“Fase 2”: la responsabilità di ciascuno, per tutti

Lo slogan scelto dal governo per la cosiddetta, celeberrima “Fase 2” (il collegamento è alle domande più frequenti su quello che si potrà o non si potrà fare dal...

Lo slogan scelto dal governo per la cosiddetta, celeberrima “Fase 2” (il collegamento è alle domande più frequenti su quello che si potrà o non si potrà fare dal 4 maggio in avanti) nell’affrontare la pandemia da Covid-19, recita così: “Se ami l’Italia, mantieni la distanza“. Mi permetto di tradurlo dalla sua connotazione patriottica in una un po’ più sociale: “Se vogliamo fare il bene comune e tutelare la salute di ciascuno e di tutti, manteniamo la distanza“. Comprendo di avere la capacità di sintesi di Lina Wertmuller quando faceva i titoli dei suoi film, quindi rivendico al massimo solo una parafrasi del tutto personale e per niente intuitiva, come del resto è utile che sia uno slogan in quanto tale.

Credo, comunque, che il concetto debba essere chiaro: visto che risulta molto complicato affidarsi alla buona creanza dei vari presidenti di Regione e all’interazione collaborativa tra le varie istituzioni dello Stato, occorre ed occorrerà affidarci al nostro buon senso civico. Ne manca tanto e anche in larga parte della popolazione, ma tentare non nuoce. O forse sì, ma vale la pena provarci.

Dobbiamo essere noi stessi la Repubblica, diventarlo ogni giorno, richiamare alla nostra mente una sensibilità tale nei confronti della salute personale da coniugarla con le parole che sono a fondamento del principio dell'”Etica della reciprocità” (chiamata anche “Regola d’oro“). Ben prima delle parole evangeliche: “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te“, richiami a questo comportamento li troviamo leggendo Diogene Laerzio nella sua opera “Vite dei filosofi”. Nel capitolo primo, parlando del disattento Talete, sempre intento a guardare il cielo e molto poco la terra, tanto da finire dentro un fosso, il grande pensatore greco pare che un giorno abbia esclamato: “Evita di fare quello che rimprovereresti agli altri di fare“.

I grandi pensieri sfuggono anche all’aurea religiosa che qualcuno ha voluto loro attribuire. Le parole di Gesù sono declinate molto più personalmente e si riferiscono “agli altri” quanto “a te“. Si stabilisce quindi un rapporto di causa ed effetto tra due entità: una molteplice, collettiva, ed una singolare. Con tutto il bene che possiamo volere a Talete, dobbiamo citare anche un maestro di retorica quale fu Isocrate. Sempre in merito alla “regola d’oro“, il cittadino di Erchia pare che abbia esclamato un giorno: “Non fare agli altri ciò che ti riempirebbe di ira se fatto a te dagli altri” (“Nicocle“, 6).

Dal viaggio nel tempo appena fatto, torniamo all’oggi, alla nostra Fase 2 dell’Italia all’epoca del Coronavirus: non siamo affatto certi che da domani il contagio continuerà la sua curva discendente (che peraltro discende soltanto in alcune regioni, mentre aumenta in Piemonte e Liguria, nella provincia autonoma di Trento e in alcune zone dell’Emilia Romagna…) e soprattutto destano molta incertezza anche le norme prese dal governo per continuare a gestire in sintonia tanto la riapertura di importanti settori industriali su vasta portata insieme a misure meno restrittive riguardanti la vita quotidiana dei cittadini.

E’ davvero curioso, ad esempio, come possa risultare meno pericoloso andare a trovare, in merito al capitolo sulle parentele così discusso in questi giorni, “i coniugi, i partner conviventi, i partner delle unioni civili, le persone che sono legate da uno stabile legame affettivo, nonché i parenti fino al sesto grado (come, per esempio, i figli dei cugini tra loro) e gli affini fino al quarto grado (come, per esempio, i cugini del coniuge)“, mentre ciò non valga per la semplice, diffusissima categoria degli “amici“.

Maria De Filippi non ne sarà particolarmente contenta. E’ vero che il nuovo decreto avverte i cittadini sul rischio di moltiplicare gli incontri e invita a ridurli il più possibile prescindendo dal grado di parentela. Ma è altrettanto vero, perché evidente, che il rapporto familiare viene trattato con qualche privilegio soltanto per il fatto di essere tale e di rappresentare, in un certo qual modo, una incomprensibile fonte di garanzia di migliore protezione dal contagio rispetto al semplice rapporto amichevole che si può avere, anche molto fraternamente, con chi non ci è per forza parente.

Insomma, la possibilità di trasmettere il Covid-19, a meno che studi medici ed evidenze scientifiche non dimostrino il contrario (ma non esistono al momento studi fatti su questo ambito particolare di sviluppo del contagio), vale tanto nei confronti di cugini di primo o secondo grado quanto nei confronti dell’amico più stretto che si possa avere e considerare reciprocamente tale.

