La pace deve combattere la guerra prima che scoppi

No war. Non più armi dentro un conflitto già armato ma cervello, mediazione e capacità di imporre la trattativa. E il pacifismo non può essere più un movimento intermittente

Oltre che per la guerra, comincio ad essere sempre più preoccupata per quanto sta già generando nel nostro paese, a cominciare dal comportamento della Tv.

Domenica sera, in uno dei suoi tremendi show, si è arrivati ad attaccare a testa bassa Maurizio Landini per il suo discorso alla manifestazione per la pace, accusandolo di essere quasi connivente con le Brigate rosse, e cioè “equidistante” come del resto la Cgil sarebbe stata fra stato e terrorismo. Invano Nicola Fratoianni, presente nello pseudo dibattito, ha cercato di rispondere ricordando il ruolo svolto dal sindacato nel combattere le Brigate rosse: non lo hanno nemmeno lasciato parlare, coprendo la sua voce con i più incredibili attacchi. C’è davvero da avere paura.

Sono invece stata assai felice di rivedere in piazza, dopo tanti anni, il nostro movimento della pace – nostro di noi vecchi degli anni ’80, quando c’era ancora la guerra fredda. E poi in piazza di nuovo nel momento della prima e della seconda guerra all’Iraq, quando Neesweek scrisse in copertina «È nata la terza potenza mondiale». Operante, intelligentemente, anche nella tremenda vicenda jugoslava.

Da allora sono passati quasi 20 anni. E purtroppo l’occasione di questo nostro reincontro avviene perché ci siamo sentiti richiamati dalla criminale oltrechè insensata occupazione armata dell’Ucraina. Un atto che può avere conseguenze inimmaginabili.

Se i nostri governanti e i loro menestrelli, invece di mettersi l’elmetto e intonare inni patriottici per decantare i “valori occidentali”; se invece dell’irresponsabile decisione di mandare armi ai ragazzi ukraini, sapendo bene che non potranno vincere i carri armati russi ma solo offrirsi come vittime di un terrificante bagno di sangue; se invece ragionassero su come si può esser più efficaci nel perseguire un compromesso decente, sarebbe ancora possibile impedire che tutto degeneri in una guerra mondiale, combattuta nel territorio più affollato di centrali nucleari.

Che l’Europa si assuma la responsabilità di una mediazione – la neutralità sarebbe un obiettivo possibile. Questo è quanto oggi dobbiamo riuscire a imporre.

Ma sabato alla manifestazione di piazza san Giovanni ho chiesto ai militanti pacifisti di unirsi tutti in una collettiva autocritica: siamo stati attivi e pronti a rispondere nei momenti esplosivi, ma ci siamo distratti nelle lunghe fasi in cui i disastri venivano preparati.

In particolare per quanto riguarda la politica portata avanti dall’Unione europea. Non abbiamo infatti denunciato a sufficienza e per tempo quanto sia stato grave perdere l’occasione della caduta del Muro per dare concretezza al nostro vecchio slogan «Un’ Europa senza missili dall’Atlantico agli Urali». E cioè per non imporre, quanto pure sembrava concordato con Gorbaciov: che una volta ritirate le truppe del patto di Varsavia, si facesse altrettanto con quelle Nato; per non aver impedito che l’allargamento dell’ Unione fosse condotta in modo da costruire un altro muro militare che ha isolato la Russia anziché coinvolgerla nella costruzione di una rete di cooperazione – quella Casa comune europea che voleva Gorbaciov. E più recentemente per non aver prestato sufficiente attenzione alla guerra civile che devasta la regione al confine meridionale Russa-Ukraina dal 2014 .

Abbiamo ignorato la crescente frustrazione del popolo russo per esser stato marginalizzato e respinto, e dunque anche noi siamo responsabili per aver contribuito alla crescita del pericoloso potere di Putin, alimentato dalla mortificazione del popolo russo.

Chiedo che tutti noi dobbiamo impegnarci a riflettere su questa nostra disattenzione. Se non si vuole più considerare la guerra come strumento della politica estera – come dobbiamo – bisogna impedire che il pacifismo sia soltanto intermittente protesta. Le guerre possono esser fermate solo combattendo quello che le prepara, quello è il tempo in cui serve intervenire.

Ora che il guaio è fatto possiamo tuttavia fare ancora molte cose utili e perciò rimbocchiamoci le maniche. L’Arci ha proposto a tutti di organizzare una carovana di autobus, non per portare noi in Ukraina che faremmo solo confusione, «vuoti, a bordo solo l’indispensabile, uno che guida,uno per organizzare». Perché di questo hanno bisogno ora gli ucraini: di trovare mezzi di traporto per mettersi al riparo.

Può darsi che molti ukraini – i maschi coraggiosi rimasti nel paese per combattere – non saranno contenti. Ma tocca a noi spiegare quanto ha realisticamente detto ancora una volta papa Francesco: persino le guerre giuste oggi non si possono più fare.

Non è un invito alla resa. È solo un invito a capire che oggi – in presenza di armi di distruzione di massa – si deve combattere con il cervello e non con i fucili, che non è più il tempo della spedizione di Sapri, quando in «300, giovani e forti,sono morti». Oggi ne morirebbero miliardi.

Ero in questi giorni delegata al congresso dell’Anpi di Roma. È stato commovente vedere le/i – non poche/i – partigiane/i sopravvisssuti come e quanto abbiano capito questa differenza.

Ma straordinario è stata anche un’altra cosa: la presenza di una quantità di giovani donne che ormai sono leader dell’associazione. È un altro segno che almeno qualcosa di positivo c’è e in questo difficile 8 marzo e vogliamo celebrarla: la rivoluzione femminile. Che è vittoriosa, anche se, ahimé, c’è ancora tanto femminicidio.

LUCIANA CASTELLINA

da il manifesto.it

foto: screenshot

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