Emergono nel confronto elettorale due posizioni contrapposte sul tema delle istituzioni. Letta lancia l’allarme sulla possibilità che la legge elettorale conceda alla destra uno strabocchevole vantaggio, fino al 70% dei seggi. Tanto da poter stravolgere la Costituzione senza nemmeno passare per la verifica referendaria ex art. 138. Qui possiamo solo dire che gli ammiccamenti Pd verso il maggioritario quando si era aperta la possibilità di passare al proporzionale assumono ora il senso di una colpa storica e di una suprema stupidità politica.

Alcuni di noi – tra cui io stesso, ma purtroppo non molti e inascoltati – a lungo hanno insistito perché si abbandonassero Rosatellum e maggioritario. Invano. Come abbiamo invano cercato di contrastare lo sciagurato taglio dei parlamentari che ora contribuisce non poco a peggiorare lo scenario nel quale ci muoviamo.

Meloni vorrebbe rispondere a Letta con la proposta di una bicamerale sul modello D’Alema. Capiamo benissimo lo sforzo di buonismo politico e istituzionale che Meloni sta mettendo in campo, ma è solo una cortina di fumo. La bicamerale non è una risposta. È eletta dal parlamento che c’è, e ne riproduce gli equilibri. Non ci sarebbe alcuna sostanziale differenza tra le camere occupate per oltre due terzi dalla destra (ipotesi Letta) e una commissione, comunque configurata e denominata, eletta da quelle camere.

In ogni caso, una bicamerale non è isolata rispetto al political process che si svolge in parlamento. Lo prova proprio la bicamerale D’Alema richiamata da Meloni. La proposta della Commissione dopo l’approvazione degli emendamenti intitolava la Parte seconda «Ordinamento federale della Repubblica», anche se nell’impianto poco o nulla c’era di genuinamente federale. Un chiaro riflesso degli anni del secessionismo leghista.

La stessa Lega praticò una sorta di Aventino, scendendo in campo sulla forma di governo solo per incidere decisivamente sull’esito delle votazioni, e giocando una sua partita che nulla aveva a che fare con le opzioni istituzionali in campo. Per non dire, poi, che il prodotto di una bicamerale dovrebbe necessariamente tornare in parlamento, come fu per la Bicamerale D’Alema. Tutti ricordiamo l’attacco frontale e il definitivo affossamento nell’aula della Camera il 27 maggio 1998 da parte di Berlusconi. Il nodo vero per lui era la giustizia.

Posso testimoniare, avendone fatto parte, che inizialmente alcuni credettero che una revisione attenta e consapevole della Carta fosse possibile. Ma capimmo presto che la strada era senza uscita, e non perché la commissione non fosse in grado di produrre una elaborazione efficace, ma per i condizionamenti posti dal contesto politico generale. Quindi Meloni vende fumo. Ma lascia intendere di essere disponibile ad altre ipotesi. Quali?

Forse potrebbe riaffiorare nelle prossime settimane la proposta di una assemblea costituente. Una elezione con legge rigorosamente proporzionale sarebbe un argomento a favore. Ma con due punti deboli. Il primo, che potrebbe non essere accettabile per la destra, non garantendo l’esito della riforma in senso presidenziale così fortemente voluta. Il secondo, che sarebbe impensabile una riforma maturata e conclusivamente approvata solo nell’assemblea, senza un successivo passaggio nelle aule parlamentari.

Alla fine, nemmeno un’assemblea costituente potrebbe essere completamente isolata rispetto a quel che accade nella politica e in specie nelle camere elettive. Rimarrebbe dunque possibile il rigetto o la modifica della proposta approvata nell’assemblea qualora non realizzasse la premessa di uno stravolgimento sostanziale del testo costituzionale vigente.

Il punto è che le Costituzioni, quelle vere, nascono nel fuoco della storia, e sono fatte con la carne e il sangue delle donne e degli uomini che per esse hanno lottato. Qui si radicano e si consolidano le mediazioni e le sintesi. Le modifiche fatte successivamente, a bocce ferme, sono il più delle volte un po’ di inchiostro sulla carta utile alle forze politiche che vogliono mettere qualche bandierina.

È però possibile che un paese, anche senza una guerra, cambi tanto da negare i propri fondamenti originari. È, ad esempio, quel che accadrebbe in Italia con il binomio presidenzialismo-autonomia differenziata. In tale ipotesi il modo in cui il cambiamento si realizza e si manifesta conta poco. Conta la sostanza. È quello che può accadere nel nostro paese? Lo capiremo il 25 settembre.

MASSIMO VILLONE

da il manifesto.it