Mattarella, il Papa e il “terzo discorso” che (ancora) non c’è

Tra tutti, quello del Presidente della Repubblica è il discorso più equilibrato, un appello all’Unione Europea che si sta sfasciando sotto i colpi del Coronavirus, frammentata in tanti particolarismi...
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a colloquio con Papa Francesco

Tra tutti, quello del Presidente della Repubblica è il discorso più equilibrato, un appello all’Unione Europea che si sta sfasciando sotto i colpi del Coronavirus, frammentata in tanti particolarismi nazionali segnati dal motto: “Io penso per me e per gli altri se ce n’è!“, priva di una gestione veramente corale dell’emergenza pandemica che ha fatto del Vecchio Continente il secondo epicentro della diffusione del Covid-19, superando la Cina per qualche giorno e tornando ad essere superata, ma questa volta dal triste primato della potenza della densità sociale riscontrabile nelle grandi metropoli americane.

Sergio Mattarella ha messo gli italiani davanti a precise, civili, civiche ed etiche responsabilità ben riconoscendo una maturità di comportamenti che, nella stragrande maggioranza dei casi (ha tenuto a sottolineare il Presidente), stanno diventando il miglior alleato per la scienza e per i medici nella lotta per il contenimento oggi e il superamento domani del dramma che ha completamente rovesciato tempi, modi e svolgimenti della nostre vite quotidiane.

Da laico e da vecchio repubblicano, non posso non apprezzare il discorso del Capo dello Stato: soprattutto per la critica nei confronti della UE che è così capace di unità nei momenti di florida concorrenza con gli altri poli capitalistici del pianeta e che, davanti ad una minaccia globale, perde quella capacità e assume un atteggiamento di spaventevole retroguardia, come se bisognasse tirarla fuori da un angolo, darle due schiaffi benevoli per farla riavere dallo spavento che sta vivendo.

E’ praticamente saltato ogni legame comunitario tra gli Stati che compongono l’Unione: dal ritorno delle frontiere e, quindi, il superamento (seppure momentaneo) del “Trattato di Schengen“, fino alla sospensione del temutissimo “Patto di stabilità e crescita” che vincola i singoli paesi a regimi rigidi di rispetto del debito pubblico, pena le famose sanzioni della Troika di cui la Grecia conserva ancora oggi ben solida memoria.

Fondamentalmente salta l’unità economica dell’Unione che, dato non certo trascurabile, è l’unica unità riscontrabile in questo assemblaggio di Stati dove il Parlamento di Strasburgo certamente ha un ruolo politico ma molto meno incisivo rispetto all’incidenza delle direttive della Banca Centrale Europea e della Commissione Europea stessa.

Il richiamo del Presidente della nostra Repubblica è stato dunque consono al momento, come sempre espresso con quella pacatezza che contraddistingue un uomo politico di spessore da qualunque altro urlatore ciarlatano sovranista.

Piazza San Pietro non è il Quirinale che pure appare quasi più elegante di un ambiente vuoto, piovoso, tetro e desolato. La bellezza dell’arte che circonda quel vuoto lo rende unico al mondo ed è la prima dimostrazione di potenza della Chiesa cattolica apostolica romana: chi viene a Roma e visita il Vaticano sa di trovarsi davanti non ad un museo ma, per i credenti, al centro della cristianità espressa in tutta la visibile cumulazione di capolavori architettonici e stilistici stratificatisi nei secoli, sommatisi gli uni agli altri e determinanti quella scenografia in cui è andato in onda ieri un vero e proprio spettacolo storico.

Francesco ha pronunciato non soltanto una omelia, un discorso pieno di empatia, che si è rivolto in due direzioni: verso dio e verso gli esseri umani. Un discorso che, per chi come me non è credente, ha un valore simbolico da un lato e un valore etico dall’altro. La frase che più mi ha colpito è stata: “Abbiamo pensato di restare sani in un mondo malato“. Qui Francesco va oltre l’essere papa: la critica sociale e politica è tutta in questa espressione che, evangelicamente, redarguisce i sempre nuovi “mercanti nel Tempio“, i nuovi farisei e pure gli scribi ipocriti e tutti coloro nel non sapersi fermare nel correre sui campi asciutti e arsi dal sole dell’avidità e del profitto, in una Terra malata, irrimediabilmente perduta che non riesce più a trovare il suo equilibrio.

