Quirinale, cronaca di un venerdì nero per la Repubblica

Qualcuno ha pensato di poter rubricare tutto alla voce della “mancata galanteria istituzionale“, altri hanno invece avuto osservazioni molto più critiche e, infine, altri ancora hanno iniziato a dubitare...

Qualcuno ha pensato di poter rubricare tutto alla voce della “mancata galanteria istituzionale“, altri hanno invece avuto osservazioni molto più critiche e, infine, altri ancora hanno iniziato a dubitare seriamente che si stesse solo andando alla ricerca del nuovo Presidente della Repubblica italiana ma che, invece, sotto sotto alcuni leader di partito stessero giocando ben più della partita del Quirinale.

La verità, semmai esiste ed esisterà per chi la guarderà dal di fuori del presente, è probabile che stia, insieme a qualche virtù ancora rimasta lì per lì nell’agone del tatticismo cronico della politica italiana, nel mezzo o, forse, più precisamente nel centro.

Quello che, nel corso delle ore che scorrevano, appariva sempre più come il “metodo Salvini” (diventato poi il “metodo Salvini-Conte“) non era e non sarà ascrivibile alla buonissima fede di una mancata galanteria nei confronti delle istituzioni repubblicane. In vista della corsa al Colle, tutte le forze politiche si sono ben guardate dal mettersi disciplinatamente e civicamente all’opera per costruire una ipotesi nominale sulla successione a Sergio Mattarella; hanno invece pianificato con cura le mosse da fare per confondersi vicendevolmente le acque e fare dello scenario parlamentare e governativo un vero marasma.

Salvaguardando il principio secondo cui Mario Draghi è l’optimum ineguagliabile su piazza, prima hanno finto di assecondarne le aspirazioni quirinalizie e poi, svelando le vere intenzioni, hanno iniziato a sciorinare una serie di nomi mandati letteralmente al massacro della impietosa conta dei voti e, di conseguenza, anche a quello delle sfibranti analisi dei commentatori televisivi.

In tempo di social e di media velocissimi nella comunicazione, anche la televisione ha fatto fatica a rincorrere le tante dichiarazioni che uscivano su Facebook, Twitter o che venivano rilanciate attraverso chat private rese pubbliche all’uopo.

Il metodo di Salvini, piano piano, è apparso per quello che veramente era: non la raffinatissima tattica di un maestoso leader politico del nuovo millennio, bensì la rabberciata tessitura di una tela senza alcun disegno preciso, senza alcun ricamo preordinato, ma tessuta a caso, improvvisando qualità proprie e dando pseudo-speranze che si fosse finalmente alla soglia di un accordo o alla quasi-proposta di un nome che avrebbe, anche senza bilaterali di partito, messo almeno in buon ordine la maggioranza che sostiene Draghi e che avrebbe potuto addirittura essere più larga nel votare un nuova Presidente della Repubblica.

La mitomania è una patologia che si fa fatica a riconoscere, fino a quando, dopo ripetute esorbitanti promesse prontamente crollate alla prova minima dei fatti, risulta evidente che non vi sono grandi strategie ma cialtronissime tattiche di piccolo cabotaggio che tengono la scena perché nel campo avversario si gioca in difesa, si aspettano le mosse altrui, provando così a nascondere tutta una insufficienza politica che compromette ulteriormente il cosiddetto “campo progressista“.

Se il centrodestra fa troppi nomi e li brucia uno dietro l’altro, il PD e i Cinquestelle tacciano: tutt’al più mostrano qualche cenno di assenso per questa o quella proposta, ma rimangono prudenti con le carte di riserva in mano. E sono sostanzialmente due che, anche alla fine del venerdì nero di Salvini e della Casellati (e di Forza Italia, ergo…), rimangono sullo sfondo ma rimangono: l’Optimum e Mattarella stesso cui si pretenderebbe di far notare persino il crescente consenso parlamentare nei suoi confronti per convincerlo a togliere le castagne dal fuoco un po’ a tutti.

Il venerdì nero di Salvini e della Casellati, si diceva… Lo scenario del mattino era già abbastanza disarmante, ma, quando si procede allo spoglio delle schede della quinta votazione, la desolazione diventa rocambolescamente una impietosa farsa: la Presidente del Senato viene candidata ufficialmente mentre sono in corso le operazioni di voto. In realtà l’accordo è precedente di almeno mezza giornata, ma facciamo pure finta che non sia così. Dovrebbe avere, se non i 505 voti necessari per arrivare al Quirinale, almeno quei 450 voti che il centrodestra dice di poter controllare.

