La falsa libertà dell’aperitivo e della “movida”

Non dovrebbe essere soltanto una questione concernente pareri scientifico-medici, ma dovrebbe richiamare bensì al buonsenso di ciascuno di noi il considerare quanto meno inopportuno associare la parola “libertà” alla...

Non dovrebbe essere soltanto una questione concernente pareri scientifico-medici, ma dovrebbe richiamare bensì al buonsenso di ciascuno di noi il considerare quanto meno inopportuno associare la parola “libertà” alla parola “movida“. Movimento, vita, aperitivo, cena: movida, apericena. Sono quelle definite in glottologia “parole macedonia“, perché neologismi frutto dell’unione di varie parole che, apparentemente, non si legano fra loro.

L’aperitivo sarebbe “il nostro modo di sentirci liberi“, dichiarano ai quotidiani alcuni giovani torinesi. Proprio a Torino nasce l’aperitivo: originariamente si chiamava Vermut. Poi divenne “Martini” e, da bevanda singola, assunse tutti i connotati per arrivare all’alto grado prestigioso di “base” di tanti cocktails oggi pasteggiati prima della cena.

Se la libertà vera, quella propriamente sentita come tale, si esprime nel “fare l’aperitivo” al venerdì sera o al sabato, è ben misera concezione per la libertà stessa e per quella personale, nonché per quella ugualmente preziosa che riguarda l’intera collettività.

Forse potremmo anche cambiare la Costituzione e scrivere che la libertà non è data dai diritti sociali e civili fondamentali: il diritto al lavoro, all’istruzione, alla salute (pubblica e non speculativamente privata), alla previdenza sociale. Niente di tutto questo. La libertà è data dall’aperitivo che si consuma con gli amici appena termina una faticosa settimana di impegni scolastici o lavorativi.

L’aperitivo è libertà perché segna il confine tra la consuetudine giornaliera e il passaggio a quel “sabato del villaggio” leopardiano che era melanconicamente, ma anche tanto amorevolmente, descritto come una delle bellezze dell’esistenza: l’attesa per la festa era essa stessa la festa.

Ve lo confesso, anche se l’avrete compreso: ho un pregiudizio verso l’aperitivo. Lo considero veramente e propriamente “borghese“. Tanto nella sua accezione classista, quanto nella sua trasformazione in una moda che è esclusivista e non inclusivista. Chi “fa l’aperitivo” è moderno, adatto ai tempi in cui vive, ha una certa considerazione per la bella vita e ritiene quello il momento quasi unico per ritrovarsi e poter gioire delle proprie relazioni sociali.

Chi l’aperitivo, l’apericena o l'”happy hour” si percepisce moderno, all’avanguardia dei tempi: solitamente questo capita a tutti coloro che hanno scoperto questa forma di intrattenimento pre-cena da amici più facoltosi che si potevano permettere di sorseggiare costosi vini o anche un semplice “Negroni“, altamente alcolico, ricavato sempre dalla base sacra del “Martini“, salvo essere completamente alticci già al secondo bicchiere…

Chi evita l’aperitivo, chi non lo ama, chi semplicemente è astemio diviene lo “sfigato” di turno, quello che “non sa viversi la vita” e che è triste, miserando, cupo, privo di spirito, capace soltanto di estraniarsi dalla massa della movida e delle apericene per una intrinseca introversa disposizione caratteriale oppure perché, semplicemente, quel modo di socializzare non gli comunica niente di che.

Nasce come sollazzo aristocratico – borghese e si evolve nel tempo l’aperitivo: diventa di massa, a basso costo. Con cinque o sette euro siedi ad un comune bar della nostra bella Italia, ordini un alcolico o anche un analcolico che ti fa impazzire soltanto perché pensi ad Owen Wilson (e comunque perché è gradevole al gusto) e ti ritrovi con un tagliere di salumi, fritelline, stuzzichini vari.

Sorseggi, mangi, risorseggi, rimangi e parli: due battute, il riassunto della settimana più o meno impegnativa. Avventure, disavventure, confessioni personali all’amico che le introietta e poi non sa a chi riversare quel transfert e oltre al conto paga anche un pegno emozionale.

Ma come mai l’aperitivo soltanto viene alla mente di molti giovani oggi se si parla di “momenti di libertà“?

