Dalla scultura della “porchetta” alla liberazione di tutti gli animali

Qualcuno arriccerà il naso, aggrotterrà il sopraciglio e dià: «Ma tu guarda questo, con tutti i problemi che ci sono si mette a parlare di una scultura». Già, con...

Qualcuno arriccerà il naso, aggrotterrà il sopraciglio e dià: «Ma tu guarda questo, con tutti i problemi che ci sono si mette a parlare di una scultura». Già, con l’aggravante, che confesso seduta stante, di non essere nemmeno un critico in tal senso e quindi di poter incappare in qualche strafalcione. Chiedo venia sin da ora, ma tengo a precisare che non voglio esercitarmi in nessuna mitomania, né improvvisare o pretendere di diventare quello che non potrei. Contesto estetico e criticismo li lascio ai competenti, io vorrei invece mettere l’accento sul soggetto (o oggetto) della questione: un maialino, legato per bene ed esposto in quel di Roma a sempiterna memoria della tradizione culinaria della “porchetta“.

Muso appiattito come i cani quando fanno un riposino, su un piedistallo a Trastevere, nelle intenzioni del creatore vorrebbe essere una celebrazione post-Covid dello stare insieme. Il titolo è infatti: “Dal panino si va in piazza“. Un panino con le fette del maialino dentro, quello che oggi piace definire modernamente “street food“, cibo di strada: troppo volgare in italiano, pare la prostituzione dei gusti e delle cosiddette “eccellenze” in ambito culinario. In inglese è più “cool“.

Le buone intenzioni del giovane autore della scultura sono fuori discussione. Evidentemente non è vegetariano come il sottoscritto e quel blocco di pietra scolpito gli sembra appunto cibo e non un essere vivente che è stato ucciso e che viene legato per essere arrostito e poi tagliato a fette.

Perché il punto della questione è proprio ciò che quella scultura comunica: per la stragrande maggioranza delle persone è normale che un maiale sia qualcosa di commestibile per un essere umano. Rientra nella “normalità” di millenni di onnivorismo, di disconoscimento del diritto alla libera vita che hanno tutti gli esseri senzienti, tutti gli “animali non umani“. Un disconoscimento, il più delle volte, davvero inconsapevole perché quasi ancestrale, indotta dapprima della nascita, quasi patrimonio genetico di una umanità abituata a considerare tutto ciò che esiste sul pianeta a sua completa disposizione.

Così, quando si viene al mondo, ben presto ci si accorge che è normale mangiare altri esseri viventi che nei grandi banchi delle macellerie e dei supermercati vengono esposti in pezzi già lavorati, che non sembrano molto diversi dall’impatto che hanno ad esempio la frutta o le verdure al nostro occhio: sono prodotti raccolti e disposti per bene per somigliare a qualcosa che non proviene dalla morte di un essere vivente, ma genericamente – comunque si dice – da una mucca, da un maiale, da un pollo, da un coniglio, da un cavallo, da un asino e così via…

I pesci sì, siamo costretti a vederli nella loro cadeverica interezza: ma intanto sono pesci… Ed infatti, tutt’oggi, quando qualcuno dice di essere vegetariano, di non mangiare “carne“, si dà per scontato che nel concetto rientrino solamente le carni di animali terrestri e magari di volatili. Per i pesci c’è una melvola eccezione: come se fossero fatti di altro, forse plastica, visto tutta quella che ingeriscono per colpa nostra mentre girovagano negli oceani e nei mari… E’ un riflesso condizionato tutto umano: noi siamo mammiferi ma non d’acqua. Veniamo dall’acqua come tutti gli altri viventi della Terra, siamo fatti di acqua fondamentalmente, ma viviamo fuori da essa e quindi per noi chi ci somiglia di più sono certamente gli animali con un muso, le zampe, e lo stesso luogo di evoluzione, crescita e morte.

I pesci sono altrove. Ma sono esseri senzienti, hanno un sistema nervoso come noi e gli altri animali: eppure sono considerati di serie C. Noi siamo la serie A e gli altri animali non umani sono gli abitanti di serie B del globo. L’antropocentrismo, che ha caratterizzato praticamente tutta la storia dell’umanità, ha decretato che la nostra intelligenza, contenuta in una scatola cranica ampia, dovesse essere sfruttata non per vivere tutte e tutti in armonia rispettandoci vicendevolmente, ma invece per prevaricare e poter vivere meglio di altri.

Lo sfruttamento dell’uomo sulla natura inizia ben prima di quello dell’uomo sull’uomo stesso, ma non è, una volta comparso quest’ultimo con la divisione del lavoro e con l’accumulazione del profitto, separabile dalla contraddizione permanente – tipica del modo di produzione capitalistico – che fa dell’essere umano una merce simile ma non uguale alle altre: la forza-lavoro crea valore e lo immette nella merce che elabora e trasforma per il padrone che si arricchisce sottopagando questo lavoro e quindi sfruttando le capacità di altri esseri umani uguali a lui.

La diseguaglianza che l’uomo ha messo alla linea di partenza della sua presunta evoluzione, è divenuta la cifra di una economia che ha finito per oltrepassare lo specismo, considerando natura e animali sottomessi al dominio umano e gli stessi esseri umani al servizio di altri esseri umani.

