La rivolta dei #ioapro e il senso comune della pandemia

La crisi di governo ha avuto un pregio: distrarci momentaneamente, per qualche ora, dal fiume in piena di notizie, opinioni e commenti vari sul Covid-19, sullo stato delle vaccinazioni,...

La crisi di governo ha avuto un pregio: distrarci momentaneamente, per qualche ora, dal fiume in piena di notizie, opinioni e commenti vari sul Covid-19, sullo stato delle vaccinazioni, sul nuovo DPCM che colora d’arancione mezza Italia e sulle ormai naturali proteste di pizzaioli, baristi e discotecari per le mancate riaperture. Dalla sconsiderata protesta del #ioapro fino agli studenti che prendono banchi e sedie e, sfidando il gelo, si posizionano nel giardino della loro scuola per fare lezione “in presenza“, si continua a minimizzare la drammaticità della pandemia.

Undici mesi di ansie, fobie, paure e timori di ogni tipo sono lunghissimi, soprattutto se non sono ancora per niente finiti, nonostante l’Italia sia al momento prima in Europa per vaccinazioni: il fatto è che ad una notizia positiva ne segue sempre (o quasi) una negativa. Il Ministero della Salute annuncia che siamo oltre 1.000.000 di italiani con la prima dose del Pfizer ed ecco, a stretto giro di posta, che arriva l’annuncio della multinazionale farmaceutica su certi ritardi di spedizioni delle fiale contrattate con l’Unione Europea (e quindi anche con l’Italia): mentre Stati Uniti, Israele ed Emirati Arabi Uniti sarebbero pienamente garantiti nei rifornimenti, noi ci troveremmo davanti ad un 29% di vaccini inconsegnabili.

Ma non è l’unica notizia negativa che prende il posto di una positiva: dopo la magra figuraccia iniziale, legata alle dimissioni di Gallera, la Lombardi accelera sulle inoculazioni delle dosi arrivatele. Sfiora il 70% ma, simultaneamente, finisce nella zona rossa per la terza volta, avendo superato quell’asticella dell’1,25 dell’indice RT di contagio che fa scattare immediatamente il salto al colore più restrittivo. Così tutto viene affidato ai tribunali: dalla scuola ai passaggi cromatici delle regioni, ci si rivolge ai magistrati per chiedere giustizia, visto che – si ritiene – le misure prese non siano penalizzanti per il virus, bensì per la popolazione, aumentando la solitudine dei giovani che non possono guardarsi in faccia e interagire con gli insegnanti, facendo addirittura ipotizzare a Fontana e Moratti una punizione dal sapore politico per la regione più popolosa e con più morti per Covid-19 in tutta Italia.

E’ questo che risulta interessante analizzare: dovrebbe essere evidente, dopo per l’appunto quasi una anno di pandemia, che più persone circolano e si incontrano (nonostante tutti i protocolli di sicurezza da mettere in atto) e più il virus ha possibilità di diffondersi e di infettare un maggior numero di persone. Ci è stato spiegato fino alla noia che più si riducono le occasioni di contatto, più si lotta contro il Covid efficacemente e che non esiste nessuno strumento veramente adeguato per fermarne l’impetuosa avanzata anche nel 2021 se non la chiusura totale.

Lo ripete oggi anche la commissaria europea alla salute Stella Kyriakidou, così come lo manifestano con forse ancora migliore impatto visivo ed emotivo le blindature dei confini del Regno Unito e della Germania o l’estensione del coprifuoco serale in Francia. Le proteste sono legittime, ma chi le organizza dovrebbe avere contezza del fatto che i governi commettono certamente degli errori, a volte sottovalutando certi provvedimenti, altre volte invece pensando che siano efficaci per osmosi sociale, ma che mai come in questa fase sono preda di un fenomeno incontrollabile.

