La contro-risposta russa alle intenzioni della Ue di apporre un tetto al prezzo del gas russo, non si è fatta attendere: la sospensione delle forniture continuerà fino alla revoca delle sanzioni. Come era del tutto prevedibile.

Eppure le prime dichiarazioni della von Leyen e di Borrel rilanciano una convinzione. Tanto granitica quanto priva di fondamenti esibiti: l’Europa prevarrà! Come non si sa, dal momento che l’impazzimento del costo del gas non è solo opera della perfidia di Putin, ma del modo con cui viene fissato il suo prezzo.

Lo schieramento padronale è più lucido della politica. Il presidente di Federchimica Lamberti riconosce che «è stato chiaramente un errore avere attribuito alla piattaforma Ttf di Amsterdam il ruolo di indicatore per il funzionamento di tutto il mercato del gas europeo», perché in questo modo si è costruita una comoda rampa di lancio per la speculazione. Ma la soluzione non sta nel ritorno a rapporti bilaterali tra produttori e consumatori di gas, ma nella costruzione di un ente unico europeo per l’acquisto di energia, che per la sua dimensione potrebbe fare valere il suo peso nella determinazione dei prezzi.

E non solo del gas russo, poiché si tratterebbe di frenare anche le pretese dello shale gas statunitense. Certo, sarebbe un altro sfregio agli appassionati del libero mercato. Ma – come ha osservato l’ex ministro Giovanni Tria – «siamo in guerra e le regole di mercato sono state ben violate (come) accade nelle guerre». Che poi la scelta delle sanzioni si sarebbe rivolta contro i popoli degli stessi paesi che la ponevano in atto, era già scritto nei libri di storia. Si sa, sempre con le dovute differenze.

Intanto la Russia vende la sua energia a Cina e a India – che non disdegnano, soprattutto nel primo caso, di rivenderla a prezzo maggiorato all’Occidente -, mentre, almeno nel medio periodo, la sua economia è in grado di resistere. Casomai dovrebbe cogliere l’occasione per trasformarsi come aveva consigliato, inascoltata, la Presidente della banca centrale Nabiullina.

Ora la più colpita dalla minaccia russa è senz’altro l’Europa, ma le immediate conseguenze sono ormai planetarie.

L’economia mondiale, per diversi fattori, sembra avvitarsi sempre più in un vortice incontrollabile, come il Maelstrom del celebre racconto di Edgar Allan Poe. Il Fmi disegna un quadro per il 2023 di recessione, o di «velocità di stallo» visto l’impasse contemporaneo di Usa, Europa e Cina.

Nessuna delle tre, il 49% del Pil mondiale, è ora in grado da fare da locomotiva. La Germania rischia di tornare ad essere il «grande malato» d’Europa.

Gli Usa hanno deciso di privilegiare la lotta all’inflazione. La Cina che tra il 2012 e il 2016, crescendo in media del 7,4%, aveva salvato il mondo da una recessione globale, non appare ora in grado di farlo.

Intanto l’Italia pensa da un lato ai piccoli risparmi di energia individual-famigliari e dall’altro di riattivare appieno sei centrali a carbone che emettono circa il doppio di Co2 di quelle a gas naturale. Non «una bellissima cosa» ha riconosciuto il ministro dell’Economia Daniele Franco, ma tant’è.

Nel frattempo l’Euro è posizionato sotto la parità con il dollaro. Il teorico vantaggio per le esportazioni è, in questa situazione, peggio che compensato dal costo dell’import, visto che il prezzo delle materie prime energetiche, quali gas e petrolio, è in grande prevalenza fissato in dollari.

L’attesa di un inusitato rialzo dei tassi di interesse di 75 punti base, che probabilmente verrà deciso nella riunione della Bce di giovedì 8 settembre, sommato a quello dello 0,50% del luglio scorso, farà felici i falchi e le colombe in mutazione genetica, non certo l’economia reale e l’occupazione. C’è una sola via per bloccare questo globale processo recessivo. Non basta, ma è imprescindibile: costruire un processo per la fine della guerra, per un cessate il fuoco, per la convocazione di una conferenza di pace internazionale. Ma è quello che non si fa.

Tutto questo ha un qualche peso sulla peggiore campagna elettorale di sempre? Se c’è è assai sbiadito e ben nascosto dietro il tradizionale paravento delle accuse e delle controaccuse, dove ognuno finisce per prendersela maggiormente con chi gli sarebbe più vicino. E ciò aumenta il numero degli indecisi, probabilmente dei non votanti, certamente della disaffezione alla politica.

I sondaggi ci indicano come ormai si guarda solo ai personaggi, non alle idee o ai programmi. Ma in questo caso vi è un altro motivo.

Draghi lo ha detto chiaramente nel suo discorso al meeting di Comunione e Liberazione. Chiunque verrà dopo di me troverà già una strada tracciata. Il Pnrr ci condurrà almeno fino al 2026 e le procedure per cambiarlo sono strettissime, come si è affrettato a dire Gentiloni.

Non è un caso che la Meloni si consigli con Draghi per avere i nomi dei posti decisivi del prossimo Consiglio dei ministri.

Il perimetro Draghi in realtà la ricomprende, anche se le sue amicizie nella e fuori dell’Ue e oltre-atlantico creano qualche imbarazzo. Per questo era peggio che debole fin dall’inizio la strada scelta da Letta – o io o lei, per dirla in breve -, anziché quella di una contrapposizione puntuale sul terreno programmatico, ridotta a scontro di slogan, ma privata di una proposta complessiva di società, perché assente da tempo e perché la fedeltà all’agenda Draghi ha fatto agio su tutto. L’alternativa invece parte dalla sua contestazione.

ALFONSO GIANNI

da il manifesto.it

foto: particolare di un’opera di Antony Gormley