La Costituzione assente nella partita per il Quirinale

Era, è e sarà sempre imbarazzante scrivere di Silvio Berlusconi in quanto (auto)candidato alla Presidenza della Repubblica italiana. Per la sua storia imprenditoriale e per l’essere la quinta essenza...
Silvio Berlusconi

Era, è e sarà sempre imbarazzante scrivere di Silvio Berlusconi in quanto (auto)candidato alla Presidenza della Repubblica italiana. Per la sua storia imprenditoriale e per l’essere la quinta essenza dell’antitesi di una morale civile, sociale e politica che non ha forse eguali nella vita repubblicana.

Chi nei primi anni ’90 aveva l’età della ragione e quella per il voto, ricorderà benissimo la resistibile ascesa del Cavaliere nero di Arcore e ricorderà anche quanto è stato trasformato il Paese, proprio negli anni primissimi dei governi di centrodestra, dalla perversione anticostituzionale del berlusconismo, principio moderno fondante di un individualismo esasperato, di un ricorso al “self made man” d’oltreoceano declinato in salsa italica, dal retrogusto del craxismo rampantista.

Quell’egocentrismo privatizzatore ha, piano piano, standardizzato non solo i centri di potere dello Stato e piegato la Repubblica ad essere al servizio dell’impresa piuttosto che del lavoro, ma ha inoltre cambiato radicalmente i princìpi di morale politica e di interazione sociale tra le persone, tra i cittadini. Sono stati sdoganati comportamenti, concetti, frasi e riferimenti al passato che hanno consentito ad una cultura minoritaria, antistorica, intrisa di revisionismo e di riabilitazione delle indicibilità del dopoguerra.

L’affievolirsi di un fronte progressista veramente tale, i continui compromessi tra pubblico e privato, il riconoscere nell’avversario un interlocutore persino per le riforme costituzionali, hanno permesso al berlusconismo di ottenere insperati appoggi, di aprirsi vaste praterie di consenso ben oltre i margini ristretti della borghesia imprenditoriale di Confindustria e dei padroncini del Nord Est.

C’è chi sostiene, naturalmente tra i corifei del Cavaliere, che il passato non debba essere un metro di valutazione per un eventuale approdo al Quirinale del leader di Forza Italia: si dovrebbe prendere in considerazione l’oggi, quindi il Berlusconi campione del vaccinismo, tessitore moderato delle relazioni interne al centrodestra, abile manovratore politico dal senso dello Stato e delle istituzioni.

I “Forza seniores” hanno comperato una pagina de “Il Giornale” per descrivere tutte le virtù berlusconiane: un capolavoro di pateticità, di comicità forse involontaria ma che ha un effetto esilarante per chi, per l’appunto, negli anni ’90 aveva l’età della ragione e quella per votare e si è ritrovato in questi giorni catapultato in un “ritorno al passato” leggendo, ascoltando e vedendo dibattiti dove si parla di Berlusconi contro D’Alema, di centrodestra contro centrosinistra…

La vita politica del Paese, per un attimo, sfugge all’emergenza sanitaria, al draghismo, al contesto europeo e si catapulta nell’amarcord, facendoci ripercorrere addirittura l’eco lontana delle note degli inni di Forza Italia o del più recente “Meno male che Silvio c’è“.

Il dibattito sulla successione di Mattarella si sta avvitando in una spirale di tatticismi che prescindono da una visione di ampio raggio per il presente e per l’immediato futuro dell’Italia. Tutte le variabili dipendenti che influenzeranno le scelte del partiti, fino all’ultimo momento utile, non paiono tenere conto della costituzionalità dell’evento: si parla di autocandidature, di eccezioni sostenibili, di mutamenti necessari a causa dell’emergenza sanitaria e si lascia la Carta del 1948 sullo sfondo, rendendola un mero formalismo cui attenersi in quanto a procedure e riti.

Volutamente questo Parlamento privo di anima, sottomesso ad un esecutivo di “unità nazionale“, somiglia sempre più ad un luogo di ratifica di decisioni prese esternamente e non emerse da un confronto serrato tra le varie forze e  movimenti che – è bene ricordarlo – non rappresentano più adeguatamente le proporzioni elettorali, quindi i consensi che avrebbero se si andasse al voto oggi. La fine anticipata della legislatura è uno di quei deterrenti che stanno agendo da induttori al compromesso, da catalizzatori di voti per esprimere un presidente della Repubblica che garantisca tanto la stabilità di un governo quanto quella più generale dei poteri dello Stato.

