Il governo abbandoni a sé stessa l’Europa degli strozzini

Profano dell’economia come larga parte della popolazione, interessato ai meccanismi che la muovono e quindi lettore di alcuni quotidiani (tra cui quello dei padroni che rimane, largamente, il miglior...

Profano dell’economia come larga parte della popolazione, interessato ai meccanismi che la muovono e quindi lettore di alcuni quotidiani (tra cui quello dei padroni che rimane, largamente, il miglior strumento di conoscenza della circolazione dei capitali, dei sommovimenti e delle dinamiche tanto del mercato quanto della finanza) e mesto conoscitore del keynesismo, credo di poter dire che la prima cosa che dovrebbe saltare agli occhi del cittadino comune, davanti all’accordo stipulato dall’Eurogruppo in merito all’emergenza Coronavirus sugli aiuti reciproci negli Stati della UE, è la contrapposizione tra Stati del Nord e Stati del Sud.

Non si tratta di qualcosa di meramente antropologico, di differenze culturali: forse anche, ma soprattutto riguarda due assetti di sviluppo e di mancato sviluppo che si riflettono nella implicita alleanza che si viene a stabilire tra Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, persino un po’ la recalcitrante Francia di Macron, contrapposti all’asse dei paesi del Nord, ossia Germania, Paesi Bassi, Svezia, Danimarca, eccetera, eccetera.

L’Europa che si rifiuta di cambiare gli schemi di salvataggio degli Stati in crisi è una Europa che fallisce prima di ogni altra cosa sul piano della disposizione comunitaria al mutuo soccorso. Ed infatti non si è mai veramente potuto parlare di reciproco aiuto in questo senso, così sociale, così socialista: orrore! Al massimo si parla di una condivisione di debito emesso dalle singole nazioni e distribuito tra tutti i partner dell’Unione. Al massimo. Perché questa linea, quella dei “Coronabond” europei è stata bocciata dalla cancelliera Merkel e dal premier olandese Rutte. Non si passa!

Amsterdam e Berlino hanno bocciato una spartizione dell’emissione di titoli europei che fronteggiassero la crisi epidemica in corso, per soccorrere ogni singolo Stato alle prese con la diffusione del Covid-19. Tradotto al di fuori del linguaggio tecnico-economico, se il povero chiede aiuto il ricco al massimo è disposto a concedergli soldi soltanto mediante il “Meccanismo europeo salvastati“, il tanto famigerato MES. Ciò significa che l’Europa presterà anche soldi all’Italia senza vincoli per la parte concernente le esigenze legate strettamente alla sanità e al potenziamento delle strutture mediche; ma significa anche che ogni altro prestito sarà ferreamente vincolato ai parametri usurai del meccanismo.

E, sempre traducendo il tutto in parole molto semplici, senza banalizzare, vuol dire che dovremo restituire tutto il debito che faremo con i dovuti interessi e farlo rientrando nei parametri del “Patto di stabilità” sospeso poche settimane fa ma sempre pronto ad essere ripristinato: è come consegnarsi mani e piedi allo strozzino di turno, perché è del tutto evidente che, accumulato un debito enorme per via delle spese titaniche che il Paese dovrà affrontare, così come dovranno farlo anche la Spagna, la Francia e tutti gli altri Stati che hanno sottoscritto questi vincoli comunitari, questo dovrà essere restituito per intero e costringerà l’Italia a imporre misure capestro a larga parte della cittadinanza.

Mentre nel resto del mondo le banche come la Federal Reserve americana o la Banca d’Inghilterra sosterranno il deficit di bilancio dei governi con denaro sonante (“monetizzazione del debito“, in gergo economico), nell’Unione Europea è il credito privato a dettare le regole e a gestire i prestiti ai singoli Stati. La BCE non stampa denaro per sostenere la crisi: compera dei titoli dai singoli Stati, ma non apre ad una politica di solidarietà interstatale, veramente unionista, quasi federalista sul piano monetario.

