Il “grande” problema del Natale da salvare

Ad ogni tempo il suo dilemma. Nell’autunno inoltrato, che scivola rovinosamente in un inverno da copertina di Dylan Dog, il tema è la festa delle feste: il Natale. Preoccupazione...

Ad ogni tempo il suo dilemma. Nell’autunno inoltrato, che scivola rovinosamente in un inverno da copertina di Dylan Dog, il tema è la festa delle feste: il Natale. Preoccupazione per non poter pregare in chiesa o assistere alla messa di mezzanotte? Niente affatto. O, almeno, così non pare al momento. Si tratta di una questione dirimente, che affonda le radici nella tradizione familistica italiana (e non solo): il cenone.

C’è quello natalizio, quello di San Silvestro e c’è anche il Covid-19 seduto a tavola con tutti noi, come convitato di pietra. Se ne sta lì, bello comodo, pronto a rimpinzarsi di nuovi polmoni da infettare: al coronavirus non interessano le parentele di primo, secondo o terzo grado. Certo… Meno gradi si sommano al cenone di Natale, meno probabilità vi sono che il patogeno faccia una scorpacciata e si diffonda come se non vi fosse un domani.

Un domani a fisarmonica: si riapre, si richiude, si riapre, si richiude. Colpa del governo? Colpa della gente che non si mette le mascherine, che crea assembramenti, che si lava poco le mani? A ciascuno le sue responsabilità. E così pure a Natale. Pare di sentire Eduardo che si rivolge a Pupella Maggio e al figlio scioperato nel ricordare loro “le feste comandate“, “così religiose“.

Fare il presepe non è vietato. Nemmeno addobbare l’albero (che sia finto, mi raccomando… lasciateli stare i pini nelle foreste, fateli morire di vecchiaia, come vorreste morire anche voi) è proibito. Si potrà cantare, guardare tutti i film che ci propinerà in replica la televisione: chi ha i servizi a pagamento addirittura farà indigestione di cartoni della Disney e di film dalla lacrima facile.

La tavola sarà imbandita, se volete già alla sera della vigilia: sarà un cenino, non un cenone. E forse eviteremo di spedire in rianimazione qualche persona anziana e di farle rischiare la vita. Certo che indispone, rende tristi e fa sentimentalmente male pensare ad un Natale dove i nipoti e i nonni non possono scambiarsi i regali, gli abbracci, i baci e tenere carezze.

Dopo ogni guerra tornano sempre i prati. I palazzi possono anche essere distrutti, ma un prato riprende sempre a vivere, rifiorisce e colora il mondo di nuova vita anche se tutto intorno sembrano dominare soltanto le macerie. Via dalle metafore e dalle immagini romantiche, è chiaro che le feste le passeremo differentemente da ogni anno che abbiamo conosciuto fino ad ora.

Vale per chi ha l’età di un bambino e vale per chi ha magari quasi un secolo di vita. E’ una linea di demarcazione della storia moderna: una pandemia, un evento che non si ricordava, in questi termini, da molto, da tantissimo tempo.  E’ spiacevole, sì: anche per chi, come il sottoscritto, ama il Natale per l’atmosfera. Non quella buonista a tutti i costi, fatta di tanti ottimi propositi disattesi negli altri 364 giorni dei dodici mesi. No. Non è quella l’atmosfera preferita e in cui ci si fa coccolare.

Semmai è la magia vera e propria della fiaba, del racconto evangelico, dell’idea che qualcosa di infinitamente grande come un dio possa scendere dalle stelle e sposare la causa dei poveri, dei derelitti, dei miserabili di ogni tempo. E’ questo rapporto tra enorme e minuscolo, questo riconoscimento della forza dei deboli che commuove e rende magica la festa che era del sole invitto.

C’è poco da prendersela col governo: gli si può imputare l’errore di non poco conto di aver trascorso il tempo estivo a rigirarsi le dita senza un piano chiaro di azione, suddiviso in diverse tempistiche, organizzato addirittura mensilmente, per gestire quel rigurgito della pandemia che sapevamo sarebbe ripiombato in mezzo a noi. Ma, onestamente, qui i concorsi di colpa ci sono e sono lampanti: se l’esecutivo sbaglia, i cittadini possono autogestirsi nei comportamenti che sanno essere preventivi rispetto alle infezioni.

Bisogna sempre aspettare d’essere imboccati, diretti e comandati per sviluppare un sufficiente senso civico e civile tale da dimostrare che abbiamo compreso la lezione di marzo e aprile e che non vogliamo si ripeta? Parrebbe proprio di sì. Ed anche quando si ha bisogno del comando, dell’imperativo categorico politico del governo, anche in questo caso non mancano per niente le finte ribellioni di chi pensa d’essere più scaltro e intelligente ed elude tanto le imposizioni quanto le raccomandazioni.