Consapevole della potenzialità dell’asservimento del lavoro altrui, chi è riuscito ad imporsi su altri individui con un mix di potere economico e politico, ha dominato interi popoli, ha sviluppato le moderne attitudini dis-umane che hanno poi generato un quantitativo di pregiudizi utilizzati per sostenere eticamente e giuridicamente ogni discriminazione e ogni società piramidale. Al vertice pochi al comando, alla base tanti all’ubbidienza con il ricatto della sopravvivenza, della lotta perenne tra poveri, indigenti, proletari antichi e moderni.

Vite parallele un po’ plutarchiane sono quelle di animali non umani e animali umani: nella quotidianità della vita di tutti gli esseri viventi esistono, pur nella differenza di specie, delle similitudini impressionanti anche nello stringimento delle maglie della rete dei preconcetti e delle prevaricazioni. A cominciare dal linguaggio: la diversità considerata un sintomo di inferiorità è pari all’essere un animale (non umano). Quante volte, ancora oggi, utilizziamo termini omofobi o insultati come “handicappato“, “mongolo” per insultare qualcuno, così come diciamo: «Sei scema come una gallina», «Sei un asino!», «Sembri una scimmia», «Non fare l’oca», «Non fare il tonno», «Che ippopotamo!», «Sei una vacca», «Sei un porco», «Cane bastardo!», e così via…

La maggior parte della commistione tra voglia di insultare e insulto è data dall’unità tra la prima e un paragone con il cosiddetto “regno animale“. A differenza dei greci che mitizzavaregno animaleno gli animali, così come gli egizi, pur non avendo sviluppato delle civiltà vegetariane, per noi gli animali – nella maggior parte dei casi – sono sinonimo di inferiorità, cosi come chi ha un handicap e viene visto e vissuto, nella sua diversità, al pari di un pezzo di produzione uscito fallato, non conforme a quanto vuole la società per poter essere considerati degni di farne parte a pieno titolo.

La storia della scultura fatta alla porchetta romana ci porta molto lontano, perché il tema dell’antispecismo è così vasto da includere tutti i successivi passaggi involutivi che ci hanno condotto a sfruttare così tanto la natura e tutti gli esseri viventi che comprende da arrivare ad un passo dal punto di non ritorno dall’impossibile inversione di tendenza, dal recupero ambientale a quello climatico, alla fine dello sfruttamento intensivo di ogni animale non umano che ci vive accanto e di tanti che non vediamo e che sono stipati in veri e propri lager dove la sofferenza è l’unica caratteristica di vita che questi nostri conterranei conoscono.

Noi ci ostiniamo a considerare la sofferenza degli animali come un dato inequivocabile, inalterabile, perché così è e così è sempre stato. Ma questo atteggiamento, oggi prigioniero della logica capitalista e liberista di iper-sfruttamento di suolo, boschi, mari, aria e naturalmente esseri umani e animali, non può e non deve essere percepito e vissuto come “naturale”. E’ quanto di più alterante la natura possa conoscere ed è il prodotto di una economia distrastrosa che può essere cambiata iniziando da una rivoluzione che va oltre la lotta di classe, ma che la comprende necessariamente.

Perché non sapremo che farcene un giorno della liberazione dal modo di produzione capitalistico, della fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo se continueremo a trattare tutti gli altri esseri viventi come dipendenti nostri, schiavi delle nostre fatiche e cibo da mettere nei nostri piatti.

Ogni anno nel mondo vengono uccisi 80 miliardi di polli, 3 miliardi di anatre, 2 milardi di maiali ed 1 miliardo di conigli. Lo spopolamento dei mari è inquientate: più di 600 miliardi di pesci vengono pescati ogni anno e l’ecosistema traballa fortemente. Anche queste sono forme di inquinamento della vita, di tutte e tutti. Sono una alterazione di equilibri naturali che andrebbero invece rispettati, iniziando proprio da una visione rivoluzionaria della società futura che includa tanto la liberazione dal profitto quanto la liberazione di tutti gli esseri viventi da ogni forma di sfruttamento. Gli uomini da quella dell’uomo stesso e gli animali da quella nostra.

Senza un comunismo che non condanni lo specismo (la forma più elevata di razzismo umano nei confronti delle altre specie), senza una chiara coscienza di classe che includa una coscienza etica allargata al rispetto non solo degli umani verso gli umani ma di tutti gli esseri sensienti e della natura nel suo complesso, qualunque rivoluzione sociale e qualunque superamento del capitalismo sarà una pura vanità di intenti e una finta realizzazione della liberazione da ogni forma di sfruttamento.

Ne va della salvezza del pianeta e ne va della vita di miliardi di animali non umani che ridicolizziamo, che consideriamo cibo perché così avviene da migliaia di anni. Come per la schiavitù: ad abolire quella umana ci siamo quasi riusciti. Per abolire quella animale ci vorrà ancora del tempo, ma forse un giorno le future generazioni si stupiranno: «Ma davvero un tempo si mangiavano gli animali?», diranno. E quello sarà il giorno più bello di tutti quelli vissuti fino ad allora sulla povera madre Terra.

MARCO SFERINI

26 giugno 2021

foto: screenshot

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