Il capitalismo nordico della UE si chiude a riccio e si rifiuta di tendere una mano agli Stati del Sud-Europa che ora sono il Mezzogiorno del Continente, proprio come in Italia il Sud è, socialmente ed economicamente parlando, il “Mezzogiorno” del Paese. Sinonimo di arretratezza, di sfruttamento della parte ricca di un agglomerato statale o super-statale che approfitta delle situazioni di difficoltà per mantenere intatti quei privilegi che non salveranno comunque l’economia tedesca e tanto meno quella olandese.

La potenza del virus travolgerà l’import-export europeo nella sua globalità e nessuno potrà veramente dirsi al sicuro dalle bolle speculative, dalle transazioni finanziarie e da nuove forme di contrazione della domanda che costringeranno il mercato a rallentare la produzione nonostante tutti i tentativi di “non-contagio” dalle crisi strutturali dei paesi dell’Unione Europea che si troveranno ai livelli della Grecia di qualche anno fa: al fallimento.

Tutto questo avviene poiché l’impostazione dell’organizzazione del MES si muove non dal punto di vista del bisognoso ma di quello del creditore. Per cui, ne consegue, che ogni mossa che viene fatta parte dal presupposto della restituzione del credito concesso tramite assicurazioni sul debito contratto. Qualcuno, lo si ricorderà bene, in Grecia aveva persino pensato di vendere il Partenone per saldare i debiti della patria della democrazia. Un pezzo di Acropoli in cambio dell’estinzione del debito con la Troika.

Non credo che arriveremo a dover ipotecare il Colosseo o gli Uffizi di Firenze, ma ci andremo vicini se questa Unione Europea continuerà ad essere un luogo economico-politico di mero strozzinaggio, di formulazione di trattati volti soltanto a stabilire non equilibri comuni ma assi portanti tra Stati che controllano, alla fine, tutti gli altri membri tramite la crescita economica singola e non collettiva.

Sarebbe una decisione saggia da parte del governo rifiutarsi di accedere al MES e di attivarne le procedure per richiedere aiuti al di fuori del settore strettamente sanitario, frutto di un compromesso indecente imposto dall’Olanda e dalla Germania. Il Parlamento deve respingere questo accordo e suggerire a Conte una via di uscita dalla crisi basata sullo sfruttamento delle ricchezze accumulate dai grandi capitali e dalle grandi finanze nazionali, magari tagliando anche la spesa militare e tutti quei capitoli di spesa che sono superflui e persino nocivi, in quanto veri e propri sprechi delle risorse prodotte dalla nazione.

L’esecutivo deve avere il coraggio di sostenere il debito con misure straordinarie tutte interne al nostro Paese, facendo ricorso al finto soccorso europeo il meno possibile. Una patrimoniale pro-emergenza sanitaria, una misura straordinaria ad acta, dovrebbe poterci salvaguardare dal fare debiti con strozzini continentali che farebbero pagare tutto il peso della loro avidità alle fasce più povere e deboli del popolo italiano, ai lavoratori, ai proletari moderni, a tutti coloro che vedono già tassato il loro salario o quel che presuntuosamente viene definito tale mentre si tratta di “prestazioni occasionali” frutto del peggiore precariato, del peggiore lavoro a chiamata.

Dire NO al MES significa non tanto riappropriarsi della “sovranità nazionale“, ma impedire che il Paese finisca per sostenere una economia che non gli appartiene, foraggiando un capitalismo criminale (non che ne esista uno socialmente accettabile…). Se l’accordo sarà ratificato, diverrà una ottima arma in mano a leghisti e sovranisti neofascisti per rivendicare un diritto di patriottismo e un antieuropeismo ancora una volta arma di propaganda nei confronti dei settori più indigenti della popolazione e accrescerà un ulteriore problema per la tenuta della democrazia repubblicana, già messa a durissima prova dallo stato emergenziale causato dal Coronavirus.

MARCO SFERINI

10 aprile 2020

Foto di Jasmin Sessler da Pixabay 

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