Soprattutto se aderissero alle richieste di chi vuole riaprire le scuole senza limiti alcuni, tranne la rassicurazione ormai rituale di usare tutte le precauzioni possibili (il trittico: mascherina indossata, mani frequentemente lavate e distanza di sicurezza interpersonale), oppure di chi pretende di riaprire catene di ristoranti che rischiano il collasso e che agitano come spettro peggiore della crisi economica quella dei loro dipendenti che avrebbero già comodamente cacciato, se non fosse intervenuto prontamente il governo nel tutelarli con una cassa integrazione straordinaria e il blocco dei licenziamenti (due misure ci si augura vengano procrastinate per quegli altri 18 mesi di cui si fa un gran parlare sui giornali).

Da un lato, chef stellati e mezzi (se non del tutto) sovranisti e filo-trumpiani sbraitano per le penalizzazioni dovute al Covid e mandano avanti lo stato miserevole di dipendenti che, loro sì, rischierebbero il posto se non vi fosse l’argine delle garanzie sociali previste; dall’altro, se lo stato di emergenza sanitaria fosse dichiarato concluso dall’OMS, non esiterebbero un istante a ristrutturare gli organigrammi delle loro grandi aziende commerciali e di ristorazione per rimanere sulla bilancia della concorrenza attiva e produttiva.

Ciò che manca, per mettere una parola chiara su questi ambiti sociali importanti per la vita quotidiana di milioni e milioni di persone, di giovani menti che hanno bisogno tanto del sapere quanto della pratica per aprirsi domani, nel dopo-pandemia, una varco nella società e nel mondo che li attende, è un esame accurato da parte della scienza (e una presa d’atto da parte della politica italiana) di dati che siano l’evidenza, la dimostrazione non interpretabile di quanto si possa diffondere il virus nelle scuole, nei ristoranti, nei circoli ricreativi, nei supermercati, al bar o negli uffici comunali, alla posta o semplicemente in casa.

Purtroppo sappiamo ancora troppo poco in merito e, per questo, le decretazioni di urgenza sulle chiusure parziali o totali finiscono per esaurire la loro spinta di autorevolezza nell’essere percepite come efficaci dighe contro il coronavirus e le sue pericolose varianti altamente infettanti. La Gran Bretagna lo sa bene e sta facendo ricorso ad ogni possibile mezzo, nella piena disperazione, per arginare numeri in continua crescita: ieri, 15 gennaio 2021, i nuovi contagi erano pari a 55.761. Praticamente l’equivalente della popolazione di una città come Sittingbourne nel Kent o, se vogliamo fare un paragone italiano, l’intera nostra Chieti, oppure Benevento…

Se paragonassimo il nostro Paese, in quanto a lotta nel contrasto al Covid, agli altri Stati europei vedremmo virtù e vizi politici ripetersi, somigliarsi molto, figli dello stesso capitalismo, con qualche variante, magari giustappunto francese, tedesca o britannica… Ma se si potesse già scrivere una storia compiuta del biennio pandemico 2020-2021 (augurandoci che sia sufficiente questo orizzonte temporale per definire la crisi sanitaria mondiale), non si potrebbe fare a meno di constatare del tutto oggettivamente che la reazione singola di ogni Stato e di intere comunità mondiali è stata una confusa improvvisazione, una sperimentazione sul campo tanto medico-scientifica quanto politico-organizzativa di una emergenza che ha sparigliato le carte dell’esistenza di ognuno di noi e continua a farlo anche grazie all’improvvido comportamento di molti.

Iniziative come #ioapro, per quanto comprensibili possano essere, non fanno altro se non dimostrare una voglia di corporativismo che nuoce allo sforzo comune, collettivo del Paese per rallentare gli effetti della pandemia e uscirne il prima possibile. Sapendo che, oggi più che mai, il “villaggio globale” esiste in tutte le sue manifestazioni più evidenti e che, se anche l’Italia o qualche altro Paese riuscisse a dichiararsi “covid-free” un giorno, non potrebbe isolarsi dal resto del pianeta e dovrebbe fare i conti con una pandemia che ancora la circonderebbe e la includerebbe nel problema non completamente risolto.

MARCO SFERINI

16 gennaio 2021

Foto di Alexandra_Koch da Pixabay

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