Il governo Draghi tra consulenze private e pubbliche virtù

Che cos’è di preciso il Governo Draghi? Come intende procedere nella allocazione delle risorse che proverranno dal Recovery Fund? Oggi, se si vuole conoscere la natura dell’esecutivo, più che...

Che cos’è di preciso il Governo Draghi? Come intende procedere nella allocazione delle risorse che proverranno dal Recovery Fund? Oggi, se si vuole conoscere la natura dell’esecutivo, più che osservare l’eteromogenea maggioranza che lo sostiene, va puntato lo sguardo su coloro ai quali l’ex governatore della BCE chiede consiglio per progettare l’azione specifica nel merito economico.

Prima ancora di mettere in pratica la sua natura liberista e privatista nella progettazione di politiche e riforme per i prossimi mesi, Draghi mostra immediatamente la logica che lo guida: lo Stato chiede una consulenza alla McKinsey, la più grande società multinazionale di consulenza per le strategie aziendali, per vagliare la soluzione migliore – confrontata con le mosse degli altri Stati dell’Unione Europea – sulla distribuzione dei fondi nella gestione pandemica, mentre la campagna vaccinale zoppica vistosamente.

Dunque, sebbene da più parti arrivino rassicurazioni sul fatto che Ministero dello Sviluppo economico, Tesoro e Governo abbiano saldamente in mano la situazione e pure le idee chiare in merito, la McKinsey viene pagata per un “rimborso spese“, 25.000 euro. Si tenta di minimizzare, di riaffermare il ruolo centrale dello Stato in sé stesso e per sé stesso.

Ma è sempre più chiaro che chi ragiona con parametri da banchiere e da uomo dell’alta competizione finanziaria, trovi naturale affidarsi ad una società privata per farsi consigliare su come dovrebbe agire lui da istituzione pubblica, da Presidente del Consiglio della Repubblica, immaginando di essere nei panni di un amministratore delegato di qualche grande azienda o ancora di governatore di una qualche banca continentale.

A ben vedere, lo scandalo non sono affatto i 25.000 euro di prebenda avuti dalla McKinsey. A confronto delle cifre enormi nel buco di bilancio dello Stato, per davvero si tratta di briciole. Ma il punto è la politica del governo, la visione della stessa che ha Draghi e l’interpretazione del ruolo sociale delle istituzioni che sembra essere un contorno formale, una appendice dipendente dalla variabile incostante del mercato.

Spingere la Repubblica ad un confronto con una logica privatistica, persino nelle funzioni più primarie assegnate dalla Costituzione ai singoli poteri dello Stato, è qualcosa che va oltre la sfacciataggine spregiudicata di un banchiere non qualunque: magari si trattasse solo di una impostazione del tutto personale. Draghi è la quinta essenza di un ruolo che gli è dato dal sistema in cui egli stesso si è ed è inserito da sempre.

Chiedere una consulenza ad una grande azienda mondiale, che si occupa di rifare il trucco alle imprese più competitive per esasperare ancora di più la vicendevole competizione nell’accaparramento di settori sempre più redditizi di mercato, non è – lo si capisce fulmineamente – la stessa cosa del rivolgersi ai tecnici dei ministeri o anche ad esperti del settore, chiamati in causa come cittadini che diano un contributo in tal senso alla nazione.

E’ proprio l’ambito pubblico ad essere ritenuto insufficiente e necessitante, senza l’ombra di un benché minimo dubbio liberista, dell’interessato appoggio di spalla del privato. Naturalmente, siccome il simile conosce il suo simile, parafrasando Protagora si potrebbe affermare che il privato conosce bene sé stesso e qualunque altro privato e, pertanto, i consigli che potrà dare alla Presidenza del Consiglio saranno quelli che ci si vorrà sentir dire, senza smentire una linea di intervento nella distribuzione delle risorse del Recovery Plan che vada nella direzione di una tutela delle grandi imprese tutt’altro che in pericolo, a scapito dei piccoli e medi centri produttivi.

Pesce grande mangia pesce piccolo: nel mare magnum del capitalismo italiano vale questa regola universale, soprattutto in tempi di pandemia, dove si ridisegnano i contorni del salvabile e si ridefiniscono i confini mollemente labili del necessario – si intende – “al bene del Paese“, “per lo sviluppo del Paese“.

