Contro Conte la restaurazione di Draghi

Una virata a destra. Il vero asse del Governo si trova all’incrocio fra tecnici e politici di provata fede confindustriale, a cui è affidata la regia del Recovery Plan
Giuseppe Conte e Mario Draghi

Il Governo Conte non è caduto per caso. Non abbiamo assistito al colpo di mano di una scheggia impazzita, né all’esito finale di una serie caotica di sfortunati eventi.

Mese dopo mese, al ritmo serrato delle campagne stampa dei grandi giornali, è stata messa in atto un’operazione aggressiva di indebolimento, che ha trovato in Renzi l’esecutore finale. Se non capiamo questo e da questo non partiamo, è impossibile dare un giudizio corretto sul Governo Draghi e su quello che ci aspetta.

È possibile infatti costruire castelli in aria sulla centralità della vecchia maggioranza, sulle giravolte di Salvini, su presunte letture progressiste del Presidente del Consiglio.

La realtà tuttavia è che l’equilibrio attuale deriva da una manovra conservatrice, che si è concretizzata in un drastico spostamento a destra del quadro parlamentare e nella sottrazione alle forze progressiste di tutte le leve di controllo della politica economica e finanziaria. Il vero asse del Governo si trova all’incrocio fra tecnici e politici di provata fede confindustriale, a cui è affidata la regia del Recovery Plan.

La logica è la stessa che guidò gli esecutivi di Monti e poi di Renzi: concentrare tutte le risorse sulla parte più forte della società, nell’illusione che questa possa poi eventualmente trainare quella più debole.

L’esperienza del Conte bis aveva rappresentato invece un tentativo inedito in Italia di affrontare la crisi offrendo protezione alle fasce più deboli e ristorando lavoratori dipendenti, precari, artigiani e piccoli imprenditori, senza dimenticare il Sud.

Se di questo non c’è sufficiente consapevolezza, è solo perché tanta è stata la violenza dell’urto pandemico da rendere apparentemente esigue le enormi risorse stanziate.

Ora torna invece la retorica dell’eccellenza, del merito, del debito buono contro quello cattivo, della distruzione creatrice. Tutta nebbia che serve a nascondere la volontà di invertire completamente la rotta.

Per fare questo si conta sull’accondiscendenza dell’ala destra del Pd, sulla confusione del M5S, sulla volontà leghista di approfittare dell’occasione di ripulirsi per poi guidare un governo di destra.

In questo scenario, la sinistra non può che chiamarsi fuori, per richiamare i suoi alleati ad una scelta di campo che chiuda nel più breve tempo possibile l’esperienza di Draghi.

Serve un’opposizione che manifesti ogni giorno la volontà di tornare presto e meglio al progetto che cominciava a delinearsi attorno a Conte, e che già si era concretizzata in atti forti come il blocco dei licenziamenti.

In sua assenza, il rischio è una nuova normalizzazione all’insegna del primato dei migliori: una restaurazione democratica, appunto.

GIOVANNI PAGLIA

da il manifesto.it

foto: screenshot

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