Dargen, Ghali, Berté e Mannoia, polifonia umana

Di Sanremo se ne può parlare a sinistra soltanto quando sta per finire, perché altrimenti gli snobisti rivoluzionari che si credono al di sopra di qualunque altra morale, giudicano...
Amadeus, Dargen D'Amico, Loredana Bertè, Fiorella Mannoia, Ghali

Di Sanremo se ne può parlare a sinistra soltanto quando sta per finire, perché altrimenti gli snobisti rivoluzionari che si credono al di sopra di qualunque altra morale, giudicano e puntano il dito: non puoi, tu, che sei contro questo sistema guardare un festival della canzone milionario, dove la retorica la si evince praticamente un po’ ovunque. Dove, dalla scenografia maestosa alle conduzioni sopra o sottotono, luccica tutto e contrasta con quella società che sai essere non solo canzonette.

Ma, intanto, di Sanremo si parla. Nel bene e nel male, dal paradiso all’inferno, senza passare per un purgatorio che somiglia sempre un po’ ad un deserto di noia, ad una fragorosa perdita di tempo. E siccome se ne parla, parliamone. L’aneddotica qui si sprecherebbe, perché ogni sera c’è una miriade di siparietti inventati, creati, subiti, cercati, voluti, improvvisati e spaventevoli per questo.

Quindi meglio focalizzarsi su qualcosa che trascenda la claustrofobica banalità del già detto, già sentito, già visto. Meglio andare alla radice delle cose, facendo i radicali mentre tutto intorno i trattori tratteggiano i percorsi di marcette su Roma, capitanati da ex forcaioli pseuodnazionalisti, con tanti tricolori inastati sui mezzi che rumbombeggiano sull’asfalto e che, seguendo le grosse orme francesi e tedesche dei loro colleghi, trascinano la povera mucca Ercolina in ogni dove.

Tra il rumore dei grossi pneumatici che furoreggiano e intasano le circonvallazioni più grandi d’Italia, la sanremesimità di queste serate fa emergere alcuni spunti di riflessione tanto dai testi delle canzoni quanto, in particolare, dalle intenzioni dei loro autori e dei cantanti che le interpretano. Primo caso: Dargen D’Amico e la su “Onda alta“, Nessuna interpretazione favolistica o immaginifica del testo, perché lo dichiara lui stesso: è ritmicamente seducente, epperò tratta del tema delle migrazioni e, nello specifico nel Mediterraneo.

Con coraggio, gliene va dato atto, il giudice di X Factor porta sul palco dell’Ariston un brano che crea un contrasto evidente tra la gioiosità e la tragedia, tra quella che dovrebbe essere la normalità dell’esistenza e la turbolenza degli elementi naturali che ti divengono nemici nel momento in cui sei costretto a sfidarli per sopravvivere. «Sta arrivando sta arrivando l’onda alta / Stiamo fermi, non si parla e non si salta / Senti il brivido / Ti ho deluso lo so / Siamo più dei salvagenti sulla barca / Sta arrivando sta arrivando l’onda alta / Non ci resta che pregare finché passa».

Terminata la prima esibizione, Dargen si profonde in una durissima condanna delle guerre. Tutte. Ma mette l’accento sulla tragedia palestinese e questo gli costa, ovviamente, i mugugni e i malumori dei commentatori seriali che si affannano sui social a dire che la politica deve rimanere fuori dal festival, che la musica è altro, che lo spettacolo non ha da essere contaminato con siffatta cosa sporca.

E così, probabilmente un po’ intimorito dall’esito elettorale del televoto che gli toccherà questa sera, anche D’Amico precisa, puntualizza il giorno dopo. Quasi ritratta. Perché, ammette, che lui ha commesso tanti sbagli, manchevolezze ed errori nella vita ma, non sia mai, quello di accostarsi alla politica. Il qualunquismo populista è servito. Ha avuto la sua dose di rivendicazione spettacolistica sul palco della più grande kermesse italiana.

