La proprietà al centro di tutto e la volontà oltre ogni principio

La morte di Giulia Cecchettin, pur rientrando nei tristi crismi dell’orrore dei tanti femminicidi che si registrano nel corso di un anno, ha innescato un dibattito più ampio del...

La morte di Giulia Cecchettin, pur rientrando nei tristi crismi dell’orrore dei tanti femminicidi che si registrano nel corso di un anno, ha innescato un dibattito più ampio del solito ma anche una vera e propria mutazione dello stesso in un ridondante e caotico sovrapporsi di opinioni, spesso urlate e, quindi, non di meno avulse da un contesto di sopraffazione, violenza e dal tentativo di delegittimare le interpretazioni differenti dalle proprie.

Non facciamo altro se non chiederci il perché di azioni che, almeno dal punto di vista sociologico e psicoanalitico (quand’anche anche psichiatrico), sono disarticolabili e, pertanto, ricondotte ad un principio che le innesca, che le promuove persino e che risiede nella predominanza maschile rispetto a quella femminile, nella bimillenaria storia di un patriarcalismo che, dopo essere stato tanto sottaciuto, ora diventa termine comune, socializzato, condiviso, persino inflazionato.

E’ un bene che questo avvenga: perché la prima minaccia ad una evoluzione individuale e collettiva è il nascondimento dei problemi, l’occultamento di quelle verità morali che sono figlie di un vivere civile che, a sua volta, è tutto dentro lo schema di un capitalismo che esige ruoli ben precisi tanto dagli uomini quanto dalle donne.

Come nota Engels ne “L’origine della famiglia“, la stessa attribuzione storicamente data dei termini con cui identifichiamo i soggetti che fanno parte di una società e, più nell’intimo e nel ristretto, di un nucleo familiare, è il primo elemento da cui partire per capire i rapporti tra le persone e di queste col resto del processo di costruzione della comunità. In tutti i popoli, fin dall’antichità più remota, il padre, il figlio, la moglie, la sorella, sono ruoli dati dalle circostanze. Mentre uomo e donna sono attributi dati dalla natura.

La questione di genere è, dunque, una parte del problema. L’altra parte è la declinazione del genere entro i cardini di una società che, nella divisione dei ruoli data dai rapporti di forza tra le classi, quindi dallo status economico (di ceto, di casta, se vogliamo dire altrimenti), trova la sua naturale espressione evolutiva mediante gli scambi commerciali che surclassano il vecchio sistema del baratto.

La ricchezza e la povertà, la proprietà privata e la dipendenza da un privato per la propria esistenza sono caratteri primi di una trasformazione (anti)sociale che darà, secolo dopo secolo, adito alla mutazione delle relazioni interpersonali tanto nelle alte sfere del potere quanto, in particolare, in quelle del popolo più largamente e minutamente descritto e descrivile come tale.

L’essenza di una nazione, pertanto, è in questa duplice valenza: i rapporti strutturali di una economia sempre in divenire e quelli sovrastrutturali di una cultura che vi si adegua e segue il dettame di chi ha il controllo degli apparati statali, di controllo della e sulla società per intero.

Le osservazioni di Lewis Henry Morgan, esponente del Grand Old Party e celebre antropologo ed etnologo, furono prese in considerazione tanto da Marx quanto da Engels proprio per formulare non una teoria, bensì una analisi compiuta dei rapporti mutevoli entro la società capitalistica. Scrive lo studioso statunitense a proposito di quanto stiamo osservando:

«La famiglia  è l’elemento attivo, essa non è mai stazionaria, ma procede da una forma inferiore ad una superiore, nella misura in cui la società si sviluppa da uno stadio inferiore ad uno superiore… Invece, i sistemi di parentela sono passivi e solo a lunghi intervalli registrano i progressi che la famiglia ha fatto nel corso del tempo e subiscono un mutamento radicale solo allorché la famiglia si è radicalmente cambiata».

La distinzione non è di poco conto. Perché il nucleo familiare è, in questo modo, individuato come la cellula primordiale di una riconfigurazione globale della società che, ispirata ovviamente dall’alto della creazione della ricchezza a tutto vantaggio di chi detiene la proprietà privata dei mezzi di produzione, piega verso la valorizzazione delle capacità e la trascuratezza delle debolezze. Il forte, quindi, prevale sul debole e la competizione che si crea ispira tutti i livelli e gli ambiti della vita quotidiana.

