Chi aspira a una seria alternativa di pace in Palestina deve partire dalla ironica constatazione che Gideon Levy, editorialista emerito di Ha’aretz, faceva nel 2017 in occasione del centenario della Dichiarazione Balfour: «Non era mai successo nulla di simile: un impero (la Gran Bretagna) promette una terra non sua a un popolo che non ci vive senza chiedere il permesso a chi ci abita».

Balfour era il ministro degli esteri britannico che, il 2 novembre 1917, aveva promesso a Lord Rothschild (come rappresentante della comunità ebraica britannica e del movimento sionista nato un paio di decenni prima) la creazione di uno Stato ebraico in una terra dove il numero di ebrei era dieci volte inferiore agli abitanti arabi (musulmani e cristiani).

I futuri Stati di Israele e Palestina, partoriti il 29 novembre 1947 dal grembo delle Nazioni unite, sarebbero fratelli gemelli, se non fosse che uno è diventato grande e forte al punto da non consentire all’altro di emergere, come due alberi piantati troppo vicini per poter svilupparsi e prosperare assieme.

Il sangue versato da allora in cinque guerre e in attentati senza fine ha solo peggiorato la situazione. Se gli ebrei nutrivano la legittima aspirazione a uno Stato dove vivere al sicuro, il risultato è che oggi Israele è il luogo al mondo meno sicuro per loro. Lo attestano i numeri delle vittime.

Da decenni la diplomazia ripete stancamente il mantra «due popoli due Stati». Nessuno vuole ammettere che la formula, così come immaginata, è irrealizzabile: anzitutto perché Israele non vuole uno Stato indipendente accanto a sé, quindi sparge colonie illegali in Cisgiordania secondo un «caos strutturato» che rende impossibile separare nettamente il territorio in due Stati.

Inoltre, sono i palestinesi stessi a temere per la loro indipendenza accanto a un vicino così potente, a meno di non essere protetti da una forza internazionale. Vale qui l’aforisma biblico di Woody Allen: «Il leone e il vitello giaceranno assieme, ma il vitello dormirà ben poco».

Esistono alternative? Una sarebbe la confederazione, presieduta da un direttorio israeliano-palestinese assistito discretamente dall’Onu. A differenza di una federazione, la confederazione è un’entità composta da Stati che mantengono la propria sovranità interna e internazionale. I vantaggi di questa formula sono evidenti.

Le due economie sono complementari sotto molti aspetti (manodopera, agricoltura, mercato interno). Ma soprattutto, la confederazione rappresenterebbe un faro di civiltà unitaria in un mondo dove si sta aprendo una crepa paurosa fra Occidente e parte dell’Oriente.

In clima natalizio è consentito sognare l’utopia. Un’utopia peraltro realizzabile. A certe condizioni: che la cricca Netanyahu venga sostituita da un governo ragionevole; che l’Autorità nazionale palestinese si doti di una dirigenza totalmente rinnovata; che i coloni ebrei ultraortodossi vengano sottoposti a una cura di umanità.

Si tratta in genere di invasati di Dio, che hanno sostituito la ragione con la Bibbia. L’altro giorno un giovane colono indicava una collina lontana spiegando che secondo la Bibbia là viveva, millenni fa, una tribù ebrea, ed era quindi legittimo rioccupare la collina.

A prima vista pare folle immaginare una riconciliazione tra due popoli lacerati da ferite tuttora aperte. Eppure entrambi sanno che la sicurezza dell’uno dipende dalla sicurezza dell’altro e che l’alternativa potrebbe essere un giorno la fine d’Israele.

Sono pochi, per ora, gli operatori di pace che spargono semi di convivenza, che si dedicano a realizzare spazi condivisi (mercati, centri culturali, ecc.) come l’urbanista Ran Wolf. Ma esistono e resistono. D’altra parte, un popolo che ha compiuto il prodigio di risuscitare una lingua praticamente morta può riuscire anche a convivere con un altro con cui condivide le medesime radici semitiche.

Clarel, il pellegrino in Terra Santa evocato da Melville, ne era convinto quando scriveva: «Esultanti novità erompono nascendo attraverso le rovine dell’antico, come trapassando morte guaine. Qui si annuncia la fine del passato, forse».

GIUSEPPE CASSINI
ex ambasciatore in Libano

da il manifesto.it

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