La rivolta della Wagner e la domanda di sempre: “Cui prodest?”

Le rabbiose comparse internettiane di Evgenij Viktorovič Prigožin, capo della milizia privata “Wagner” al soldo del governo di Mosca fino a poche ore fa, lascerebbero intendere che in Russia,...
Vladimir Putin e Evgenij Prigožin

Le rabbiose comparse internettiane di Evgenij Viktorovič Prigožin, capo della milizia privata “Wagner” al soldo del governo di Mosca fino a poche ore fa, lascerebbero intendere che in Russia, proprio in questi momenti, è in atto una resa dei conti con i vertici militari dell’esercito regolare.

I nemici storici della “brigata delle tenebre” sono un po’ da sempre i comandanti che hanno, con qualche ragione, individuato nella sempre maggiore autonomia della milizia di Prigožin un dato di preoccupante instabilità tanto sul piano interno, anche nei rapporti con i servizi segreti, quanto nei piani di politica estera del Cremlino: non è un mistero che la Wagner sia stata impiegata in molti teatri di guerra, soprattutto là dove gli interessi dell’imperialismo russo possono essere coltivati grazie alle faide interne, ai veri e propri conflitti civili e interetnici di lunghissima durata.

Dalla martoriata Siria del DAESH fino alla più recente e insonorizzata guerra nella regione sudanese. La Wagner, che si rifà ideologicamente ad una sorta di culto neopagano, di grandezza imperiale dai tratti un po’ neonazisti (così come il battaglione Azov sul fronte ucraino), è stata impiegata sul fronte meridionale del Donbass e degli oblast di Zaporižžja e Cherson con – dicono le cifre semi-ufficiali – un contingente che varia dai 25 ai 50mila uomini.

Una spesa per il Cremlino che oscilla sui 90 milioni di dollari al mese. Un investimento che oggi si rivela forse al di sotto delle aspettative e che si riversa contro, se non proprio Putin stesso (mai veramente citato da Prigožin nelle sue esternazioni telematiche e televisive), sicuramente contro quelli che abbiamo chiamato i “nemici storici” della Wagner e di un nazionalismo russo giudicato troppo arrendevole: il generale Valerij Vasil’evič Gerasimov e il ministro della difesa Sergej Kužugetovič Šojgu.

Almeno fino ad ora, infatti, Putin non è chiamato direttamente in causa da Prigožin che, invece, accusa l’esercito regolare di aver preso di mira alcune postazioni della Wagner direttamente al fronte e di aver fatto strage di miliziani. La risposta plateale è stata l’occupazione di alcuni centri strategici del comando supremo russo a Rostov sul Don e la ventilata minaccia di marciare su Mosca per mettere giudizio ai militari.

Il Cremlino sembra venire tenuto in disparte – almeno per il momento – dalla foga del capo della milizia di mercenari. Una truppa, va ricordato, composta per un buon 80% da ex carcerati e per un 20% da ex soldati in congedo. Tutti pagati profumatamente da Mosca.

E’ pure vero che il discorso alla nazione di Putin, fatto pochi minuti fa, individua in Prigožin e nei comandanti della Wagner un gruppo ormai eversivo, che chiama all’ammutinamento le truppe, che “pugnala alle spalle” (sono parole del ministero della difesa russo) una Russia che combatte contro quell’espansionismo della NATO e dell’altra faccia dell’imperialismo, quella occidentale,  che si estende ad est e minaccia il suo contrario e speculare alter ego orientale. A differenza di Prigožin, Putin si scaglia direttamente contro chi ha promosso l’azione sediziosa e promette una reazione durissima.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, fanno sapere di “seguire con attenzione” gli eventi che stanno capitando sul suolo russo e vicino al tragico teatro della guerra. Non c’è praticamente nulla di certo. Alcuni analisti e cronisti si affrettano ad affermare che il conflitto è a una svolta e che il capo dei mercenari un po’ filonazisti incarnerebbe ora l’esempio di ribellione contro la tirannia del Cremlino, contro l’assolutismo putiniano, contro la guerra di aggressione all’Ucraina.

Questa è la logica tipica dei servizi segreti occidentali, primi fra tutti quelli d’oltreoceano, che sono immediatamente pronti a sfruttare il primo (ex) nemico di turno per fare del detto “il nemico del mio nemico è mio amico” una sorta di bandiera politico-strategica per condurre una offensiva che, molto più di quella militare ucraina, colpisca il putinismo al centro del suo cuore nevralgico: l’asse tra governo ed esercito.

E’ evidente che Putin non può reagire, soprattutto davanti all’opinione pubblica, salvando anche delle presunte buone intenzioni di Prigožin: agli occhi della gente, piegata dalla propaganda alla considerazione della guerra in Ucraina come ad un conflitto inevitabile, come un passaggio obbligato da cui possono uscire vincitori o la salvezza della Russia nella sua interezza o il suo annientamento da parte occidentale (il che non è nemmeno poi così improbabile e lontano dalla realtà dei fatti…), il capo della Wagner è oggettivamente un traditore.

Qualunque governo lo dovrebbe avvertire come tale e come tale presentarlo alla propria nazione. Si possono fare tante ipotesi in questi momenti di confusione e di costruzione di una narrazione che si adegui agli standard della NATO e del governo di Washington. Tra le altre, che Prigožin sia un elemento di destabilizzazione interna del regime russo per favorire la controffensiva ucraina e segnare un punto di svolta nella guerra ferma sul fronte di oltre mille chilometri da Cherson a Bachmut. Oppure che abbia ambizioni tali da pensare di diventare il nuovo comandante in capo delle forze russe.