Da chi si proclama “maggioranza” nel Paese e, di riflesso, la rivendica in Parlamento, ci si attende che sia in grado di andare oltre la soglia dei propri deputati, senatori e delegati regionali. E’ un po’ la “prova del fuoco” che avrebbe sognato Berlusconi se fosse stato in corsa. La Casellati si ferma a 382 voti, con ben 71 franchi tiratori che la umiliano e che provengono tutti, ma proprio tutti, dalle fila del centrodestra.

Qualcosa nel metodo Salvini non ha funzionato… Ma giusta qualcosina. Resta il fatto che la seconda carica della Repubblica è stata utilizzata per una conta interna, per vedere fino a dove il perimetro di Tajani, Meloni e Salvini, con Toti e accoliti, poteva trovare spazio, estendersi e magari tentare il colpaccio solitario, aprendo anche una contraddizione nella maggioranza di governo.

Il disastro porta a riconsiderare quel dialogo fra i grandi blocchi (sempre più presunti tali) che non c’è stato fino a quel momento. Letta, Salvini e Conte sembrano parlarsi, escono da una riunione trilaterale e, proprio quando in televisione e sui social torna l’ombra di Mario Draghi sulle pendici del colle più alto della Repubblica, ecco che, oltrepassando il compassato garbo istituzionale del segretario del PD, gli altri due spiattellano urbi et orbi che stanno lavorando all'”ipotesi donna“.

Non serve Hercule Poirot per capire che il nome che hanno in mente è quello di Elisabetta Belloni, una vita alla Farnesina, ambasciatrice e messa da Draghi al vertice dei Servizi segreti. Apriti cielo. Il primo a muovere delle obiezioni è Matteo Renzi; lo seguono a stretto giro di posta Forza Italia, Liberi e Uguali e i quelli che nel PD sono le quinte colonne del renzismo di primo modello. Qualcuno brontolicchia anche dalle parti del Gruppo Misto, mentre Fratelli d’Italia e Lega sembrano abbastanza compatte sulla proposta detta ma non detta del tutto.

E qui tocca, per una volta, dare ragione a Renzi o, per meglio dire, riconoscere di pensarla allo stesso modo sul rapporto tra Presidenza della Repubblica e Servizi segreti per la difesa della Repubblica. Il tema è estremamente delicato e investe un conflitto di interessi molto più esigente nell’essere considerato come tale rispetto ad altri che abbiamo incontrato nella vita politica del Paese. Perché? Perché si tratta di un conflitto di interessi interamente pubblico, tra istituzioni che non devono avere punti di contatto fra loro e che devono poter conservare la piena indipendenza di azione e di giudizio sul corso degli eventi, nei confronti degli altri organi dello Stato che da loro dipendono o dai quali dipendono essi stessi.

Dopo l’impropriamente definito metodo Salvini, siamo davanti ad un altro caso di mancata galanteria istituzionale che si vorrebbe far passare come tale e che, invece, è un vero e proprio sgarbo e sfregio alla democrazia repubblicana, alla imperturbabilità del ruolo del Capo dello Stato che non può e non deve essere a conoscenza dell’attività dei Servizi, sul cui operato vigila il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica.

Non dimentichiamoci che, da almeno un mese a questa parte, discutiamo praticamente ogni giorno delle coincidenze che si verrebbero a creare qualora fosse invece Mario Draghi ad essere chiamato al Colle: il Presidente del Consiglio dei Ministri verrebbe a sovrapporsi, seppure per pochissimi istanti, al ruolo di Presidente eletto e, caso unico pure questo nella storia dell’Italia repubblicana, sarebbe colui che, ancora da capo del governo, dovrebbe pensare al suo successore a Palazzo Chigi.

I cortocircuiti antidemocratici che si possono sviluppare nelle prossime giornate sono molti e tutti parecchio importanti in una scala di nocumento per le istituzioni e per la tenuta dell’equipollenza e dell’indipendenza dei poteri dello Stato.

Chi applaude al nome di Elisabetta Belloni e si spertica le mani per la concordanza (ancora molto presunta) su un nome trasversalmente benvoluto, non fa altro se non sostenere quel piano di sgretolamento dell’attuale assetto di maggioranza governativa e, appena un minuto dopo l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, correre al voto. Infatti, quella del ritorno anticipato alle urne è la prima richiesta che Giorgia Meloni fa non appena Salvini e Conte certificano che stanno lavorando per avere al Colle una donna.

Alla fine, nonostante il caos primordiale di questi giorni, tutto torna e i disegni, a poco a poco, si scoprono e sono in realtà riconducibili ad una semplicità che, purtroppo, è molto facile a farsi.

MARCO SFERINI

29 gennaio 2022

foto: screenshot tv

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