Leggermente oltre il compimento del primo triste compleanno della pandemia, l’Italia oltrepassa quella che viene definita la “soglia psicologica” dei 100.000 morti. A molti parrà una cifra poco considerevole: cosa sono rispetto a 60 milioni di italiani? Ben poco… E’ il cinismo del raffronto tra insiemi diversi, eppure così raffrontabili perché effetto di cause simili, spesso identiche: senza lo smantellamento dei presìdi sanitari di base, della medicina territoriale, dei primi interventi di prossimità, si sarebbero potute evitare molte di quelle morti. Senza la destrutturazione della sanità pubblica, lo spezzettamento che ne è stato fatto affidandone la gestione e i pieni poteri ai singoli egoismi regionali e localistici, se ne sarebbero potuti evitare molti altri decessi, tante criticità anche sociali.

Se oggi il governo, nel pieno di una terza ondata di recrudescenza del virus, ritiene di doversi affidare alla McKinsey per scoprire il miglior modo con cui gestire economicamente una emergenza contingente, viene spontanea una domanda ulteriore e che si somma alle stigmatizzazioni già espresse: siamo innanzi ad una eccezione dettata dall’enormità della crisi pandemica e dall’emergenza sanitaria in corso, oppure è soltanto il primo atto di una nuova stagione della politica di governo nei confronti di ogni settore di intervento pubblico nella vita quotidiana degli italiani, nell’amministrazione costruttiva dell’intero sistema – Paese?

Se avessimo a che fare con un governo anche soltanto somigliante al Conte bis, questo interrogativo potrebbe avere la dignità della giusta osservazione in forma dubitativa. Ma siccome il nuovo governo fa affidamento su una maggioranza così ampia da essere, senza soluzione di continuità alcuna, il consapevole contraddittorio e confuso epifenomeno politico e antisociale di una parata di stelle tutte lì per la salvezza nazionale, c’è da attendersi una acquiescenza prevedibilissima nei confronti delle scelte della Presidenza del Consiglio.

Lo stesso metodo comunicativo è emblematico: nessuna domanda è per ora concessa ai giornalisti, nessun confronto, interlocuzione. A domanda, da Palazzo Chigi rispondono solo i comunicati ufficiali. Draghi rompe il silenzio con un video messaggio algido, privo di qualunque empatia e non ci dice nulla di nuovo che già non si sappia. Non vi è tema di smentita nelle sue parole in merito ai timori peggiori sulla linea che il governo porterà avanti nei prossimi mesi nel redistribuire le centinaia di milioni provenienti dall’Unione Europea.

Il decisionismo è l’arma imbracciata dal piglio risoluto della freddezza del banchiere: la precisione nel calcolare, elaborare e nel saper fare. Tutte doti apprezzabili ed encomiabili, se fossero messe al servizio di un Paese che ha bisogno di un ritorno prepotente al pubblico, ad investimenti immediati che risollevino la capacità di ripresa della ricerca scientifica e medica, che riconnettano il tessuto sociale con nuovi sviluppi di reti protettive fatte di garanzie stabili per chi è precipitato sotto la soglia della povertà strutturale.

E’ inutile chiedere a Draghi una patrimoniale per finanziare larga parte di queste necessità impellenti. E’ inutile chiedergli di considerare la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario o la riaffermazione di un principio di tutela del lavoro che sconfessi le gravi parole di Confindustria ligure che ritiene si tratti di un “privilegio“, di una concessione regalizia verso i sottoposti moderni proletari che tanti fingono di non vedere.

Ma non è inutile avere la consapevolezza che tutto questo è possibile se si rovesciano i rapporti di forza, se si inizia a pensare che il PD e altre piccole formazioni presuntamente (e presuntuosamente) di sinistra siano in maggioranza e al governo per fare gli interessi delle classi meno abbienti, dei lavoratori e delle lavoratrici. Chi davvero vuole proteggere queste decine di milioni di italiani, deve invece battersi contro la storiella, raccontata molto efficacemente da ogni mass media, secondo cui la sinistra è al governo con la destra. Una ignominia, sì. Perché di sinistra non ve ne è nemmeno l’ombra.

MARCO SFERINI

9 marzo 2021

foto tratta da Facebook

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