La morale schiacciata dal peso dei “figli dei tempi”

Riscoprire quanto possa essere profonda la Storia, allontanarsi dalla tentazione di una osservazione dei fatti del passato dalla sola superficie, quella resa visibile dal semplificazionismo estremo della sintesi necessaria...

Riscoprire quanto possa essere profonda la Storia, allontanarsi dalla tentazione di una osservazione dei fatti del passato dalla sola superficie, quella resa visibile dal semplificazionismo estremo della sintesi necessaria per le scuole e, purtroppo, anche per la società quotidianamente intesa, è un esercizio utile che dovremmo fare più spesso.

Prendendo in considerazione, come elemento davvero primario, la banale constatazione che la Storia di ogni epoca è – per quanto sia stato possibile date le fonti che ci sono pervenute – ricostruibile sempre più minuziosamente attraverso la conoscenza di tantissime testimonianze che vengono incrociate fra loro e che determinano quel grado di buona oggettività che ci consente di affermare che, in un determinato contesto, quel fatto è avvenuto e si è svolto in tempi e modi ben precisi.

Purtroppo, il tempo della nostra vita – è un dato oggettivo – non sarebbe sufficiente ad approfondire con tutta la dovizia del caso ogni singolo episodio storico: spesso ci si affeziona a certi periodi, a certe biografie di più o meno grandi attori del passato, memori di quella straordinaria definizione della vita data – secondo Svetonio – da Augusto sul suo letto di morte a Nola.

Noi sappiamo ricostruire quanto avvenne grazie, almeno fino ai primi del Novecento, soltanto mediante testimonianze scritte e tradizioni orali che le hanno accompagnate: le leggende popolari sono un po’ l’etimologia dei fatti storici; ne narrano le origini quasi mitologiche ma poi è compito dell’analisi meticolosa delle fonti, sono ricerca e studio negli archivi di Stato a creare lavori inoppugnabili, che servono alle giovani generazioni per sapere ciò che non hanno potuto vivere direttamente.

L’omicidio di George Floyd e di tanti altri afro-americani per mano della polizia statunitense ha generato una ondata di proteste mondiali che ha sollevato un orpello tanto ideologico quanto paradigmatico: quella sorta di revisionismo storico al contrario, che ha agito per far rientrare nella nuova stagione dei tempi antifascisti, liberali e repubblicani dell’Italia post-bellica anche figure che sarebbero state, altrimenti, poco edificanti, non inquadrabili nel contesto democratico e costituzionale.

Una opportunistica “riconciliazione nazionale” (almeno per quanto riguarda l’Italia…) delle culture e delle sensibilità, fatta nel nome dell’unità post-bellica e del giustificazionismo creato dall’ombrosa teoria che, in fondo, siamo un po’ tutti figli dei tempi in cui viviamo.

Per questo, si dice dalle parti di chi difende  dovremmo essere meno severi con chi ha vissuto a cavallo tra la prima e la seconda guerra mondiale: dovremmo essere comprensivi; capire che non si poteva sfuggire all’ordine costituito: tanto quello statale quanto quello morale che ne era figlio ciecamente obbediente.

Vale la pena qui ricordare Luisa Passerini, docente di storia contemporanea presso l’Università di Torino, in un suo lavoro del 1984, laddove si fa preciso riferimento proprio al rapporto tra “consenso” e “senso“, tra “consentire” e “sentire“. Problema dello storico e problema “storico” al tempo stesso è proprio la risoluzione di questa ambivalenza apparentemente dicotomica: chiunque vive in un determinato tempo non può essere astratto completamente dal contesto in cui si trova a determinare le proprie azioni, quindi a gestire la propria volontà (dunque anche la propria coscienza) dentro lo scorrere dei fatti che sono il “molteplice” e che, quindi, includono il singolo.

Il rapporto tra “consenso” di un regime e “senso” generale della società, è di per sé stesso complicato: tanto i fascisti quanto i nazisti dovettero fare i conti, nella loro intransigenza totalitaria, nella loro volontà di asservire ad una unica visione economico-politico-etica tutte le altre, con i rapporti di percezione delle singole persone e vi si scontrarono, prevalendo con la forza, con il blandimento delle promesse di uscita dalle crisi provocate dal primo conflitto mondiale, disegnando nelle menti smarrite di tanta parte della popolazione una nuova età dell’oro, una nuova rinascita imperiale tanto nelle terre di Arminio quanto in quelle di Cesare.

Chiunque fosse vissuto in quei tempi, avrebbe dovuto dunque adattarsi senza battere ciglio? Per quale ragione? Per seguire la convinzione che diveniva vasta e generale e che seguiva il conformarsi di un nuovo potere in uno Stato? Oppure avrebbe anche potuto sviluppare una critica, accettarne gramscianamente le conseguenze e subire tutte le coercizioni del caso?

Poiché siamo nel campo del soggettivismo, è difficile poter ridurre il tutto all’uno e fare come i nazisti e i fascisti: pretendere una uniformità pressoché totale degli individui al di sotto di una morale e di uno stile di vita in-discutibile. Ma ciò non assolve chi in tarda età, passata la “tempesta di acciaio” della guerra (la definizione è di Goebbels…) ha ritenuto di raccontare candidamente quanto gli era accaduto in gioventù, senza alcuna autocritica, senza alcun rimorso. Ma anzi, consegnandosi completamente all’alibi della figliolanza temporale, dell’essere il prodotto di quel dato momento, liberandosi da qualunque responsabilità legale e, di più ancora, morale.

I ragazzi del Centro sociale “Lume” di Milano hanno rivendicato l’imbrattamento della statua di Montanelli a Milano. I giornalisti chiedono loro i tanti perché del gesto. Ricevono, tra le altre, la risposta che rimanda ad una critica al modello liberista e ad un capitalismo che tutto comprende e tutto giustifica se rientra nella “morale” della pace sociale, della pace storica anche. Ma sembra che parlare di anticapitalismo sia relegarsi in un tempo ormai superato, fuori dalla modernità odierna, facendo riferimento alla vecchia cara “cassetta degli attrezzi” con cui per decenni si è tentato di costruire un grimaldello che sollevasse tanti orpelli ideologici e prevenzioni.

Tutto ciò che rimanda ad un critica anticapitalista è, per la altrettanto moderna (si fa per dire) letteratura giornalistica liberale, un cencio polveroso, un arnese vecchio da riporre in soffitta.

La storia del Novecento, che quella critica ha sviluppato con grande ampiezza, dovrebbe dunque anch’essa essere considerata ormai datata e, pertanto, in qualche modo consegnata ad un giustificazionismo che, a ben vedere, è proprio la negazione dei fatti storici.

Una forma di revisionismo indiretto, infiorettato con lo stile delle domande brevi, veloci e che pretendono sempre e soltanto risposte brevi e, possibilmente, adatte alla bontà dei tempi che, Covid-19 o meno, deve proseguire il suo spettacolo cinico, barbaro che ha assolto da sempre tanti carnefici divenuti uomini “perbene” e condannato tanti innocenti tacciati, dagli inizi del ‘900 ad oggi, d’essere quella “feccia ribelle” che sogna, che vuole una società impossibile.

MARCO SFERINI

16 giugno 2020

foto: screenshot

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