Sarebbe utile poter prendere da questi due discorsi il meglio che esprimono in quanto a critica del capitalismo, a critica delle sovrastrutture politico-economiche che lo aiutano nelle crisi cicliche che affronta continentalmente e mondialmente: dalle stigmatizzazioni di Mattarella nei confronti appunto dell’Unione Europea ai moniti del pontefice sui ritardi del recupero ecologico e ambientale, dell’investimento nel sociale, nell’uguaglianza e nella solidarietà.

Eppure, pur unendo il meglio di questi due discorsi, non si riesce a farne un terzo: un discorso che, prescindendo da religiosità, agnosticismo e ateismo, da fede e ragione, da contrapposizioni filosofico-teologiche, possa essere il più pragmatico possibile e indirizzi verso una ritrovata coscienza dello stato in cui ci troviamo a sopravvivere e ben prima dell’avvento infausto del Coronavirus.

Mi rendo conto di non poter pretendere una critica marxista, anticapitalista da Mattarella e da Francesco. Tuttavia se un terzo discorso non lo fanno loro, possiamo provare noi, insieme, a costruirlo come nuova “narrazione” (così si usa dire oggi…) .

Da un lato abbiamo ascoltato un discorso laico e repubblicano dal Quirinale; dall’altro lato abbiamo assistito, con un allestimento scenografico possente, ad un altro discorso, religioso, da piazza San Pietro. Tutto ciò che serve a regalarci un po’ di lontananza non dagli altri ma dalle nostre giustificate ansie e paure, ben venga. La fragilità umana si esprime in molti modi in queste settimane e lo fa attraverso richiami disperati, alla ricerca di qualche “centro di gravità permanente”, di qualche punto di appoggio su cui innestare una forma di resistenza singola, collettiva, quindi anche civile e sociale nei confronti di un repentino cambiamento di abitudini che, per natura nostra, sono quanto di più complicato vi sia da convertire, da cambiare.

L’abitudinarietà del genere umano è espressione, spesso, di un aumento dell’incoscienza, per la ciclicità dei ritmi che ci permeano ogni giorno, che scandiscono i nostri tempi, quindi le nostre attività e, di conseguenza, le nostre profonde e intime convinzioni.

La crisi che stiamo vivendo, però, non può essere affidata ad appelli dal sapore moralistico o a fideismi che trascendono l’aspetto materiale del contesto globale nel suo insieme e micro-nazionale nello specifico. Tutta la fragilità del sistema capitalistico la si può vedere e iniziare a studiare proprio oggi davanti ad una sorta di sperimentazione da laboratorio scientifico marxista, sotto la lente della critica sociale, della critica nei confronti della imperiturità tanto della materialità con cui il regime delle merci e del profitto ha dilagato in tutto il mondo quanto della fiducia cieca che miliardi di persone avevano nella tenuta solida di una economia che invece non è in grado di reggere il confronto con una moderna pandemia.

Andando indietro nel tempo, si scopre come anche ai tempi della peste nera, del colera e di altre epidemie divenute quasi globali, l’economia sia entrata profondamente in crisi e questo dato ci dice che nessun tipo di struttura è in grado di resistere a determinati urti. Soprattutto se questi provengono da fenomeni naturali e non da lotte sociali. Sono pochi gli esempi di lotta di classe nella storia del cammino umano che sono riusciti a terrorizzare l’ordine economico, politico e (anti)sociale costituito. Tra questi esempi, indubbiamente, stanno nel Pantheon dei tentativi l’organizzazione dello “spettro che si aggira per l’Europa” dal 1848 in poi e la Rivoluzione d’Ottobre in Russia.

Il terzo discorso, quello che manca oggi e che va costruito deve essere un discorso che non può agganciarsi, ad esempio, alle parole di Emmanuel Macron che sostiene un ritorno, nel “dopo-virus”, alle regole dell’Unione Europea così come erano state stabilite precedentemente. Ci sarà chi vorrà ripristinare senza se e senza ma lo status-quo, nuovi “restauratori” di un postrivoluzione che non conosce rivolta proletaria ma rabbia nei confronti dell’avidità padronale che si rifiuta di chiudere gli impianti produttivi, di limitare l’accumulazione dei profitti anche soltanto per due, tre settimane…

Il terzo discorso non può nemmeno legarsi alle parole di chi vorrebbe riformare l’Europa con nuovi patti di stabilità o guardare invece alla Cina come nuovo partner di scambio commerciale, non fosse altro per ringraziarla del contributo che ha dato all’Italia in questo frangente. Siamo sempre sul piano dell’accettazione del mercato capitalistico come regolatore della “normalità” della nostra vita. Mentre, come bene ha scritto qualche internettiano frequentatore di Facebook, “Non dobbiamo tornare alla normalità, perché proprio la normalità era il problema“.

