L’italianità per le destre, un privilegio e non una opportunità

La neutralità delle parole non è un mito di cui si può vagheggiare. Esistono vocabili morfologicamente definibili appunto come “neutri” e altri che, invece, per genere e, soprattutto, per...
Francesco Lollobrigida

La neutralità delle parole non è un mito di cui si può vagheggiare. Esistono vocabili morfologicamente definibili appunto come “neutri” e altri che, invece, per genere e, soprattutto, per significato divengono altro rispetto a quello che hanno sempre permesso di intendere e, quindi, si allontanano dall’etimologia originaria per assumere una postura nel discorso che esprima compiutamente un determinato fatto, una azione, una persona, un insieme di persone.

E’ il caso di due termini che da una neutralità oggettiva, e nella fattispecie riferita al significato, sono passati dall’avere una funzione descrittiva ad avere una fisionomia particolare, chiaramente improntata alla stigmatizzazione di una interpretazione piuttosto che di un’altra e a dare adito a tutta una serie di mistificazioni di altri termini – come ad esempio gli aggettivi che descrivono un popolo, una nazione, una cultura – diventando sostantivi di teorizzazioni strampalate e, per questo, oggetto di dibattito diffuso.

Il ministro Lollobrigida le ha citate entrambe e più volte ed a sproposito.

Ogni volta che lo ha fatto, si è lanciato nell’elaborazione anticoncettuale di una descrizione particolareggiata delle peculiarità di una italianità che sarebbe in pericolo per via dei tentativi di “sostituzione etnica” rappresentati dalle migrazioni di massa da Africa, Medio Oriente e Asia; ed ogni qualvolta ha cercato di stabilire un qualche termine di paragone tra “razza” ed “etnia“, provando a scalzare l’ingombrante primo termine con il secondo, probabilmente percepito come meno dirompente e lacerante dall’opinione pubblica.

Si è sbagliato in entrambi i casi. Diceva Agatha Christie: «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova». E noi oggi abbiamo la prova, seppure indiziaria, del tratto identitario del governo, del rimando ad un vecchio armamentario di caratteristiche sociali, culturali e morali che fanno il “cittadino italiano” da un lato e gli altri dall’altro.

Non si potrebbe spiegare meglio l’insistenza del ministro in merito ad un tentativo di riscrittura e di rielaborazione e ridefinizione popolare del concetto di “cultura italiana” affidato a terminologie quanto meno discutibili in un rapporto dialettico che voglia sviluppare un dibattito apertis verbis ma, comunque, rispettoso di una serie di valori morali, civili, costituzionali e, prima di tutto, umani escludenti stigmi di ogni tipo e pregiudizi verso persone che non sono italiane o che lo sono diventate o che dovrebbero diventare tali.

Citiamo letteralmente il ministro Lollobrigida nel suo intervento agli “Stati generali della natalità“:

«Il calo demografico non c’è, gli abitanti del pianeta aumentano. Io usando termini che non sono piaciuti, parlai di sostituzione etnica, come se uno fosse obbligato a leggere testi sui complotti internazionali. Ma qui stiamo parlando di denatalità per tutelare la nostra cultura e la nostra lingua, non la razza. Siamo qui per capire se il nostro raggruppamento linguistico e culturale possa sopravvivere».

Ed ancora:

«Credo che sia evidente a tutti che non esiste una razza italiana. È un falso problema immaginare un concetto di questa natura. Esiste però una cultura, un’etnia italiana, quella che la Treccani definisce raggruppamento linguistico culturale, che immagino che in questo convegno si tenda a tutelare. Perché sennò non avrebbe senso».

Un passo avanti lo abbiamo fatto: il ministro ammette la scempiaggine dell’affibbiare al popolo italiano la gabbia illusoria delle priorità razziali, di un primatismo autoctono, per diritto di nascita sul patrio suolo. Echeggia, nemmeno tanto lontano nel tempo e nello spazio, quel “Prima gli italiani” che da slogan elettorale poteva essere tradotto praticamente in un diritto che si fa privilegio e che, quindi, stabilisce delle priorità in base alla nascita (essenzialmente).

Le destre si ritrovano dietro un identitarismo che impoverisce la compenetrazione delle differenze, della cultura al plurale, quindi di tutte quelle culture che formano una cultura stessa, che le permettono di evolversi e di adattarsi meglio ai tempi e che sono le generatrici vere dei popoli.