Se un matrimonio potrà anche essere vantaggioso sul piano economico, si tralascerà la sterile, melensa banalità dei sentimenti per fare in modo che le fortune delle famiglie siano cementate dalla benedizione sacra sacerdotale di una unione a tutto tondo, fingendo in questo modo di essere rispettabili su più livelli e divenendo parte di quella élite borghese che evidenzierà sempre di più la divisione tra le classi: ricchi con ricchi, poveri con poveri.

C’è ben poca differenza, a ben vedere, con altre culture fondate su un gametismo tutto teso a preservare sia la tradizione di un popolo entro i margini ristretti della religiosità come solco entro cui far rientrare la rispettabilità e l’onore familiare nella sfera collettiva, sia l’interesse più pragmaticamente concreto legato al denaro, al possesso, alla conquista di sempre maggiori spazi per sé stessi e per i propri cari in un contesto in cui il prestigio era praticamente legato allo status economico.

La nostra cosiddetta modernità non fa eccezione, perché, se è pur vero che il capitalismo prende la fisionomia che conosciamo anche oggi relativamente tardi rispetto all’odiernità, quindi dalla fine del ‘700 in poi, è comunque riscontrabile ancora prima una logica patriarcale che sta all’apice di tutto e che fa in modo da preservarsi proprio ad iniziare dalla gestione delle grandi ricchezze, dei grandi patrimoni.

L’uomo lascia alla donna soltanto un ruolo di rappresentanza della famiglia e di gestione della stessa entro il contesto domestico. Fatte le debite distinzioni (di classe e, quindi, di esistenza nel lusso da un lato, di sopravvivenza mesta nella miseria dall’altro), la madre, la moglie, la figlia, la cognata non possono svolgere gli stessi compiti del padre, del marito, del figlio, del cognato.

Ciascuno deve stare dentro una casella predefinita da un sistema economico che eredita dal passato la funzione del pater familias come del dominus incontrastato, del patriarca – per l’appunto – la cui immagine proietta biblicamente in un tempo ancora più lontano rispetto all’era del dominio repubblicano, principesco e imperiale romano e rimanda ad un ruolo di condottiero addirittura di popoli interi e di nazioni predeterminate dalla volontà persino divina.

A questo proposito, riguardo proprio la linea di congiunzione tra cultura ed economia, tra tradizione e ruolo sociale della famiglia, tra singolo interesse e interesse collettivo, chiosa Marx sulle parole sopracitate di Morgan: «Lo stesso vale per i sistemi politici, giuridici, religiosi, filosofici, in generale».

Ossia, più si osservano i fenomeni sociali nella loro macrocosmicità, nella loro grandezza, nella loro espansione planetaria, più è facile desumere che i mutamenti radicali hanno bisogno di grandi processi di cambiamento che riguardano tutte le stratificazioni di piccoli mondi più complessi di quello che si possa pensare siano. Per questo è sempre stato puerile, antistorico e piamente illusorio poter ritenere che la rivoluzione anticapitalista potesse verificarsi empiricamente in un dato momento in tutto il mondo.

La complessità sociale è data da fattori che interagiscono fra loro, si simbiotizzano e creano altri nuovi fattori. Al pari dei processi biologici, l’evoluzione è trasformazione, dialettica degli elementi e, nel caso della sociologia e della psicologia, che possono aiutarci a capire come mai ancora oggi il patriarcalismo sia parte così fondante della nostra vita, e non è mai immediatezza, ma progressiva (e regressiva, si intende, almeno moralmente e civilmente parlando…) alterazione dei tanti status quo che pensiamo immarcescibili.

Il patriarcalismo di oggi non è ovviamente quello di due secoli fa. Ma le irragionavoli ragioni per cui ancora oggi permea gran parte dei comportamenti individuali e non della nostra esistenza vanno ricercate anzitutto nel modo in cui viviamo, nelle vicendevoli relazioni che abbiamo ogni giorno e che ci appaiono normali, perché identiche o simili a quelle di una maggioranza che, in quanto tale, è il principio della “normalità“.

