Contro la “pace feroce” degli opposti imperialismi

Il più bel gesto simbolico di pace è quello delle mani di due donne, due amiche, l’una russa e l’altra ucraina, che reggono la croce portata in questi ultimi...
Irina e Albina tengono la croce durante la XIII stazione della Via Crucis a Roma

Il più bel gesto simbolico di pace è quello delle mani di due donne, due amiche, l’una russa e l’altra ucraina, che reggono la croce portata in questi ultimi due anni dal papa nella solitudine di una Via Crucis romana immersa nel profondo della pandemia.

Dolore contro altro dolore: quello delle morti causate dalla Covid-19 (e da tanto malfunzionamento della sanità ridotta ad appendice del mercato nazionale e globale) e quello della guerra arriva e si insinua per le strade di Roma attraverso i racconti dei profughi che narrano le tante miserevoli e orrorifiche esperienze patite da cinquantuno giorni a questa parte.

Gli spedizionieri di armi e i loro sostenitori dalla penna bellica facile avrebbero voluto dal papa, probabilmente, maggiore energia nel sostenere la libertà del popolo ucraino e non il solito richiamo a quella pace che stride con la retorica incessante della difesa imposta ad un popolo dallo scontro di due opposte tendenze manifestamente imperialiste che provano ad accaparrarsi nuovamente il mondo.

Ed invece Francesco ha scelto, coerentemente col primigenio messaggio evangelico, di dissociarsi dall’impostura della scelta obbligata: c’è coerenza e continuità logica tra il riconoscere l’evidente, quindi l’aggressione di Putin all’Ucraina di Zelens’kyj, e la critica perentoria alla corsa all’armamento di Stato, al potenziamento degli avamposti bellici della NATO ai confini con la Russia, nerbando così una serie di dichiarazioni minacciose che non fanno altro se non aumentare il livello dello scontro.

La finta ricerca della pace da parte dei governi occidentali, degli Stati Uniti d’America per primi e, ultima ma non ultima, da parte dell’Alleanza atlantica, è inconciliabile, anche per un laico agnostico come il sottoscritto, con il messaggio di fratellanza universale del Vangelo. Come serve essere di colore per professare l’antirazzismo od essere gay, lesbiche, bisex e transgender per portare avanti le lotte per i diritti civili, così non occorre essere necessariamente credenti per riconoscere la genuina bontà del messaggio cristiano.

Che, in fondo, è il messaggio di quasi tutti i testi antichi che parlano di profeti e di saggi che hanno provato a penetrare nelle coscienze umane e, forse con un po’ di ingenuità, a modificare il cammino della Storia stabilendo una priorità del pensiero e dell’etica rispetto ai rapporti economici tra le classi, provando così a capovolgere la diretta dipendenza tra struttura e sovrastruttura.

La guerra ci impone una riconsiderazione non solo delle nostre più consolidate abitudini quotidiane, ma una riflessione sulla prospettiva più generale delle nostre vite, soprattutto di quelle delle giovani generazioni che, se prima del 24 febbraio 2022 pensavamo dovessero affrontare prioritariamente l’emergenza climatica come guerra totale del futuro prossimo, adesso vediamo impegnate a fronteggiare ben più di un solo enorme problema contingente.

Eppure, guerra o non guerra, il tema della trasformazione del clima, del sovvertimento delle regole naturali a tutto vantaggio del profitto privato di una manciata di speculatori criminali (sostenuti da schiere di manutengoli singoli e di Stato) rimarrà l’emergenza prioritaria, perché capace di mettere fine all’intera animalità umana così come alle tante specie di animali non umani di cui ci siamo appropriati e che abbiamo piegato alle nostre esigenze per millenni.

Ma la diplomazia, premessa indispensabile per arrivare quanto meno ad un “cessate il fuoco” degno di questo nome, è scientemente oggi messa in secondo, terzo piano. Biden e Blinken lo hanno espressamente affermato: la priorità rimane armare gli ucraini per far loro combattere la guerra in cui USA e NATO non vogliono direttamente entrare. E non serve accampare l’alibi della terza guerra mondiale per giustificare questo “non interventismo armato“: è ormai di conclamata evidenza che l’estensione del conflitto, con tutto il sostegno dato al governo Zelens’kyj in quanto ad addestratori e genio militare nonché supporti logistici e armamenti pesanti, è già mondiale.

Il coinvolgimento dell’intera Alleanza atlantica, direttamente o meno, è sufficiente a fare della guerra tra Russia e Ucraina un conflitto che supera il terreno dei combattimenti e va oltre la stessa regione dell’Europa dell’Est: dalla Turchia al Canada, dalla Finlandia alla Gran Bretagna, dalla Cina al Giappone stesso, le conseguenze sono assolutamente globali e totalizzanti. Se non in termini di guerra guerreggiata, combattuta in più parti del pianeta, che consentirebbe di poterla definire compiutamente come “guerra mondiale“, noi ci troviamo pienamente dentro un capovolgimento degli equilibri stabiliti dalla globalizzazione neoliberista degli ultimi trent’anni.

