Troppi dogmi, feticci e poca critica nell’anticapitalismo di oggi

Una serie di diritti non ancora del tutto acquisiti e consolidatisi nei corpi legislativi di molti paesi, fa da cartina di tornasole del preoccupante livello di recrudescenza che si...

Una serie di diritti non ancora del tutto acquisiti e consolidatisi nei corpi legislativi di molti paesi, fa da cartina di tornasole del preoccupante livello di recrudescenza che si staglia contro rivendicazioni anche minime, ma non certo minimali, che dovrebbero essere la base per uno sviluppo moderno di una piattaforma globale che unifichi umanità, civiltà e positività delle leggi.

Invece, siccome ciò che pensiamo e percepiamo è sempre il frutto di un condizionamento da parte di ciò che socialmente siamo, risulta del tutto evidente la crisi etica di un capitalismo in espansione rinnovata grazie all’opportunità pandemica. Forse sarebbe più corretto parlare di crisi etica riferendosi alle sovrastrutture statali, all’intellighenzia dei singoli ambiti nazionali, dentro ovviamente contesti più ampi di federazioni di Stati come la UE, gli USA e le tante alleanze commerciali ed economiche che raggruppano i nuovi poli del moderno liberismo.

Una correttezza non solo politica, ma letteralmente riferibile all’ambito culturale che viene troppe volte tralasciato e non considerato, come se non avesse un ruolo nel condizionamento del sistema economico, obbedendo così ad una formulazione dogmatica e preterintenzionale di un marxismo aprioristico che, nell’esprimere una così rigida ortodossia (che Marx avrebbe certamente condannato come anti-dialettica), diventa la caricatura di sé stesso.

Assegnando alla coscienza di ognuno di noi, alle idee e agli sviluppi culturali il loro ruolo nella società, Lenin scrive nel 1894 in “Che cosa sono gli amici del popolo” che il ruolo dei comunisti (o se vogliamo dei socialisti non utopisti del suo tempo) è quello di passare dalla descrizione delle condizioni di sopravvivenza del proletariato e delle grandi masse operaie (e contadine) alla costruzione di una analisi dettagliata, circostanziata della realtà, rifiutandosi così di fare della cultura una mera acquisizione di esperienze accumulate, narrate e prive di uno sbocco pratico.

Sottolinea giustamente sempre il leader bolscevico: «Marx riteneva impossibile accontentarsi di un simile socialismo. Egli non si limitò a dare una caratteristica, un apprezzamento e un giudizio sul regime esistente, ma ne diede una spiegazione scientifica, riducendo questo regime moderno, diverso nei diversi Stati europei e non europei, a una base comune – alla formazione sociale capitalistica».

Invece la tentazione, anche attuale, che permea molte organizzazioni politiche e tante associazioni culturali critiche nei confronti del sistema del profitto e delle merci, è più una constatazione de facto rispetto allo svolgimento di una analisi critica.

Per questo abbiamo tralasciato, da molto tempo ormai, di sostenere progetti culturali di apprendimento in questo senso: abbiamo pensato egocentristicamente a far vivere delle piccole patrie politico-partitiche di un socialismo tutto autoreferenziale sulla base di convinzioni figlie di interpretazioni ormai anacronistiche e acritiche di un marxismo che non è più strumento di analisi dell’oggi, ma mero riferimento a modelli completamente inadeguati per andare oltre l’immaginazione del futuro, per offrire una possibilità concreta e reale di cambiamento agli sfruttati del nuovo millennio.

Invece che formare nuove generazioni di intellettuali capaci di essere coltivatori del dubbio entro il perimetro della contestazione anticapitalista e antiliberista, per troppi anni abbiamo permesso che una iconografia feticista dei simboli del ‘900 prevalesse sulle ragioni di un comunismo libertario – come quello di Liebknecht e Luxemburg – capace di oltrepassare i confini ristretti di una lotta di classe esclusivamente piegata ad un operaismo che, da solo, non può più essere l’unica rivendicazione evolutiva dell’intera umanità.