Ma la politica non è sporca, non è lurida e non imbratta nessuno. Basta sapere di quale politica si parla. Perché, andando a ritroso fino all’etimologia del termine, è affare della città, è amministrazione di sé stessi entro il collettivo e viceversa: è condivisione di interessi, è manifestazione del pensiero in tutti i modi possibili. E’ impegno e volontà. Solo la sua traduzione istituzionalista ed economicista nel potere per il potere ha pervertito la politica e l’ha resa politicantismo di bassissima lega.

Cantare sul palco di Sanremo della tragedia dei migranti, è fare politica, anche se magari si pensa di cantare una canzone a metà tra l’allegro andante e l’impegnato. Perché se così non fosse, toccherebbe sospettare che certi temi vengono utilizzati dagli artisti perché seguono l’onda alta della trattazione attualistica, dell’emotività crescente supportata da fenomeni di coinvolgimento empatico che, giustamente, trovano la loro esponenzialità nel raffrontarsi con coloro che provano a passare le acque di un mare sempre più ostile.

Il messaggio che Dargen D’Amico inserisce nella sua canzone è apprezzabile. Meno la sua controriforma del giorno dopo, la sua presa di distanza dalla politica che non era necessaria se non per dire: guardate che io penso quello che ho detto e quello che ho scritto, però mica volevo stare da una parte, con un colore, con un qualche dannatissimo riferimento ideologico. Non sia mai! Anatema verso le ideologie e chi ancora oggi le vorrebbe ritornate in mezzo a noi.

Passiamo al secondo caso: Ghali. Oltre ad invidiargli la chioma lunga e così ben lavorata, non gli si può non invidiare anche il sogno cosmopolita che da “Casa mia” al coveristico medley che inizia con”Bayna” e finisce con “L’Italiano” di Cutugno,  produce il fil rouge di un legame indissolubile di una umanità pluriculturale, plurilingue, che fa incazzare i sovranisti di casa nostra, che non sfigura nel Festival della canzone italiana, perché, regolamento o no, qualche parola forestiera ci deve pur stare se le canzoni vogliono farsi capire oggi.

Così, meglio di un dialogo con un extraterrestre, cosa può esservi per guardare dall’alto verso il basso la tragedia di una umanità che si umilia da sé, che si combatte da millenni e che si ammazza per il potere, per l’onore, per l’identità, per il colore della pelle, per la religione professata, per la filosofia di un pensiero al di qua della più coriacea immanenza? Ma, siccome si capisce molto bene che parla di Gaza, della Palestina, della guerra come irrisolvibilità delle controversie internazionali, la comunità ebraica italiana se la prende col giovane rapper.

E si lascia andare ad una ricostruzione storica che tocca le leggi razziali, arrivando fino al 7 ottobre dell’attacco terroristico di Hamas. Tutto deve essere giustificato ad Israele. Pazienza se il diritto di difendersi si traduce in quasi trentamila morti palestinesi, in dodicimila bambini assassinati dalle bombe e dalle armi di Tsahal. I morti giustificano altri morti. E’ una logica degna del ricordo dei milioni di sterminati da Hitler nel corso della Seconda guerra mondiale? Si può sempre invocare la propria tragedia per giustificare quella che si fa subire ad altri?

La risposta di Ghali è “Bayna” nella serata dei duetti e delle reinterpretazioni di vecchie canzoni: dalla sua Tunisia a tutto il mondo arabo. Mentre saluta bilinguisticamente (“Ciao. Salam-Aleikum“), andiamo a scorrere sul telefonino la storia della canzone. Oggi è anche una nave. Una di quelle che il governo vorrebbe incolpare dell’invasione, della sostituzione etnica: salva i migranti che l’onda alta travolge e a cui non lascerebbe scampo. Salva delle vite che da una casa passano ad un’altra.

