Odessa, la pagina nera di Kiev

Crisi ucraina. Reportage dalla città dove il 2 maggio 2014 un gruppo di manifestanti filo-russi fu aggredito dai neonazi: le vittime furono 48

«Che qui sorga una città e un porto» c’è scritto sotto la statua della zarina Caterina II che indica con la mano sinistra il mare. Era il 1794 e l’avanzata dei russi verso occidente e sul Mar Nero gettava le basi per la nascita della «grande Russia» che poco più di un secolo dopo si sarebbe trasformata in Unione Sovietica. A pochi passi un carosello che tutto il giorno diffonde canzoni italiane, una funivia turistica e la celeberrima scalinata immortalata da Ejzenstejn nel film La corazzata Potemkin.

Odessa è una città con un’identità scolpita negli atlanti e nelle cariatidi che sorreggono le palazzine ottocentesche del centro. Dovunque è presente la bandiera rossa bianca e gialla con l’ancora a quattro bracci, simbolo della città, a volte accanto a quella ucraina. I suoi abitanti erano famosi in tutta l’Urss per la loro ironia caustica, mi raccontano più persone, la tv nazionale ne aveva fatto una sorta di ideal-tipo. Non erano neanche solo ucraini, erano «odessiani».

La cultura russa qui non è percepita come un’eredità del passato, ma è qualcosa di vivido e inconfutabile. Tuttavia, anche in questo fondamentale snodo commerciale, dal 2014 in poi la situazione è cambiata drasticamente. Soprattutto a partire dal 2 maggio di quello stesso anno, quando un gruppo di manifestanti filo-russi nella grande piazza di Kulikovo fu costretto a riparare nel palazzo dei sindacati dietro la stazione ferroviaria centrale per evitare la furia di gruppi neo-nazisti.

Gli aggressori circondarono il palazzo e appiccarono un incendio. Ai soccorritori e ai pompieri fu impedito di passare e 48 persone morirono nel rogo. «Tuttavia secondo stime non ufficiali, i caduti potrebbero essere anche 150, cui vanno aggiunte diverse centinaia di feriti scampati per poco all’eccidio. I morti sono tutti di nazionalità ucraina e di etnia russa».

Si legge sul sito del Parlamento europeo in una comunicazione ufficiale del novembre seguente. «Numerosi indizi suggeriscono che non è stato il presunto incendio dell’edificio a uccidere coloro che si trovavano all’interno, lì rifugiatisi per non essere massacrati in strada, bensì sono stati colpi di arma da fuoco o armi di altro genere. Esistono filmati che mostrerebbero poliziotti sparare sui disperati che cercavano di fuggire dalle finestre e tutte le prove disponibili indicano che gli assedianti intendevano uccidere».

Un resoconto agghiacciante che segna una delle pagine più nere della storia ucraina recente. Una vicenda che ancora non ha trovato giustizia e, infatti, negli anni, dall’Ue al governo italiano, passando per Amnesty International e l’Osce, in molti si sono espressi a favore di una ripresa delle indagini (mai davvero giunte a un risultato).

Forse è stato difficile inserire nella narrazione filo-europeista una pagina così nera, forse alla fine si sarebbe dovuto riconoscere che alcuni di quelli che parteciparono a quest’eccidio furono coinvolti nelle proteste anti-russe anche in altri luoghi, forse il dolore delle madri che più volte hanno tentato di commemorare il 2 maggio di fronte all’imponente edificio non era tollerabile in un Paese in preda alla confusione. Fare domande su questi fatti in giro per Odessa oggi non attira sguardi d’amicizia, anche i pochi che sono disposti a parlarne hanno dell’accaduto un’idea imprecisa.

Alcuni sono insicuri sugli esecutori, altri sulle vittime. «Ma perché» mi ha chiesto Oleksii in uno dei famosi cocktail bar (che qui spopolano) «ti interessi di questa vecchia storia?». E, infatti, non se parla, erano in pochi a ricordarlo Fino a quando, lunedì scorso, Putin non l’ha citato. Nel discorso che provava a relegare l’intera nazione ucraina a errore strategico dei precedenti leader russi, tra un delirio d’onnipotenza e l’altro, l’attuale presidente, con gli occhi glaciali fissi sulla telecamera ha dichiarato che «i colpevoli dell’eccidio di Odessa saranno puniti».

La domanda conseguente è di quelle che stentano a formarsi nella bocca di chi vorrebbe una risposta: da chi? Forse Putin stava annunciando al mondo che, dopo il riconoscimento dell’indipendenza delle repubbliche separatiste del Donbass che, di fatto, ha dato il via alle ostilità nell’est dell’Ucraina, dobbiamo aspettarci altre azioni militari su più larga scala?

Durante le esercitazioni militari della marina nella penisola di Crimea, nelle prime settimane di febbraio, moltissimi analisti e giornalisti hanno presentato lo scenario dell’invasione di Odessa come uno tra i più plausibili. C’è il legame storico, certo, ma c’è il fatto che la città ospita uno dei porti strategici più importanti del mondo, attraverso il quale passa un volume d’affari enorme. Alcuni dati indicano addirittura il 12% del traffico globale di container.

Oggi il porto è semi-inaccessibile, i militari lo usano per i propri approvvigionamenti e, probabilmente, per preparare le difese. Per questo molte compagnie internazionali hanno dirottato sul vicino Bosforo, meno strategico ma più sicuro, per la felicità di Erdogan.

Le stradine del centro, non asfaltate ma di pavé, si diramano tra una serie di cantieri edili in opera, la maggior parte di ristrutturazione o di ammodernamento. Gli stranieri continuano ad esserci, la maggior parte per sbrigare qualche affare (Odessa è anche una delle capitali della corruzione nell’est Europa). E passeggiando nel parco Istanbul o nel parco Greco, che arriva fino all’anacronistico colonnato, si guarda il mare sperando ancora di non trovare brutte sorprese.

SABATO ANGIERI

da il manifesto.it

foto: Sabato Angieri, da il manifesto.it

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