E’ questa la frase centrale del “terzo discorso“, di un appello alla mobilitazione anticapitalista che già oggi deve cominciare, deve prendere coscienza in milioni di lavoratrici e di lavoratori di tutti i settori: se ci riaffidiamo alle regole del mercato, il mercato ci riconsegnerà alla barbarie della ricostruzione del regime del privilegio contro quello del bene comune, della tutela del privato contro il pubblico, della dittatura del mercato contro la sostenibilità ecologica, contro la protezione ambientale, quindi di tutti gli esseri viventi.

Ciò che abbiamo reputato come “normale” e “naturale” era il contrario di una normalità che permetta a tutti di vivere una vita degna di essere vissuta, senza sfruttamento, senza proprietà privata dei mezzi di produzione, senza merci, profitti e calcoli economici fatti sulla pelle dei più deboli di questa società.

La sconfitta del “pensiero unico” capitalista secondo cui non può esistere altro mondo se non quello in cui ci troviamo a vivere, deve poter essere ancora più determinata e forte oggi, laddove emergono palesi le contraddizioni che ci troviamo a sopportare e a tamponare mediante il ricorso al contrario di quanto avrebbero fatto banchieri, finanzieri e padroni rispetto al “normale” continuum della vita quotidiana.

Senza il Coronavirus, senza una situazione di così tragica emergenza, nessuno di questi speculatori avrebbe messo mano al portafoglio bancario per comperare titoli di Stato, per aprire i cordoni delle borse e sospendere i pagamenti dei dividendi aziendali. Questo significa che, appena sarà terminata l’emergenza, il virus non sarà l’agente patogeno che abbatterà il sistema se non vi sarà una coscienza di classe rinata, compatta e attivamente riorganizzata in tutto il mondo. Con una nuova Internazionale comunista, umanista, antispecista e pure femminista. Insomma, una Internazionale che unisca diritti sociali e civili e che li pretenda per non tornare alla “normalità“.

Come ho scritto un po’ di righe sopra, a mio modo ho pregato in questi giorni. Prego spesso, ma lo faccio guardando un tramonto, magari osservando le espressioni enigmatiche o buffe del mio cane, l’empatia che mi trasmette. Prego senza saperlo, perché mi affido ad una potenza più grande di me, quella del “grande equilibrio” che Ermal Meta ha espresso benissimo in un video di alcuni giorni fa su Instagram e qui su Facebook.

Le mie non sono proprio preghiere… Semmai sono degli inchini alla meraviglia della natura, alle leggi che regolano il tutto e che si possono osservare anche scientificamente ma che non si potrà mai spiegare del tutto. Perché esistano, perché vi sia un “grande equilibrio“.

Si oscilla tra la straordinaria capacità umana di discernere e di accrescere le proprie conoscenze per migliorare la vita intera sul Pianeta, cominciando dalla scienza medica, e un misticismo metafisico che può non esserne l’uguale e contrario ma magari un complemento.

Ognuno, dunque, può avere fede a suo modo. Può averla prima di tutto in una propensione tutta umana nel rendersi conto che c’è qualcosa di più del semplice “istinto di sopravvivenza” in tutto questo. C’è una peculiarità umana che può vincere la scommessa di eliminare dal mondo la funzione del potere e del dominio (anche della nostra specie sulle altre, per diritto anche “divino“) senza che l’umanità debba logorare sé stessa in una lotta per la sopravvivenza di una classe su un’altra.

Ma per fare emergere appieno questa peculiarità sarà inevitabile capovolgere ciò che oggi è sistema e dominio, regola e accettazione del “naturale” svolgersi dei rapporti sociali.

La miglior preghiera che possiamo innalzare al cielo è l’impegno da rimettere in campo presto per impedire che ciò che era certo torni ad esserlo e ciò che era normale torni ad essere tale.

MARCO SFERINI

28 marzo 2020

foto: screenshot tv

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