La figura di Berlusconi, a questo proposito, sarebbe tutto tranne quella di un arbitro delle istituzioni: basti pensare al fatto che presiederebbe il Consiglio Superiore della Magistratura… Ma, come già accennato, non varrebbe nemmeno la pena discutere di una ipotesi del genere per la Presidenza della Repubblica, se non fosse che si è riaffacciata sulla scena politica con una sfacciataggine tipica del peggiore berlusconismo d’antan.

Se questo accade è perché esistono le condizioni sociali, economiche e morali, nonché quelle culturali: alla strutturata ignoranza di un fetta consistente di popolazione si aggiungono tutti quegli interessi personali che fanno cambiare idea anche ai più fermi sostenitori della coerenza a tutti i costi.

Il trasformismo italico fa sempre capolino quando c’è di mezzo un passaggio cruciale che determina scelte nette, draconiane, dove ci si deve schierare “pro o contro” senza se e senza ma. E quello dell’elezione del nuovo Capo dello Stato è uno di questi passaggi.

Si parla tanto di “strategia berlusconiana“, del tentativo di superare le prime tre votazioni – dove occorre per essere eletti al Quirinale la maggioranza relativa dei voti, quindi 672 elettori su 1008 – per arrivare alla quarta dove le possibilità del Cavaliere di essere eletto sarebbero a portata di mano. Tra franchi tiratori del centrodestra, carrieristi e opportunisti in altri gruppi, incertezze sulle presenze a causa del Covid e maneggi consueti, a Berlusconi mancherebbero una cinquantina di voti per poter avere l’elezione in tasca.

Troppi e troppo pochi. Dipende dai punti di vista e dalle analisi un po’ strampalate che si finiscono per fare in questi giorni, in mezzo al vociare di ipotesi, di nomi e contronomi, di conteggi fatti con un pallottoliere che perde continuamente i pezzi.

E Draghi? Che ne si fa? Un convitato di pietra? La stranezza delle autocandidature riguarda anche il Presidente del Consiglio. E’ uno tra campanelli di allarme che avvertono della sempre maggiore lontananza anche soltanto (e non è affatto poco…) dalla tradizione repubblicana, dalla consuetudine di non avere candidati ufficiali per il Quirinale, ma di lasciare libero il Parlamento (si fa ovviamente per dire…) di scegliere il Presidente tra una rosa di nomi che emerge di votazione in votazione.

Sappiamo bene che in ogni elezione del Capo dello Stato gli accordi preventivi sono sempre esistiti, ma erano molto più discreti. Forse lo erano un po’ ipocritamente, mentre oggi tutto viene cannibalizzato dalle reti sociali internettiane, da una informazione dell’immediatezza che sfugge persino all’ANSA e la batte sul tempo. Le mega dirette televisive fanno il resto: ci tengono incollatamente connessi ad un susseguirsi di momenti che riesce difficile capire, perché il punto di osservazione è così vicino da rendere inutile qualunque protesi visiva, qualunque strumento di analisi concreta.

Eppure, al tempo appena precedente la nascita del berlusconismo, nella così impropriamente detta “prima repubblica“, non esisteva una “campagna elettorale” per il Quirinale. E’ bene registrare questa anomalia che, lo si voglia o no, ci fa scivolare oltre il limite della concepibilità di un presidenzialismo tutto italiano, al pari dell’elezione diretta dei sindaci, dei presidenti di regione e magari pure del capo del governo.

La novità di questa partita per il Quirinale è il cenno costante ad un ricorso sia all’uomo forte che guidi Palazzo Chigi dal Quirinale, nel caso a prevalere fosse Mario Draghi, sia alla legittimità delle candidature, delle proposte personali rivolte ai partiti. Si sono invertiti i ruoli, quindi. Non sono più le forze politiche ad esprimersi in merito, tenendo conto del contesto sociale del Paese, ma sono gli aspiranti al Colle a farsi avanti. Con spregiudicatezza più o meno esplicita.

Il tatto e l’educazione tutta borghese di Draghi, da questo punto di vista, si differenziano molto poco dalla grossolanità e dall’irruenza di Berlusconi. C’è da augurarsi che le carte vengano sparigliate da qualche imprevisto e che la Costituzione (almeno quella formale, quella delle leggi consuetudinarie non scritte) ritorni ad essere la bussola dell’elezione. Non è una gran soddisfazione che lo sia per contrarietà di quanto accade (o non accade), ma sempre meglio di vedere al colle gli attuali due pretendenti al trono.

MARCO SFERINI

15 gennaio 2022

foto: screenshot 

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