La rivolta degli universitari: dal caroaffitti a tutti i diritti

Gli accampamenti del diritto allo studio. Così si potrebbero chiamare le dimostrazioni studentesche che stanno comparendo in ogni grande città d’Italia, dove c’è un conglomerato di atenei che fa...

Gli accampamenti del diritto allo studio. Così si potrebbero chiamare le dimostrazioni studentesche che stanno comparendo in ogni grande città d’Italia, dove c’è un conglomerato di atenei che fa una popolazione di giovani intenti al loro piano di formazione, a quella sete di conoscenza che viene scambiata come un semplice accesso ad un mondo del lavoro (e dell’impresa) non poi così meccanicistico.

Quelle tende canadesi aperte sulle vie delle nostre strade, davanti agli ingressi della Sapienza, sotto i porticati dell’Università di Padova, in mezzo ai giardini di Milano, sono la denuncia più forte e plasticamente visibile di un disagio che non riguarda soltanto il problema dei gravosissimi affitti che vengono fatti pagare alle famiglie delle ragazze e dei ragazzi impegnati nel loro corso di studi o che, loro stessi, faticosamente cercano di coprire con lavori precari.

Quelle tende canadesi aperte sulle vie delle nostre città sono ben più della denuncia di un affitto esoso: sono la prova che il diritto allo studio, alla conoscenza, alla formazione civile, sociale e morale dell’individuo, del cittadino, della persona in quanto tale, questo Stato lo ha – per usare un pacato eufemismo – trascurato abbondantemente.

Unitamente alla necessità di poter avere un luogo dove organizzarsi nell’apprendimento, dove poter vivere decentemente, mangiare, dormire ed espletare ogni esigenza della vita quotidiana, si manifestano nella protesta delle tende una serie di altre congiunture che non possono essere trascurate: dai trasporti pubblici agevolati alle mense, dal consentire agli universitari un accesso migliore ad ogni struttura che li possa sostenere nel loro cammino ateneico, compreso il diritto all’assistenza psico-sanitaria.

In un vecchio modello di stato-sociale, oggi certamente ritenuto anacronistico e desueto, tutto questo si sarebbe compenetrato e avrebbe rappresentato una rete di garanzie dentro quelle più grandi del cittadino con la ci maiuscola.

Purtroppo, nell’epoca del liberismo sfrenato associato al finto nazionalismo del governo meloniano, il ministro dell’Istruzione (e del merito…) risponde dando la colpa del caroaffitti alle amministrazioni comunali del centrosinistra, scordando che in città come Pavia, dove la protesta persiste, la giunta è dei colori della maggioranza di governo.

Ma Valditara fa di più rispondendo impietosamente, affidandosi ad una miopia amministrativa che è speculare di una altrettanta miopia politica e gestionale della cosa pubblica: dal mancato coordinamento con gli altri ministeri preposti alle questioni in essere, si sorvola sui tagli abnormi che sono stati fatti proprio ai finanziamenti per gli alloggi degli universitari, per la scuola pubblica più un generale e non solo per gli atenei.

I nodi vengono al pettine sempre, sopratutto se si trattta di cifre che erano state investite per coprire delle lacune vistose nel sostegno al sistema formativo, nonostante la loro parzialità e la pochezza comunque di interventi che avrebbero dovuto essere molto più corposi, e che, a partire dal governo Draghi, proseguendo con l’attuale, sono state decurtate talmente da risultare ben poco rilevanti nel bilancio generale delle risorse attribuite alla scuola che dovrebbe essere esclusivamente della Repubblica.

Soltanto il 5% delle universitarie e degli universitari ha la possibilità di avere un alloggio direttamente gestito dal proprio ateneo e a costi ridotti. Il restante 95% degli studenti si deve affidare al privato, entrando nel circuito della compravendita delle difficoltà economiche delle famiglie meno garantite socialmente che, davvero con grandi sacrifici, riescono a mantenere una figlia o un figlio all’accesso e alla continuità degli studi superiori, di quelli che gli permetteranno di avere un giorno una laurea.

Pare di essere tornati molto indietro nel tempo, fino alle soglie di una ancora non predisposta opera di rilancio pubblico del sistema formativo, quando la povertà endemica del dopuguerra si stagliava sullo sfondo di una esistenza che ricominciava e che provava appunto ad emergere dall’indigenza su vasta scala.

Le denunce dei giovani universitari sono così importanti da essere terapeutiche per una rivendicazione plurale dei diritti: dallo studio al lavoro, dalla casa alla salute, dalla cultura alla fabbrica, dal terzo settore ai cantieri, per arrivare a quell’altro grande escluso dalle implementazioni delle risorse di bilancio che è il mondo della pensione, della terza età, della senescenza di un Paese sempre meno giovane, sempre meno capace di rispondere alla domanda di vigore economico che viene da una globalizzazione davvero deleteria.

Quelle tende canadesi hanno il potenziale dinamico di attivare una ormai insolita, instintuale propensione ad una fiducia nel cambiamento. Più volte è capitato di prendere atto del disastro complesso e complessivo di una retrocessione antisociale di un modernismo che si proclama invece l’apice del cambiamento propositivo, l’ennesimo gradino sviluppista di una storia del Paese che guarda alle vecchie logiche imprenditoriali, lasciando i salari fermi alla soglia indecente dello sfruttamento bieco, del ricatto padronale.

