La miccia ora è accesa ed è cortissima

Non si può che essere d’accordo con il giudizio scritto a chiare lettere dal Financial Times: la sentenza di ieri della Corte costituzionale tedesca di Karlsruhe ha messo una...

Non si può che essere d’accordo con il giudizio scritto a chiare lettere dal Financial Times: la sentenza di ieri della Corte costituzionale tedesca di Karlsruhe ha messo una bomba sotto l’ordinamento giuridico dell’Unione europea. Anche se non del tutto inaspettata, e infatti temuta, questa giunge quando la Ue si gioca la sua esistenza.

E’ una sentenza bifronte relativamente alla materia del Quantitative easing.

Da un lato afferma che il programma di acquisto di titoli di Stato sul mercato secondario da parte della Bce, relativo sia al primo che al secondo Quantitative easing, non costituisce finanziamento degli Stati. Quindi rispetta il divieto del Trattato di Maastricht alla monetizzazione del debito.

Col che la Corte però ne ribadisce l’assoluta insormontabilità. Dall’altro lato gli otto giudici di Karlsruhe mettono in discussione il comportamento della Bce che avrebbe violato il suo mandato scavalcando il principio di proporzionalità negli acquisti dei titoli di stato, approdando ad una sorta di monetizzazione indiretta, assumendo così un ruolo di natura politica.

La sentenza non si applica al programma pandemico di acquisti (Pepp) recentemente varato (i 750 miliardi almeno fino al 31 dicembre 2020). Ma la miccia è accesa. Ed è corta, visto che la Bce dovrà entro tre mesi giustificare la presenza nel programma dell’azionista di maggioranza, cioè la Bundesbank.

Non solo, ma i membri dell’Alta corte hanno invitato perentoriamente il governo e il Bundestag a pronunciarsi sulla questione del Quantitative easing. In effetti l’acquisto di titoli di Stato non proporzionati alla quota capitale dei paesi membri era uno dei punti qualitativamente più significativi dell’intervento della Bce. Una parte rilevante, 29,6 dei 38,5 miliardi di titoli raccolti sul mercato sono stati infatti destinati ai titoli di Stato e tra questi 10,9 miliardi sono stati impiegati per i Buoni del tesoro pluriennali italiani.

Pur tenendo conto dei reinvestimenti effettuati per compensare le obbligazioni che già la Bce possedeva e che erano venute in scadenza, è certamente vero che per il secondo mese consecutivo presso l’istituto centrale è stato allocato un quantitativo di titoli di Stato italiani doppio rispetto alle nostre quote di capitale. Anche i titoli francesi e spagnoli hanno beneficiato della sospensione della regola della capital key, ma i titoli italiani hanno fatto la parte del leone aggiudicandosi un terzo dell’intero programma relativo ai titoli di Stato.

Mentre l’Eurotower ha comprato “appena” 600 milioni dei 7 miliardi di Bund previsti. Naturalmente ciò che dovrebbe risultare perfettamente logico e cioè che i paesi più in difficoltà ricevano maggiore sostegno in virtù di una semplice e solo parziale applicazione del principio di solidarietà, viene considerato insopportabile dalla parte più retriva delle classi dirigenti tedesche.

E, come sappiamo, non solo da queste ultime. Prima della sentenza in diversi si chiedevano se il programma di acquisti della Bce potesse andare avanti anche senza la Bundesbank. Teoricamente e tecnicamente sì. Le altre 18 banche centrali potrebbero turare la falla e portare avanti i piani di acquisto previsti.

Ma a pochi giorni dalla nuova riunione dei vertici europei che dovrebbe sciogliere il problema delle modalità di finanziamento e di erogazione, se aiuti o prestiti, del Recovery Fund, per non parlare delle condizionalità soft o presunte tali del Mes, la miccia diventa cortissima. E’ impossibile pensare che la decisione di Karlsruhe sia come un elefante che se ne sta pacifico nel corridoio. Inevitabilmente vorrà occupare un ingombrante posto d’onore.

Tanto più che la decisione dei togati non si limita a condizionare il governo tedesco, ringalluzzendo sciovinismi e sovranismi di ogni sorta, ma apre un contrasto palese con la Corte di Giustizia europea che aveva dato il proprio placet al piano di acquisti del 2018, sostenendo che questo “non eccede e non travalica il mandato della Bce e non viola il divieto di finanziamento monetario”.

Un contrasto fra l’istituzione di uno Stato dotato di Costituzione e un organismo istituito da un Trattato. Era ovvio che prima poi la questione esplodesse, mettendo a nudo l’intima fragilità della costruzione a-costituzionale dell’Unione europea e la natura intergovernativa del suo sistema di governance. Nei momenti di maggiore difficoltà, servirebbe il massimo del reciproco aiuto per una crisi sanitaria ed economica che ha il volto di una terribile recessione. I diavoli non fanno i coperchi.

ALFONSO GIANNI

da il manifesto.it

Foto di DavidRockDesign da Pixabay

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