La classe operaia non è l’unica classe sfruttata e gli operai, di per sé, non rappresentano tutti i salariati e nemmeno tutto il mondo della precarietà e del disagio non lavorativo. Prima ci accorgiamo che è doveroso aggiornare non solo il vocabolario con cui interpretiamo l’attualità stringente che ci permea e ci costringe a fare i conti con altri rapporti di forza e rapporti sociali, prima avremo modo di ripensare ad una critica adeguata al capitalismo globale che fa degli esseri umani i dominatori di un pianeta che non ci appartiene.

Questo concetto di una sorta di proprietà privata estesa, ben al di là dell’individualismo singolarista liberale ma pure di un collettivismo federalista oltre il capitale, è una induzione perversa di una declinazione nuova del liberismo feroce che si estende su tutto il pianeta in forme e contesti molto differenti fra loro: siamo portati a ritenere – quasi aprioristicamente – che l’umanità sia padrona della natura e degli altri esseri viventi che la abitano e la dovrebbero poter vivere altrettanto quanto noi.

Questo antropocentrismo deve poter far parte di una cultura nuova del socialismo e del comunismo ritrovato: la critica anticapitalista va compresa nell’autocritica umana tanto contro l’umanità stessa, quindi contro il rapporto di dipendenza tra lavoro e capitale, quanto contro il rapporto di dominazione e forza nei confronti del pianeta in una interezza di reciproche dipendenze che specificano sempre meglio quel “villaggio globale”, quel concetto felice elaborato negli ultimi trent’anni che ha permesso di avvicinarsi progressivamente ad una visione meno ristretta della lotta di classe, geosocialmente intesa.

In questa necessaria opera di ammodernamento della cassetta degli attrezzi, c’è infine un pericolo ulteriore da evitare: quella tentazione deterministica che fa il paio col dogmatismo di certe posizioni settarie di partitelli e movimenti comunisti (o presunti tali), per cui l’inevitabilità del socialismo è scritta già tra le pieghe delle pagine del libro di una storia del movimento anticapitalista. Ritenere che dopo questa società debba necessariamente arrivare il suo esatto contrario è una presunzione che non possiamo permetterci.

Dare per scontato che, alla fine, prevarrà la necessità del cambiamento è ammettere la sconfitta della traduzione pratica delle idee di uguaglianza sociale e civile che caratterizzano i comunisti dalla loro nascita nell’ormai lontana metà dell’800. Il determinismo è condivisibile solo se lo si riferisce ad un meccanicismo naturalistico, ad un empirismo oggettivo degli eventi naturali e dei loro riflessi nel nostro contesto umano e nel più vasto contesto planetario.

Ma non vi è nulla di certo, non vi è nulla di predeterminato nell’analisi marxista della società. Pensare ad una ineluttabilità della storia umana in questa direzione, significa adagiarsi su due pericolose posizioni uguali e antitetiche al tempo stesso: quella attendista – riformista, che si limita a battersi per cambiamenti minimali a livello più che altro istituzionale; quella attendista – settaria, che somiglia molto ad un messianismo comprensivo di liturgie che celebrano ricorrenze, citano i grandi del passato e vivono la politica come una autocelebrazione esaltante soltanto per spasmi egoistici di qualche dirigente di partito che pensa di avere dietro di sé chissà quale consenso di massa.

Il ruolo della cultura, delle conoscenza, dello studio e dell’approfondimento sono essenziali nella formazione di nuove generazioni di donne e di uomini che facciano rivivere le grandi aspirazioni egualitarie che hanno, proprio con l’aumento delle diseguaglianze sociali su scala mondiale, un significato ritrovato, rinnovato e rinvigorito. Possiamo finalmente pensare senza contrapposizioni novecentesche, abbandonando le classificazioni dei tanti marxismi che ci dividono in interpreti artefatti di una realtà velocemente mutevole. Che non ci aspetta e che non attende nemmeno i ritardi del liberismo sul contenimento dei grandi disastri ambientali ed eco-sistemici.

Determinismo, attendismo e dogmatismo vanno messi all’angolo. Ci impediscono di adeguarci rimanendo aderenti al “sogno di una cosa” che ha bisogno di un nuovo slancio morale, culturale e sociale per poter rivivere ancora.

MARCO SFERINI

5 dicembre 2021

foto tratta da Pixabay

categorie
Marco Sferini

altri articoli