La verità risiede non nella ratio della norma, che ratio proprio non ne ha, ma nel tradizionalismo cattolico del nostro Paese, nel suo considerare la famiglia un “luogo” protetto, sicuro, come se detenesse a priori una sorta di “immunità di gregge” predeterminata dal semplice rapporto parentale. L’amicizia non immunizza, è estraneità in una società moderna, che si fregia d’essere mentalmente aperta, capace di comprendere le differenze e così ottusa dal reputare l’amica o l’amico una possibile fonte di contagio superiore a quella rappresentata da sorelle, fratelli, cugini mai visti da anni, zii o nipoti e via dicendo…

Non è il grado di parentela che ci rende certi o, quanto meno, tranquilli rispetto al tasso di contagiosità, di replicazione del virus da persona a persona; semmai sono le così tante fragilità sociali di un sistema politico e istituzionale, tutto proteso a tutelare i profitti imprenditoriali tanto da stanziare 40 miliardi per le grandi industrie, dal ritenere sicura la copertura dell’aumento del debito pubblico mediante gli acquisti del medesimo fatti dalla Banca Centrale Europea, mentre alla grande massa dei lavoratori viene destinata una cifra miserevole: 36 miliardi di euro, che non mettono in salvezza nemmeno un terzo dei posti di lavoro attualmente a rischio.

La sospensione trimestrale dei licenziamenti, almeno, è una misura più concreta ma viene gestita dentro una fase 2 del rapporto tra mondo padronale e mondo del lavoro dove il motore della ricchezza del Paese rimane sempre e soltanto la funzione imprenditoriale che, infatti, viene messa avanti a quella del complesso articolato e particolareggiato reticolo di contratti parcellizzati, di tante forme di precarietà che non si intendono mettere in sicurezza, ma perpetuare ancora in uno stato di crisi non solo sanitaria ma anche economica e sociale.

A questo proposito, il Presidente del Consiglio è stato sufficientemente chiaro in una intervista a “La Stampa” in data odierna. A domanda del nuovo direttore Massimo Gianni, Conte risponde: “Sì, escludo una patrimoniale. Il nostro debito rimane sostenibile nel quadro di un risparmio privato molto cospicuo e di una resilienza particolarmente spiccata del nostro intero sistema economico“.

Dunque, di tassare i grandissimi ricchi di questo Paese non se ne parla e si fa affidamento sulla capacità di adattamento del sistema economico italiano alla fase dell’emergenza gestita con un aumento del rapporto tra debito pubblico e Prodotto Interno Lordo che supererà ben presto l’attuale 160% e che ha le potenti agenzie di rating giudicano negativamente, declassandoci a suon di “B” aggiunte ad altre “B” con qualche segno meno davanti.

Ma, sostiene Conte, il governo è solido e non teme le scaramucce con Italia Viva: normale dialogo interno alla maggioranza. Ma il Presidente del Consiglio non si considera nemmeno un Cincinnato qualsiasi, buono per le emergenze e messo da parte subito dopo, seppur volontariamente. E’ probabile, dunque, che stia calcolando anche la possibilità di dare vita intorno al suo personale consenso ad un partito che ne sia esplicita rappresentazione. Magari dopo la pandemia, per raccogliere i frutti della gestione emergenziale da Palazzo Chigi.

Insomma, la “Fase 2” si presenta confusa, piena di contraddizioni tra enti dello Stato, satolla di normative che confliggono tra loro e che rischiano di essere impugnate da Roma se saranno troppo emendative del testo originario del nuovo decreto. Ecco, allora, il richiamo iniziale alla buona creanza di ognuno di noi: chi può, resti a casa. Consideriamo i fatti per quello che sono: ci troviamo ancora in pieno sviluppo pandemico e il virus circola con una facilità impressionante.

La responsabilità tocca prendersela due volte: come esseri umani e come cittadini consapevoli del ruolo sociale che dobbiamo avere prescindendo dalle diatribe tra Stato e Regioni, dalle troppe certezze di alcuni e dalle altrettanto troppe paure di altri. Creiamo una nostra fase, un guscio di protezione che non escluda i rapporti sociali ma che li tuteli laddove vengono trattati con la morale cattolica da un lato o con il troppo lassismo dall’altro.

La giusta misura sta ancora tra la fase 1 e la fase 2. Quelle con le “effe” minuscole, quelle non di Stato, non di Regione, ma semplicemente affidate ad una rinascita del civismo in una Italia percorsa solamente dalla voglia di riapertura per ridare fiato ai profitti e alle dinamiche speculative dei grandi possidenti, di coloro che da domani potranno andare al maneggio a curare i loro cavalli o sul loro yatch per lucidarne i preziosi lignei pavimenti.

MARCO SFERINI

3 maggio 2020

Foto di fernando zhiminaicela da Pixabay

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