La mutazione economico-militare-politica è, a questo punto, con il protrarsi della guerra e l’allargarsi dell’effetto paura che investe stati un tempo immarcescibilmente neutrali (o almeno presuntamente tali), strutturale e costituente: non sarà possibile pensare ad un ritorno al recente passato, al ristabilimento di quelli che erano i rapporti di forza, le relazioni internazionali antecedenti l’aggressione russa contro l’Ucraina.

Su questo punto, almeno, c’è una unanimità di consensi, una condivisione di opinioni, perché siamo tutti messi davanti alla prospettiva di una trasformazione degli scambi economici fondamentali, a partire dalle materie prime che ci forniscono energia e, quindi, in una società tecnologica come la nostra, l’essenza stessa della continuazione del vivere quotidiano.

E’ pertinente, fatte queste osservazioni, una domanda: siccome la guerra la fanno gli animali umani (che si autocelebrano spesso con la locuzione positiva e benevola che gli attribuisce una essenza di umanità che è sinonimo di equità, giustizia, libertà e fratellanza per antonomasia), è chiaro che per primi a mutare saremo tutte e tutti noi.

La guerra ci cambierà singolarmente tanto quanto sarà capace di cambiare la società, mutandola prima di tutto nelle relazioni tra i popoli che si combattono e, a cascata, nella percezione anche personale che ognuno di noi avrà, e che già oggi inizia ad avere, di questa enorme, storica trasformazione globale. Peggio ancora della frammentazione antisociale causata dalla pandemia e degli isterismi sostenuti dagli opposti antagonismi tra antivaccinisti, complottisti e vaccinisti pro-scienza, l’odio e il disprezzo reciproco che le armi puntate gli uni contro gli altri causano e causeranno sarà un lascito non trascurabile in questo primo secolo del nuovo millennio.

Non sono solamente i morti le vittime di questa guerra. Lo sono anche i vivi. La sofferenza causata da tanto orrore sarà l’eredità morale, psicologica e anche psicosomatica per molti milioni di giovanissimi che riusciranno a scampare al conflitto e a raccontarlo. Per questo l’importanza del cessate il fuoco è oggettiva, non discutibile e deve essere ripresa da quei governi che hanno più di tutti da perdere da questa guerra.

Sarebbe ingenuo pensare di fare un appello tutto etico alle cancellerie degli Stati: non si farebbero mai influenzare da un richiamo morale che guardi alla pace. La croce portata da Irina e Albina è quel simbolo religioso che, per un laico agnostico come me, diventa un emblema di fermezza, un codice di condotta nettamente opposto al militarismo, alla ragion di Stato, alla giustezza aprioristica della guerra “come metodo di risoluzione delle controversie internazionali“.

Diventa, per l’appunto, quella lettura e condivisione letterale della nostra Costituzione che viene invece utilizzata a piacimento dai sostenitori dell’interventismo e della consegna continua di armi all’esercito e al popolo ucraino per insultare l’ANPI che, correttamente, uniforma le manifestazioni per il 25 aprile allo spirito della Carta e stigmatizza il doppiogiochismo di chi dice di volere la fine delle ostilità e non fa nulla, assolutamente nulla per muoversi sul piano diplomatico.

Più si accusano i pacifisti di essere vigliacchi, pavidi e spettatori della morte altrui, più le ragioni della pace diventano concrete: perché la nostra non è ingenuità e sappiamo molto bene quali interessi muovono Putin e quali muovono Biden e alleati nel fare una guerra asimettrica. Non c’è spazio per i valori fondanti di una vera democrazia popolare nel tripolarismo che si affaccia sulla nuova scena di questo secolo.

Proprio per questo, per sottrarre i popoli, per primo quello ucraino, dalle omicide strumentalizzazioni degli opposti imperialismi, va tenuta viva la voce e l’immagine della pace. Una alternativa che spaventa e che deve spaventare: per questo viene ridicolizzata e si prova a farne un utopia tanto quanto l’alternativa di società al capitalismo stesso.

Ogni voce e ogni simbolo di pace deve oggi essere valorizzato. Laico o religioso che sia. Serve unità di intenti nella differenza di opinioni. Serve unità di azione nella differenza di pensiero. Il sentiero che porta alla croce non è uguale per tutti. Qualcuno cantava un tempo che proprio là, alla sommità di quel cammino, si poteva trovare la «Bellezza che ha il volto di una pace feroce». Peggio della guerra forse non c’è niente altro. O forse c’è l’ipocrisia di una normalità tenuta insieme con le armi, con i missili puntati gli uni contro gli altri, facendo finta che, proprio così, si possa vivere magari una nuova era di sviluppo economico e di benessere per l’umanità…

La “pace feroce” non è meno terribile della guerra umanitaria, delle esportazioni della democrazia e degli interventi militari speciali. Cambiano le definizioni, ma è sempre la stessa merda. Con tante scuse per il francesismo finale, ma era opportuno.

MARCO SFERINI

16 aprile 2022

foto: screenshot

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