Ma per un passo (falso) fatto in avanti, due vengono fatti indietro nel momento in cui, stabilendo quel paragone inopportuno tra etnia e popolo italiano come “raggruppamento linguistico culturale“. Molto riduttivo tanto quanto lo è il termine che deriva dal greco ἔϑνος (étnos) e che nel corso dei millenni è stato molte volte resilientemente plasmato sulle esigenze del potere statale: imperi, regni, repubbliche hanno fatto dell’etnia una discriminante negativa, quasi sempre volta a caratterizzare una minoranza, ghettizzandola, facendola rientrare in un recinto iperidentitario per configurarla meglio, combatterla e, anche, eliminarla.

Quando si parla di “etnia“, pensando così di rendere più condivisibile una posizione nazionalista, nazionalitaria e identitarista, estendendola ad un intero popolo si commette un errore storico più che lessicale. Perché è vero che nel greco antico il suo significato è proprio quello; ma è altresì vero che romani e cartaginesi la intendevano molto differentemente. Così come europei e turchi. E, dentro le reciproche “culture“, le interpretazioni si sprecavano.

Parlare di etnia pensando alla nazione, molto poco giacobinamente intesa, è scivolare sul moderno significato che viene attribuito al termine e che si esprime in concetti, infatti, che riguardano fondamentalmente delle minoranze per tradizioni, per lingua, per credo religioso, per comune appartenenza ad un gruppo riconoscibile e riconosciuto come tale.

L’associazione che le destre di governo intendono stabilire è quella tra “etnicità” e “popolo“, facendo di quest’ultimo non l’insieme delle persone che vivono in Italia, ma l’insieme esclusivo degli italiani che abitano nel loro Paese.

Se un indizio è un indizio, due indizi una coincidenza e tre fanno una prova, abbiamo ormai la prova provata che i ministri dell’esecutivo meloniano, non difformemente dalla Presidente del Consiglio e dal resto del suo partito (e dei suoi alleati, con qualche distinguo dai tratti liberaleggianti…), ritengono l’italianità considerabile come tale se proveniente da altri italiani.

Etnico“, così, assume tutte le fattezze di termine di paragone escludente, divisivo, nonostante il ministro Lollobrigida voglia farci credere di aderire in tutto e per tutto alla originaria etimologia dell’antico ellenismo citato opportunamente sulla Treccani.

Siccome la neutralità dei termini finisce nel momento in cui un vocabolo assume una connotazione nel gergo giornaliero, nella parlata comune, ed anche nella scrittura, pare evidente l’imbarazzo che crea il pronunciare la parola “razza”. Richiama – o dovrebbe immediatamente richiamare – alla mente le Leggi razziali del 1938 e tutto quello che, proprio in nome della “purezza della razza” è stato fatto a discapito di altri popoli. Di intere “etnie“, appunto.

Possiamo giocare cinicamente quanto vogliamo su un piano di mera semantica, provando a fare dell’enigmismo di bassa lega, speculando sulle parole e sulla loro storia, così come sull’origine reale, concreta, dell’esistenza di molte persone che soffrono a causa di un moderno razzismo che si nutre di queste differenze artefatte e ingigantite per fare dei giochi di ombre mostruosi, creare allarmi infondati per distrarre i cittadini dalla vera portata del disagio sociale diffuso e comune a tutte e tutti coloro che lo portano addosso.

Possiamo anche criticare non banalmente, uscendo dal punto e contrappunto delle semplici battute da programmi televisivi allenati alla boxe di una politica che si parla imprudentemente e inopportnamente sempre addosso.

Ma non risolveremo mai un problema veramente culturale che va ben al di là di una malcelata propensione al ritorno della differenza come elemento non accrescitivo della ricchezza che porta con sé, ma come differenziazione e particolarismo, come fondatezza di priorità stabilite in base a quell’insieme di disvalori che ispirano l’ineguaglianza e mettono su un gradino più alto chi è autoctono da chi non lo è.

La preservazione vera della lingua italiana non la si stabilisce per decreto, ma la si fa vivere insegnando la lingua nel miglior modo possibile, fin dalle scuole primarie. Mettendo in grado i docenti e gli studenti di potersi raffrontare con tutti gli strumenti del caso e, quindi, dando vita a dei sodalizi che superano il concetto di scuola al servizio di una parte e di una sola cultura, ma ne fanno il primo luogo di sviluppo di una cittadinanza attiva, collaborativa, solidale.

Saranno gli italiani di domani, quelli che sapranno leggere e capire tanto la “Commedia” del padre Dante quanto l’inglese e gli altri idiomi.