Ammirevole il paternalismo governativo nel disporre delle raccomandazioni, persino commovente, tanto quanto lo spirito magico del Natale. Ma sul serio si pensa che “raccomandando” qualcosa per proteggere il bene comune – facciamo un po’ di sanissima retorica e demagogia con una piccola vena di verità in mezzo – si otterrà per davvero il fine sperato? Perché di speranza si tratta. «Chi vuol esser lieto sia», per dirla col Magnifico, ma dell’applicazione delle raccomandazioni davvero non c’è alcuna certezza.

La gestione abborracciata della seconda fase della pandemia ha mostrato il cosiddetto “effetto fisarmonica“: chiusura  e riapertura, rilassamento e restrizioni vanno di pari passo, si alternano così come si espande e si comprime il mantice del melodioso strumento musicale. E’ la dura legge non del gol ma dell’improvvisazione che diventa figlia di una politica strattonata di qua e di là dagli interessi di bottega, di industria, di corporazioni e di finanze varie impegnate nelle quotazioni borsistiche.

La collaborazione al regime dell’incertezza sulla verticalità della curva dei dati la danno anche, indubbiamente, i singoli comportamenti che non possono essere espunti dalla lista dei contratti di collaborazione continuativa degli incomprensibili, di coloro che ripetono errori già commessi e ricommessi, che perseverano nell’infischiarsene della circolazione del virus e di quelli che, già fin troppe volte citati (e che non meriterebbero alcuna considerazione), asseriscono di saperne più di tutti: specie di complottisti, di riduzionisti dell’emergenza sanitaria, per cui la mascherina non serve a nulla, lavarsi le mani poco o niente e la distanza sociale è una dittatura sanitaria governativa.

Cretini di tutti i tempi unitevi, non avete niente altro da perdere che la vostra salute e avete una cassa da morto da guadagnare, per parafrasare la chiusura del “Manifesto del Partito comunista“. La difesa della salute pubblica è un tema tanto importante da rivoluzionare qualunque convinzione granitica si potesse mai avere sul piano istituzionale, rimettendo in discussione persino il bilateralismo tra Regioni e Stato, aprendo solchi che non saranno facilmente colmabili con una scrollata di spalle, ma con una seria riforma del Titolo V della Costituzione.

Perché un’altra pandemia affrontata in questo modo sarebbe deflagrante per il sistema statale e sociale che è messo a dura prova e che oggi si regge sulla drammaticità dell’inevitabile, giorno per giorno.

Il Natale, dunque, compresi cenoni, cenette, aperture dei regali, incontri e riscontri, non sarà come lo abbiamo fino ad ora vissuto. Pazienza. Ciò che importa è salvaguardare la vita di ciascuno e di tutti: nessuno escluso. Per questo la durezza nel raccomandarsi alle regole primarie e nell’imbufalirsi quando ci si accorge di tante leggerezze individuali e di tanta sbadataggine governativa, sono comportamenti “naturali“, non rimandabili al dopo, ma vivibili nell’oggi, per scaricare anche tensioni che ci porterebbero altrimenti al collasso personale.

Il calendario dell’avvento andrebbe sostituito con quello dell’avvento di una cura per il Covid-19. Ma sarebbe un calendario con troppe finestrelle da aprire. Prendiamo quello classico, contiamo i giorni che ci separano dalle feste e viviamole senza pensare che esista un complotto planetario per assassinare Babbo Natale o rapire Gesù Bambino. Può darsi che invece che qualcuno ce l’abbia con le renne, col bue e con l’asinello… Chissà…

Ci penseranno gli elfi a salvare il Natale. Nessuno li ha mai visti, ma si aggirano nei boschi, sotto le foglie, tra i funghi e le radici di grandi alberi. Un po’ come gli infermieri, i medici e tutti coloro che sono stati dimenticati e che da angeli di marzo e aprile sono divenuti l'”ovvio” che c’è e che deve curarci. Crediamo pure agli elfi delle brughiere, ma pensiamo, senza retorica alcuna, che i veri angeli sono quelli che sembrano astronauti, marziani, esseri alieni e che invece sono lì, stanchi, esausti e pieni anche di rabbia perché dal Palazzo alle piazze non si fa proprio tutto quello che si dovrebbe per aiutarli in questo immane sforzo.

Proviamo ad essere degli angioletti anche noi: chi per il troppo peso dovesse sfracellarsi a terra come Icaro o Simon Mago, non se ne abbia a male. Si può sempre imparare a volare, anche se si pensa di essere un gatto. Vero Sepùlveda?

MARCO SFERINI

15 novembre 2020

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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