; e non si tratta soltanto della mancanza dei pur necessari rotoli di carta igienica, diventanti la rappresentazione prima e plastica di un decadimento irreprensibile nella sua avanzata progressiva, quasi sfacciato; si tratta in particolar modo di una trasmissione culturale che è inquinata da tante distrazioni che poco hanno a che vedere con una visione non dogmatica della società.

La natura ribelle del sapere, che gli è propria in quanto big-bang della matrice dubitativa dell’essere vivente umano, viene soffocata dalla dura legge del mercato che ritorna con prepotenza ad imporre la sua morale, quel “pensiero unico” che vagheggia con insistenza, su un substrato di rassegnazione, il convincimento che, conoscere o non conoscere, non si può pensare di rivoluzionare il mondo ma, al massimo, di contribuire ad un suo miglioramento entro le regole date dai rapporti di classe.

Nessuno osi mettere in dubbio il liberalismo con qualche idea comunista otto-novecentesca: perché il primo è ancora ideologia dominante che si esprime nel liberismo più sfrenato, magari con qualche tinta di socialismo moderato, così per mostrarsi un po’ filantropi e non esageratamente egoisti; le seconde idee invece, quelle dell’alternativa, vengono mostrate agli studenti come ferrivecchi del passato.

L’anacronismo, del resto, non se lo può attribuire chi si autorizza da sé stesso a dare patenti di conformità critica al resto del mondo.

Il timore che il 2020 rappresenti una rottura con una continuità scolastica formatrice di eccellenze del sapere e di una larga massa critica di cittadini coscienti del loro ruolo individuale, sociale, civile e morale in questa società, è una paura comprensibile e anche condivisibile: l’acquisizione della conoscenza non può avvenire fuori dal contesto sociale, senza interazione anche emotiva, comportamentale. La “presenza” (parola assurta all’onore delle cronache pandemiche) è empatia prima di tutto tra studente e conoscenza in forma dialettica: il confronto è imprescindibile per poter formare il punto critico da cui partire e alimentare la fornace propositiva del dubbio.

La “DAD“, didattica a distanza, evidentemente è una insufficienza di per sé stessa, un rattoppo, un surrogato di insegnamento e di apprendimento. Si possono attribuire alla didattica non in presenza (definibile ormai “di emergenza“, passata la prima ondata del Covid-19 in cui la distanza era un fenomeno sconosciuto alla maggioranza del corpo docente e degli studenti) varie responsabilità, ma non le si possono però dare anche quelle che sono l’effetto di una somma di cause che risiedono tutte in quella propensione determinata a fare della scuola una specie di opificio formativo, esclusivamente finalizzato alla dualità perversa del binomio “scuola – lavoro“.

Quanti studenti sono stati prestati alle aziende private, in tutti questi anni, fingendo che ciò fosse per loro utile all’ingresso nel cosiddetto “mondo del lavoro“: una sperimentazione fattiva delle competenze lì, sul campo della manovalanza e dell’impiego pure delle menti a scopi di implementazione della produzione a zero costi? Tantissimi. Salvo poi accorgersi che quel binomio tutto politico, inventato da chi doveva sostenere i privilegi padronali, non era così meccanicistico e non portava direttamente ad un accesso alle imprese non appena terminati gli studi.

La grande de-formazione del mondo della conoscenza e della scuola non è quindi colpa della emergenzialità della didattica a distanza: viene da molto più lontano. Se i giovani fanno fatica ad esprimersi correttamente in un italiano che dovrebbe essere la loro madre lingua, se non conoscono il funzionamento della Repubblica e se pensano che Adolf Hitler sia morto nel 1963, non è colpa della DAD e nemmeno dei quiz televisivi intrisi di nozionismi.

La cultura di un popolo non è soltanto scolastica: è fatta di valori che si esprimono mediante una relazione costante tra persone che vivono la socialità in tutto e per tutto e che la sviluppano anche attraverso gli anni dell’infanzia e della maturità universitaria. Ma non esclusivamente. In questo senso, il coronavirus danneggia la cultura giovanile di questo 2020 perché impedisce di legare la scuola a tutto quello che di sociale può esservi nel limitrofo.

Ma i danni causati dalla logica imprenditoriale associata ad una scuola pubblica padronalizzata e resa dipendente del mercato e della sua ideologia liberal-liberista, non si potranno riparare a breve termine: servirà un capovolgimento delle priorità. Non studiare per dover sopravvivere con un lavoro, ma studiare anzitutto per sapere, conoscere, criticare e mettere in forse qualunque cosa: anche e soprattutto il capitalismo.

Le “legioni di imbecilli“, evocate da Umberto Eco, non le ha prodotte e non le produrrà la didattica di emergenza ma la soverchiante semplicistica disaffezione all’approfondimento dei temi più svariati; il fermarsi alla superficie delle esperienze, prima ancora delle pagine dei libri. La scuola deve allontanarsi quanto più le è possibile dalla logica mercantilista, dalla morale imprenditoriale e dalla saccenteria dei liberali moderni che amano ripetere che ci si trova, nonostante tutte le storture evidenti, nel migliore dei mondi possibili.

Non solo una scuola soltanto formalmente “pubblica“, ma una scuola proprio della repubblica, che voglia formare prima di tutto delle coscienze critiche, sarà in grado di regalare ai suoi studenti quell’istinto indomabile che sovrasti ogni tentazione ad accontentarsi e dirsi un giorno felici per aver prevalso su un altro, invece che aver camminato insieme, come dicono gli zapatisti, interrogandosi di continuo se ogni metro di strada fatta e da fare sia quello giusto.

MARCO SFERINI

24 novembre 2020

Foto di Yogendra Singh da Pixabay

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