L’uso degli inglesismi così come viene fatto oggi è tutt’altro: è una moda, un adattarsi ad una lingua del mercato, dei commerci, dei rapporti economici e del mondo imprenditoriale e finanaziario. Ben altro approccio sarebbe poter avere nelle nostre scuole un insegnamento dell’inglese affiancato a quello dell’italiano come lingua paritaria, come pluralità culturale vera e propria, così come alle lingue considerate morte e che, nonostante tutto, vivono tutt’oggi.

Ma non si protegge nulla e nessuno con l’imposizione legalitaria e così non si aiuta a crescere nella consapevolezza dell’importanza della preservazione della lingua italiana come fatto certamente popolare, quindi culturale, quindi sociale. Indubbiamente dobbiamo salvare l’italiano dal disuso dei suoi termini. Ma non possiamo pensare di farlo per decreto e nemmeno evitando a lungo le influenze globali che ci piovono addosso.

Si può continuare ad essere italiani senza ritenere di averne diritto esclusivo e di stabilire che italiano è chi italiano fa. Italiano è chi si sente parte della comunità-paese e chi vuole poter vivere qui nello Stivale con questo spirito. Ma non di adattamento, bensì di condivisione delle esperienze. Non è questa la minaccia alla demografia calante, alla lingua influenzata dagli anglicismi, alle tradizioni che si raffrontano con altre fino a poco tempo fa non presenti sul territorio nazionale.

La destra, invece, pensa di combattere il “sostituzionismo lessicale” e quello “etnico” con una imposizione dei termini italiani e con una altrettanto indebita imposizione di una italianità che vive di sé stessa e niente di più. Gli italiani esistono nella misura in cui l’Italia continua ad esistere come Paese vissuto e sentito da tutte e tutti coloro che lo abitano e lo vivono quotidianamente nelle sue particolarità sia di arricchimento sia di impoverimento.

Abbiamo la prova dell’improntitudine di una destra che vuole far vivere la cultura italiana recintandola, rendendola impermeabile al resto di un mondo che, lo si voglia o no, ci viene incontro e non ci permette di pensarci come un’isola o un arcipelago nipponico del ‘500 o del ‘600. Siamo e rimaniamo una penisola, la più frequentata al mondo, certamente nel Mediterraneo il centro di approdo naturale per tre continenti (Europa, Asia e Africa).

La prima minaccia alla cultura italiana è data dalla globalizzazione liberista e non dai migranti. E’ il mercato ad averci imposto un anti-stile di vita, una sopravvivenza che fa disperare e che impedisce di dedicare un po’ del nostro tempo alla coltivazione della nostra identità come elemento storico e attualistico. Se oggi i giovani lasciano le culle vuote non è a causa del “sostituzionismo etnico“: la responsabilità è delle condizioni di invivibilità che attraversiamo e che costringono a diseguaglianze enormi. Sociali e civili.

Si fanno gli “Stati generali della natalità” e si parla di famiglia cattolicamente intesa, costituzionalmente intesa. Trascurando il fatto che nessuna famiglia, nessun genitore, nessun figlio dovrebbe essere escluso dalla partecipazione tanto ai diritti quanto ai doveri singoli e comuni.

La domanda che tocca porsi alla fine è questa: c’è un razzismo di Stato in tutto questo? C’è una differenziazione dei diritti in base alla provenienza geografica, alla discendenza, al colore della pelle, alla lingua parlata, alla cultura esibibile? La risposta è sì. C’è nella misura in cui si permette al governo di parlare impunemente di “etnia” riferendola al popolo come concetto espansivo e valoriale, oppure ad una minoranza come concetto invece restrittivo e negativo.

In entrambi i casi l’errore di fondo sta nella premeditazione di una intenzione ben visibile: cambiare la narrazione, dare agli italiani un altro modo di pensare, nuove categorie da utilizzare nella vita di tutti i giorni. Vale tanto per il revisionismo storico su via Rasella quanto sulle fantasie di complotto sulle sostituzioni di popoli con altri popoli. E comunque la si veda, i danni che ne possono derivare sono davvero enormi.

E tutti, davvero tutti, impatteranno contro quella italianità che le destre dicono di voler preservare, contro quei diritti sociali e civili che, invece, non intendono tutelare.

MARCO SFERINI

12 maggio 2023

foto: screenshot ed elaborazione propria

categorie
Marco Sferini

altri articoli