Se è normale poter pensare che una persona sia “nostra“, che ci “appartenga” per il solo (pur importantissimo) fatto di volersi reciprocamente bene, lo è perché la nostra cultura del possesso è pressoché totale. Non c’è quasi nulla che possa essere definito “proprietà comune” entro la sfera del microcosmo giornaliero in cui ci muoviamo: dalla casa al computer, dal telefonino alla tv, dai libri alla bicicletta, dalla moto all’automobile.

Le cose sono nostre e le persone anche se si è creato quello che, forse anche qui impropriamente, chiamiamo “legame“. Ciò che ci lega ci dà sicurezza e al contempo ci limita nei nostri movimenti sentimentali, nella nostra autonomia di gestione anche dei pensieri e delle azioni.

Se ad essere messa in discussione fosse per prima la proprietà privata come fondamento della ricchezza e del benessere sociale, il castello di pregiudizi e di tradizionalismi quasi ancestrali finirebbe col crollare a poco a poco e a svelarci che, in fondo, possiamo vivere bene anche se consideriamo cose e persone interagenti con noi ma mai soltanto esclusivamente nostre.

La società capitalistica, anzitutto nella sua fase attuale spintamente liberista, non è compatibile con nessuna possibilità di ampliamento degli spazi sociali che ridurrebbero la competizione e il senso proprietario, mettendo in comune sempre più particolari e universali della nostra ben poco allegra esistenza. Il rovesciamento del senso patriarcale sta nell’affermazione di un senso esattamente opposto: quello di una uguaglianza non solo economica ma anche civile.

Senza un capovolgimento dei rapporti di forza produttivi, senza una destrutturazione dei cardini su cui poggia la logica del mercato e della concorrenza portata alle estreme conseguenze (quelle ad esempio dello sfruttamento di qualunque risorsa naturale) non potrà esserci una vera preservazione del mondo femminile da quello maschile e non si potrà fare altro se non richiamarsi ad un senso etico di rispetto da parte degli uomini nei confronti delle donne.

Un atteggiamento di effimera benevolenza nei confronti di una coscienza che, un attimo dopo l’appello, il richiamo e magari anche l’approvazione di una legge in Parlamento, farà nuovamente i conti con tutti gli esempi peggiori che gli metterà davanti il suo limitrofo e il mondo nella sua interezza.

La donna come oggetto di soddisfazione delle esigenze dell’uomo, come comprimaria alla formazione della sua progenie, è dai tempi del ratto delle sabine che viene intesa in quanto tale. Anzi, è, per citare di nuovo la Bibbia, dalla Genesi che non ha un suo ruolo equipollente con l’altro sesso, con l’altro genere. E’ e rimane una costola del maschio. E’ creata dopo di lui da dio per accompagnarlo nel paradiso terrestre. Viene, quindi, sempre dopo e sempre e soltanto in funzione dell’uomo.

La lotta per l’emarginazione del patriarcato a ferro vecchio del passato non è possibile se non si mettono insieme l’avversità nei confronti di tutto ciò che alimenta questo enorme problema che abbiamo con il progressivo superamento della contraddizione massima che subiamo: il sistema dei profitti e delle merci, dello sfruttamento degli umani, degli animali, della natura.

Tutto si tiene, nulla si può astrarre dal contesto in cui, bene o male, si trova ad essere. Sarà l’emblema iconico di una rivoluzione ormai avvenuta e consolidata quando non diremo più: «La mia ragazza», ma semplicemente la chiameremo e la presenteremo agli altri solo col suo nome e questo basterà a tutti e per tutti per sapere che quella persona vive un rapporto speciale che va rispettato.

Molta strada è stata fatta e molta di più bisogna farne. Chi è così assorbito dall’amore materno che tutto permette e tutto concede e non fa il salto ad un’altra idea e sperimentazione dell’amore che deve poter essere condizionato da molti fattori, finisce per agire senza alcun freno, senza alcuna inibizione. Le tragedie come quelle di Giulia avvengono per questo: per un misto di incoscienza personale unita ad un contesto di incoscienza civile e sociale.

Se non rispondi ad altri se non a te stesso, puoi permetterti di non fermarti davanti a nulla. Il vero pericolo è questo.

MARCO SFERINI

23 novembre 2023

foto: screeenshot da Wikipedia, particolare della tela di Jean-Bertrand Redon (Odilon Redon) “Capo di una donna addormentata” (1905)

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