Ma è difficile poter dire dove sia la propria casa quando non se ne ha più una. Quando tonnellate di macerie la ricoprono. Case su case. Pezzi di muri che rovinano sempre più in basso insieme alle migliaia di cadaveri che vi sono sepolti sotto.  «Siamo tutti zombie col telefono in mano / Sogni che si perdono in mare / Figli di un deserto lontano / Zitti non ne posso parlare / Ai miei figli cosa dirò». La modernità ci ha preso la mano, ci ha folgorato i pochi neuroni che ancora avevamo in testa, ha appiattito le nostre capacità critiche, sfilandoci il dubbio, sottraendoci il sospetto e regalandoci un sottinteso sempre a più buon mercato.

La conseguenza è che siamo rimbecilliti pur senza volerlo e ci siamo fatti trascinare, per stare nella tribù che balla, dentro ad un corto circuito di semplificazionismi e di riduzionismi in schiavitù dei nostri tratti empatici, delle nostre capacità umane di essere animali senza essere, per questo, considerati volgarmente “bestie“. Soltanto Teresa Mannino osa, di sfuggita, ricordare che «siamo animali anche noi».

Ma non lo fa per esprimere un disappunto sul fatto che torturiamo gli altri esseri viventi per compiacimento ludico (circhi, arene, corse, combattimenti…), per il gusto di un palato abituato al sangue e alle viscere, per il profitto.

E’ un passaggio soltanto nei testi molto belli che, peraltro, le hanno scritto. Ed è un passaggio importante. A volte basta una frase per agitare un pensiero e una riflessione profonda. Chissà… A Sanremo si fa musica, si fa politica (nonostante Dargen D’Amico pensi che sia meglio scansarla) e si fa quello spettacolo che l’Italia vuole che vada in scena: la leggerezza unita ad una buona dose di sentimentalismo e di ottime predisposizioni a ricordarsi del bene e del fare il bene. Buoni propositi prima di tutto. E poi le canzoni.

Beh… una quota di perbenismo tocca a tutti prima o poi. Un goccio di ipocrisia volete che non manchi? Siamo animali umani e, a differenza dei castori, dei cinghiali, delle foche e dei pipistrelli, così come delle mucche, dei maiali, dei cavalli e dei piccioni, siamo capaci di calcolare quello che è meglio per noi a discapito di altri. E lo facciamo anche molto attentamente e con assoluta umanissima pervicacia.

Un plauso speciale lo merita l’energia di Loredana Bertè, così come lo merita il tentativo di Fiorella Mannoia di parlare delle donne senza mendicare spiccioli di irrespirabile condiscendenza da parte del pubblico. Due voci così diverse, due canzoni altrettanto tali, ma accostabili: il messaggio è lo stesso, la presa in carico di sé stesse davanti a tutto e tutti. L’indipendenza non come concessione altrui, ma come conquistata consapevolezza dei diritti che non sono dati ma presi e tenuti stretti.

«Col cuore che ho spremuto come un dentifricio / E nella testa fuochi d’artificio / Adesso vado dritta ad ogni bivio / Va bene sono pazza che c’è, che c’è / Io sono pazza di me, di me». Amarsi senza scadere nell’egoismo. Amarsi e piacersi senza dover per forza piacere agli altri. Volersi, quindi, bene. Con grande semplicità, ma anche con il desiderio di poterlo far conoscere questo amore e trasmetterlo vicendevolmente a chi può apprezzarlo e quindi ricambiarlo.

Il Festival è tutto questo. Ed è anche Giovanni Allevi che fa apprezzare la meraviglia dell’esistenza nella conoscenza profondissima del dolore. Ed è pure John Travolta che si becca duecentomila euro per ballare pochi secondi di vecchi successi cinematografici e un dissacrante “Ballo del qua qua“. Molti hanno sentenziato che così si è conclusa ingloriosamente una grande carriera. Ma, domando: che contraddizione c’è tra l’essere stato un grande attore, un ottimo ballerino e un ospite comico a Sanremo?

Non ci si può prendere in giro? Non si può condividere una autoironia con una grande stella del cinema? Se non è troppo permalosa, sì. Ma, a quanto pare, non è poi andata a finire così… Buona serata finale.

MARCO SFERINI

10 febbraio 2024

foto: screenshot ed elaborazione propria

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