E’ davvero mai possibile che non si colleghi la propria libertà, fisica, temporale, morale, civile, culturale anche ad altro? L’aperitivo del fine settimana, la movida sui navigli o nelle più grandi piazza italiane, nelle riviere liguri, romagnole, campane, pugliesi e sarde è l’unico fenomeno visionabile nella mente che riconduce ad un sentimento di espressione libera della propria coscienza, del proprio essere sociale?

Si è molto impoverita questa società se la libertà, ai tempi anche del Coronavirus, viene avvertita compiutamente nell’aperitiveggiare: sostanzialmente nel sedere al bar o sul muretto antistante un locale a parlare del più e del meno. Non è questo il contesto per tirate moralistiche o paternali assolutamente inopportune. Eppure è impressionante constatare come, nella cosiddetta “percezione comune“, quindi sia individuale sia sociale, la movida abbia surclassato qualunque altro momento di incontro tra coetanei, tra amici, tra parenti.

Si ricerca, per disperazione, qualunque appiglio ci consenta di fuggire dalla monotonia di ritmi usuranti tanto della nostra forza fisica quanto di quella mentale. Corpo e psiche sono ampiamente frustrati da tutta una serie di coinvolgimenti in situazioni che deprimono la natura individuale pur prendendola a prestito per esaltarne il valore soltanto nell’ottica di un esasperata lotta fra singoli in continua gara per primeggiare, per emergere e per evitare che si formi qualunque tipo di solidarietà sociale, di classe: dalla scuola al mondo del lavoro e persino fuori dai cicli produttivi.

Tutto deve essere improntato alla competizione che è nel DNA di un capitalismo liberista che osserva le leggi della concorrenza soltanto formalmente: sovente le scavalca, crea cartelli di imprese e approfitta delle risorse pubbliche per evitare crisi private dovute all’arroganza e all’imperizia negli investimenti, negli azzardi dei grandi finanzieri, dei grandi costruttori di mega-ditte, vere e proprie similitudini con la caricatura, amaramente ironica, fatta da Paolo Villaggio nei suoi romanzi.

La mia è certamente una visione viziata dal pregiudizio, ma considero più egualitaria e sociale (pure socievole) una bella gita fuori porta, un bagno al mare o una passeggiata in collina tutti insieme, un grazioso déjeuner sur l’herbe (lasciatemi essere pesantemente retrò!), una cena fra amici in casa rispetto ad una moda dal sapore classista, malamente ereditata e peggio imitata rispetto alle sedute nei pregiati locali dell’Italia d’un tempo quando gentildonne e galantuomini d’alto rango sedevano ai caffè per sorseggiare le prime Coca-Cola, per intingere un pasticcino nel loro caffè.

Ai tempi del Covid-19 non sogno permesse balneazioni, nemmeno picnic o cene tra amici: sarebbe dunque, dicono alcuni, giusto rimettere a pieno regime la macchina elitaria della movida, dell’aperitivo del venerdì e del sabato sera. Pazienza se crea i cosiddetti “assembramenti“, giustamente tanto temuti dai medici e dai virologi che ricordano come quel minimo metro di distanza tra ciascuno di noi possa salvarci la vita e salvarla ad altre persone.

La movida s’ha da fare. E, per aggiungere il buon peso, i gestori delle discoteche si lagnano, si lamentano: siamo stati i primi a chiudere – dicono – e saremo gli ultimi ad aprire. Intendiamoci: si rendono conto che nei loro locali non c’è possibilità di mettere in pratica il distanziamento (anti)sociale. Tuttavia lanciano il messaggio subdolo che i giovani colgono al volo, giustamente avidi di libertà declinata nel senso di “evasione” dalla consuetudine della loro vita (sovente infelice o insoddisfacente rispetto alle aspettative indotte da questa società di consumi e bisogni indotti): prima le discoteche riaprono più libertà si avrà ancora.

Aperitivi, cocktails, feste e festini, la libertà sta tutta qui. La coscienza di cosa veramente sia la libertà, invece, sta al di fuori da tutto questo. Ed è un peccato, perché ogni cosa assumerebbe un’altra connotazione se le si potesse attribuire il giusto valore in una società priva di bisogni classisti, di mostrarsi alla moda, all’avanguardia, al passo coi tempi.

Ecco, l’aperitivo è il simbolo di tutte queste (anche) involontarie discriminazioni. La movida pure. E per questo li disprezzo, non li amo e lo dico tranquillamente, perché la libertà sta altrove. Pochi la cercano, molti la reclamano, quasi nessuno può dire di farne parte veramente, di viverla pienamente.

MARCO SFERINI

23 maggio 2020

Foto di Markus Weber da Pixabay 

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