E più volte è intervenuto in questo scoramento, diffuso e tamtameggiato dalla improduttività dei social, un elemento scardinatore, qualcosa che ne ha in qualche modo invertito il senso, ostruito il percorso altezzoso, privo di scrupoli, altamente nocivo per una salute pubblica giacobinamente intesa. Un interesse popolare, di massa, che si risveglia quando la politica estrema del liberismo costringe a puntare i piedi, a dire basta: perché il potere di acquisto di un salario non è un variabile dipendente dalle esigenze del governo.

Soprattutto se l’esecutivo pretende di essere il solo arbirtro di una traduzione tutta italiana di una economia europea e globale che è sempre più fatta per impoverire e non per sostenere, per togliere a chi ha già ben poco di suo e viene riportato allo stato del proletariato novecentesco, che solo le braccia poteva offrire per far mangiare la famiglia, per sostenenersi nella miseria che gli veniva riconosciuta come unico ambito in cui sopravvivere.

Studentesse e studenti di tutta Italia si stanno unendo in una lotta che ringiovanisce il sapore del contrasto con quelle destre aggressive sotto molti punti di vista; rinvigorisce la voglia di cambiamento perché esige il possibile e lo pretende come se fosse l’impossibile. E certamente lo è per un governo che non ammette il pubblico senza il privato, mentre permetterebbe tranquillamente il secondo con la trascurabilità del primo.

Un governo di questa fatta, come altri che lo hanno del resto preceduto, è l’antinomia nei confronti di sé stesso o, per meglio dire, di ciò che dovrebbe rappresentare e, nel concreto, essere.

La disillusione che milioni di italiani hanno ereditato in parte dai loro padri e dalle loro madri e, in altra parte, si sono sviluppati autonomamente in questi decenni nei confronti della politique politicienne non può essere soltanto etichettata come un capriccio populista. C’è, purtroppo, molto, tanto di più che sedimenta nel substrato del disagio sociale e poi emerge, eruttando e scompaginando quelle carte che sono sempre uguali, sempre al solito giro di gioco.

Se poi, all’interno del governo stesso, si crea un contrasto tra la parte meno intransigente (apparentemente tale) rappresentata dalla ministra Bernini e quella meno collaborativa col resto delle istituzioni e, in particolare, con la parte in causa direttamente espressasi nella protesta, non può che venirne fuori un beneficio, un rapporto più favorevole tra la domanda e la risposta e non soltanto l’offerta mercatisticamente intesa.

Le ragioni di queste ragazze e questi ragazzi, proprio grazie alla risolutezza con cui sono state espresse, lasciano oggi intendere che le forme di lotta consuete vanno espanse, vanno ripensate e che bisogna oltrepassare i formalismi e le correttezze per passare ad una proposta anche “visiva“, che faccia del clamoroso il perno dell’agitazione e che rinverdisca le grandi proteste sociali di un tempo, quelle radicali, quelle che hanno una similutidine evidente con l’estrosità e la goliardia ma che, proprio per questo, affondano tutte sé stesse nelle più serie delle rivendicazioni.

Gli universitari ci stanno dicendo che al centro c’è il diritto di ognuna e di ognuno di poter studiare senza discriminazione censorea, senza differenziazione di ceto, mettendo in pratica l’essenza della Costituzione: quell’egualitarismo su cui si fonda senza se e senza ma. Il carissimo affitti è la punta di iceberg antisociale che avanza e che impatterà contro quella pelosa ostentazione di certezze che Meloni e i suoi ministri propongono come antidoto alla deriva pauperista del decennio in corso. Per essere cautamente ottimisti con i tempi di inviluppo…

La piaga dello sfruttamento delle condizioni di precarietà e di indigenza, di vera e propria neo-povertà, è onnicomprensiva nel mondo del lavoro e dello studio. Si fruttano i lavoratori delle aziende così come si sfrutta il sapere dei giovani con l’alternanza scuola-lavoro. Decostruendo le loro potenzialità, ammansendo la loro voglia di sapere per il sapere e per migliorare la vita di tutte e tutti noi, uccidendoli pure.

I lavoratori stagionali, che sono già nel tritatutto dei contratti a brevissimo termine, per più di otto ore al giorno prendono paghe da mille, milleduecento euro al mese. Non hanno garanzie di alcun tipo, non hanno un riposo settimanale e sono praticametne costretti allo straordinario. Ulteriormente sottopagato. Così accade anche nelle pubbliche amministrazioni, persino negli apparati dello Stato che inquadrano decine di migliaia di uomini e di donne addetti alla sicurezza della popolazione.

Lo straordario è rimasto tale solo perché eccede l’orario ma rientra perniciosamente in un sistema di abuso delle forze, delle intelligenze, del tempo “libero” della persona. La corresponsione del giusto salario a giusto lavoro (sebbene marxianamente sia inconcepibile, proprio perché è “capitalisticamente” impossibile) è alterata da una concezione veramente iperliberista dei rapporti di produzione e di alienazione.

Si pensa di poter disporre di tutto e di tutti senza un compenso adeguato. E così si pensa di poter dare in affitto per seicento euro un piccolo posto letto ad uno studente che deve pagarsi la retta universitaria, il vitto quotidiano, i mezzi di trasporto e, magari, ma proprio magari e se non è chiedere troppo, anche potersi divertire ogni tanto, uscendo alla sera, mangiando una pizza con gli amici, andando a ballare.

Il pane e le rose. Siamo sempre lì. Le tende canadesi ce l’hanno scritto ovunque, anche se non si vede: «Vogliamo il pane e anche le rose».

MARCO SFERINI

11 maggio 2023

foto tratta dalla pagina Facebook nazionale della CGIL

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