Qualunque sia la verità, l’effetto della rivolta di Prigožin, al momento, ha innescato una reazione putiniana che va nella direzione dell’eliminazione degli elementi eversivi della Wagner e dell’annientamento della minaccia che rappresenta. La resa dei conti tra la milizia privata e l’esercito regolare sembra inevitabile e, ovviamente, Putin non può che sostenere le sue truppe, quello dello Stato e chiamarle all’unità insieme al popolo, insieme ai combattenti sul fronte.

La rivolta del muscolare e aggressivo mercenario somiglia molto, se letta sotto questa lente, a quella di Emel’jan Ivanovič Pugačëv, che sfruttò il giusto malcontento delle masse contadine per la loro miseria plurisecolare per cercare una via verso il trono, per spodestare niente meno che una sovrana come Caterina la Grande. Difficile fare paragoni storici, anche se Putin stesso nel suo discorso alla nazione ne tenta uno richiamandosi al 1917, cercando di allontanare lo spettro degli errori commessi allora, durante la Grande guerra.

Difficile storicizzare già ora un evento un corso, soprattutto accostandolo a similitudini del passato. Ma Pugačëv, almeno sul piano della mera similitudine, somiglia a Prigožin non tanto nel populismo e nella retorica – molto più attuale oggi rispetto al ‘700! – quanto nel tentativo di farsi largo tra le maglie del potere. Per l’eroe dei contadini antizaristi si trattava di diventare il nuovo imperatore di tutte le Russie; per il capo della milizia prezzolata potrebbe significare essere quel tanto di elemento destabilizzatore da far rialzare le quotazioni della sua armata mercenaria.

E naturalmente accrescere il suo prestigio in seno ad una nuova oligarchia russa capace di assumere il potere. Ma, è bene ripeterlo, Putin non sembra essere l’obiettivo esplicito (quanto meno non esplicitato), quanto invece lo sono i suoi diretti comandanti militari.

Che siano stati solo gli eventi bellici stagnanti a suggerire a Prigožin di muoversi in questa direzione avventata e certamente azzardata, è molto difficile da poterlo sostenere. Come del resto è altrettanto difficile dimostrare – indubbiamente più semplice ipotizzarlo – che dietro la mossa della Wagner vi sia una ispirazione tutta occidentale, per farla divenire una quinta colonna, per dare una chiave di volta a quella controffensiva di Kiev che non ottiene i successi annunciati.

Gli scenari spionistici sono innumerevoli e sono certamente degni di qualche romanziere post-bellico, quando la guerra sarà finita, quando la situazione sarà tale da potersi avvalere della verità dei fatti scritta e riscritta dagli storici. Oggi possiamo soltanto fare delle ipotesi, ragionare sulle convergenze degli interessi e sulle divergenze che li attraversano: da continente a continente, da coalizioni a coalizioni, da imperialismi ad imperialismi che si fronteggiano sulla scena mondiale.

I dati di fatto sono, al momento: il fallimento attuale della controffensiva ucraina, nonostante l’esercito di Kiev sia uno dei più armati d’Europa e uno dei più potenti grazie alle centinaia di miliardi di dollari spesi per fornirgli equipaggiamenti leggeri, pesanti, carri armati, missili a media gittata, droni, specialisti sul campo, addestratori e persino truppe non regolarmente inquadrate sotto una bandiera di un paese NATO, ma combattenti per gli interessi degli Stati Uniti d’America e del blocco occidentale; la predisposizione dell’Alleanza Atlantica e dell’Europa ad aumentare ancora queste criminali forniture di armi; la crisi interna all’asse tra governo, esercito e milizia Wagner in Russia.

Questi tre fattori inequivocabili possono farcesercitare le menti in un tentativo di lettura approfondita delle dinamiche internazionali che influenzano la geopolitica di guerra, nonché quelle interne ad una Russia che vive in regime autocratico, incapace per natura di coniugare libertà sociali e civili e che, tragicamente, è l’unico fronte di opposizione ad un neoespansionismo imperialista occidentale altrettanto devastante quanto quello proposto da Putin. Siamo in trappola tra due visioni del mondo che negano entrambe una piena affermazione dell’individualità e della collettività al tempo stesso.

Si può tentare di ragionare per capire dove veramente la guerra possa arrivare, se possa espandersi ancora, se le minacce di dislocamento dei missili tattici nucleari in Bielorussia siano il prodromo della riapertura di un secondo fronte a nord dell’Ucraina e se le voci di un impegno delle truppe regolari di alcuni paesi NATO siano, in questo caso, vere. Ma, nonostante tutto questo ragionare, poi tocca attenersi a ciò che accade e non sempre quello che avviene è – come sappiamo – immediatamente oggettivo.

La devozione atlantica di tanta parte dell’informazione tradisce quell’equidistanza che dovrebbe essere invece, almeno deontologicamente parlando, un tratto distintivo del giornalista di guerra, di cronaca, magari anche di inchiesta. E’ una essenza oggi irrintracciabile nel cosiddetto “mainstream” che, appunto per essere tale, deve obbedire alla regola dell’uniformità, dell’adeguamento agli standard politici e militari.

Di quanto sta avvenendo in Russia ne capiremo meglio nelle prossime settimane, ma intanto è bene domandarsi l’antico quesito, sempre attuale e sempre molto utile a mantenere alto il livello critico del dubbio come valore fondante della capacità di discernimento: cui prodest? Di certo non alla pace…

MARCO SFERINI

24 giugno 2023

foto: elaborazione propria da screenshots

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