Rohingya alla deriva, Dacca li confina nell’isola-fluttuante

Bangladesh. Dopo settimane in mare, respinti dalla Malesia, i rifugiati rinchiusi dal Bangladesh in un luogo «inadatto alla vita» dove il governo pensa di trasferire decine di migliaia di profughi dal Myanmar
Ragazzi e bambini Rohingya relegati nell'isola di Thengar (aprile - maggio 2020)

Dopo settimane alla deriva sono finiti nell’isola-penitenziario di Bhashan char. In quarantena. Sono 28 i Rohingya rimasti per settimane in mare, senza cibo né acqua sufficienti, respinti dal governo della Malesia e trasferiti sabato sera a Thengar char, o Bhashan char, che in lingua bengali significa «isola fluttuante»: un isolotto sperduto nel Golfo del Bengala su cui il governo del Bangladesh ha costruito in quasi due anni una vera e propria «città galleggiante».

Destinata a ospitare 100mila dei circa 800mila Rohingya ospitati nei campi profughi del Bangladesh, nel distretto di Cox Bazar, l’isola di Thengar char è rimasta deserta fino a sabato scorso. Le fortissime obiezioni delle organizzazioni per i diritti umani avevano finora impedito al governo il trasferimento dei Rohingya, più volte annunciato e poi sempre rimandato.

L’isola, che dista circa un’ora di navigazione dalla vicina isola di Sandwip e si trova in una delle aree più povere e periferiche del Paese, è instabile: emersa soltanto negli ultimi 15 anni dall’accumulo dei detriti del fiume Meghna, soggetta alla pressione delle acque del Golfo del Bengala, che erodono costantemente intere porzioni di terra, si trova in una delle aree del pianeta più colpite dai cicloni.

Dacca ha speso circa 250 milioni di dollari per trasformare l’isolotto disabitato in una città-confino: unità abitative, cliniche, bunker anti-ciclone, torrette di guardia e un sistema di protezione esterna che, sostengono le autorità bangladesi, è sufficiente a impedire che l’isola finisca sott’acqua.

Non la pensano allo stesso modo i ricercatori che ne hanno dimostrato la vulnerabilità e che, come i pescatori locali, sintetizzano così la loro posizione: «Non è un posto per vivere». Le organizzazioni per i diritti umani, paventando un confinamento, si sono finora opposte al piano di Dacca, mentre le agenzie internazionali, inclusa l’Onu, hanno chiesto un’inchiesta indipendente sulla sostenibilità sociale ed ecologica del piano di Dacca, chiedendo inoltre che ogni trasferimento avvenga in modo informato e volontario.

Con la pandemia, il governo di Dacca ha trovato un pretesto per forzare la mano, aprendo forse la strada a futuri trasferimenti se dovesse dimostrare la “vivibilità” dell’isola per i nuovi ospiti, controllati dagli uomini della Marina militare.

I 28 Rohingya di Thengar char, di cui 15 donne e 5 bambini, sono stati trasferiti per evitare la diffusione del virus nel caso siano contagiati, sostengono le autorità di Dacca. Fanno parte di un più ampio gruppo di naufraghi. Secondo le informazioni dei giornali locali, sono profughi dei campi bangladesi decisi a lasciare quei campi sovraffollati alla ricerca di una sistemazione migliore.

Avrebbero cercato di raggiungere la Malesia, per essere respinti dalle autorità locali rimanendo per settimane in mare in attesa di un porto sicuro. Tornati sulle coste meridionali del Bangladesh, nei dintorni di Teknaf, sono stati intercettati e trasferiti a Thengar char.

Ci rimarranno «fino al ritorno in Myanmar», ha dichiarato il ministro degli Esteri Absul Momen. Un’ipotesi drammatica per i Rohingya, sopravvissuti alla repressione brutale dei militari birmani. Già a metà aprile sono stati tratti in salvo circa 400 Rohingya alla deriva, altri 500 rimangono in mare, qualcun altro è scomparso.

Repressi in Myanmar, profughi in Bangladesh, respinti dalla Malesia, i 28 Rohingya di Thengar char dovranno rimanere per settimane sull’isola-quarantena. E potrebbero essere i primi di una lunga serie.

GIULIANO BATTISTON

da il manifesto.it

foto: screenshot

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