Da Gaza ad Aden (passando per Kiev), l’Italia nel pieno della guerra

Secondo la maggioranza di governo, che è riuscita nell’intento di far approvare in maniera bipartisan al Parlamento le operazioni militari che, in parte, sono già in atto in alcuni...

Secondo la maggioranza di governo, che è riuscita nell’intento di far approvare in maniera bipartisan al Parlamento le operazioni militari che, in parte, sono già in atto in alcuni teatri di guerra nel mondo (Gaza, Ucraina, Mar Rosso, Golfo Persico), lo scopo, in particolare di quella denominata “Eunavfor Aspides“, sarebbe – citiamo il testo licenziato dalla Camera dei Deputati “eminentemente difensivo“.

Ciò vuol dire che non è dato al cento per cento questo carattere di difesa. Non c’è esclusività, ma c’è eminenza, quindi un tratto di superiorità rispetto all’offensività.

E’ sufficiente per avere la garanzia che le nostre navi, che i nostri militari non siano quindi impiegati, in spregio alla Costituzione, oltre che al buon senso, in atti di ostilità verso gruppi terroristici, regimi militari e paesi terzi? Se le premesse sono queste, sembra davvero molto, ma molto difficile poter avere questa rassicurazione. Semplicemente perché viene esclusa a priori. Il ministro degli Esteri potrà enunciare tutti i ricorsi più duttili ad una resilienza necessaria che comprenda quindi missione umanitaria e missione militare al tempo stesso.

Potrà appellarsi al fatto che un sano pragmatismo esige di avere chiare le regole di ingaggio che, viste le condizioni mutevolissime che si avvicendano nei teatri di guerra, cambiamo non di giorno in giorno, bensì di ora in ora.

Se la missione “Aspides” riguarda il contributo dell’Italia al ripristino delle condizioni di navigazione sicura nel Mar Rosso, le altre due missioni approvate dal Parlamento (col solo voto contrario di Alleanza Verdi e Sinistra) hanno scopi differenti: quella denominata “Levante” ha finalità umanitarie per Gaza; quella chiamata “Euam Ukraine” si muove su una traccia meno militare e più politica.

Se, da un lato, il governo si rifiuta di inserire nella missione pro-Gaza il ripristino dei finanziamenti italiani all’agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso dei palestinesi (l’UNRWA), obbedendo al diktat di Israele che poggia sulla narrazione di una sorta di mancata imparzialità della stessa, quindi del lasciare presagire una sua vicinanza a chissà quali frange di Hamas, dall’altro lato, quello del fronte ucraino, si prepara a sostenere, anche qui letteralmente tratto dal testo portato all’attenzione ed all’approvazione del Parlamento:

«…nel suo impegno per la riforma del settore della sicurezza civile e si inserisce nel quadro del percorso di adesione di Kiev all’Ue, che richiede l’adozione e l’attuazione delle riforme pertinenti, in particolare nei settori della democrazia, dei diritti umani, dell’economia di mercato e dell’attuazione dell’’acquis’ dell’UE, con particolare riguardo al rafforzamento dello Stato di diritto, attraverso la riforma del sistema giudiziario e la lotta contro la corruzione».

Se non è una excusatio non petita, non solo italiana ma pure europea, riguardante le tante manchevolezze ucraine riguardo la classificabilità del governo di Kiev come veramente democratico, poco ci manca.

Ovviamente a tutto ciò si affiancano i pacchetti di invio di armi che continuiamo ad inviare a Volodymyr Zelens’kyj e che sono parte del problema per cui ancora la guerra è ben al di qua dal terminare, visto che l’azione diplomatica dell’Unione Europea è pressoché nulla, visto che i russi avanzano sulla linea del fronte mentre Medvedev mostra cartine in cui l’Ucraina è praticamente soltanto più ridotta al territorio circondario della capitale.

Di queste tre missioni estere, quella che di più trasmette una certa inquietudine è quella nel Mar Rosso, la “Aspides“. Giorni fa gli Houthi hanno sparato contro una delle nostre navi un drone.

Abbattuto a poche miglia di distanza dal convoglio italiano, caso mai ve ne fosse stato bisogno, ha dimostrato che il passaggio dallo stretto di Aden è davvero una minaccia ed è, insieme, un modo per farsi trascinare in una guerra che ha due punti cardinali tra loro strettamente collegati e per qui il regime dei cosiddetti “ribelli yemeniti” agisce: naturalmente Aden e quindi Gaza. O meglio Hamas.

Vale la pena ricordare che il motto degli sciiti zayditi dello Yemen è: «Dio è sommo, morte all’America, morte a Israele, maledizione sugli ebrei, vittoria per l’Islam». Biden e il Pentagono li trattano come hanno trattato Al Qaeda e il DAESH: terroristi che devono essere oggi contenuti nel loro espandersi e domani eliminati nel tentativo, così, di mettere un’altra pedina occidental-atlantica nella penisola arabica.

Nemmeno a dirlo, le loro affiliazioni sono con tutti quei partner che si oppongono a quel nostro mondo libero e democratico per cui abbiamo parteggiato dalle Guerre del Golfo in avanti negli ultimi quarant’anni a questa parte. Lo schema si ripete ancora di più oggi, nell’orribile mezzo di una terza guerra mondiale spezzettata, che di giorno in giorno, pone il multipolarismo mondiale in una condizione quasi bipolare, costringendo gli avversari degli USA e della NATO a coalizzarsi per controbilanciare l’imperialismo a stelle e strisce.

Gli Houthi si ispirano politicamente e militarmente ad Hezbollah e sono praticamente fratelli del regime iraniano. Dunque la linea di congiunzione tra nord, sud ed est nel Medio Oriente, che al centro ha il suo conflitto “regionale” (proprio tra virgolette…) nella Striscia di Gaza e nel ruolo di Israele tra Occidente e paesi arabi (Accordi di Abramo docet…), prende sempre più la forma di una alleanza estesa, concentrica e perimetrale al tempo stesso.

Nel primo caso perché gli interessi di Teheran combaciano con quelli dei gruppi armati e terroristi che, come nel caso di Gaza, alterano il vero significato della liberazione del popolo palestinese dall’occupazione isralieana.

Nel secondo caso perché, dalla decostruzione dei patti di Abramo, vero obiettivo dell’attacco del 7 ottobre di Hamas allo Stato ebraico, viene sempre più avanzando, indotta dalla reciprocità delle circostanze politico-economico-militari, una strategia di ricomposizione di un panarabismo che, proprio rifacendosi alla questione palestinese, mette al centro l’identità culturale oltre che l’interesse strutturalmente economico-finanziario di certi gruppi.

L’Italia entra in questo scenario di guerra con un intento dichiarato di non belligeranza; ma lo fa sapendo molto bene che, soprattutto quelli che sono i suoi alleati di sempre, per primi gli Stati Uniti d’America, sono in aperto conflitto con il governo degli Houthi: ne hanno bombardato le basi in queste ultime settimane e la considerazione politica di Washington è chiara in questo contesto di crescita esponenziale dei contrasti mediorientali. Dunque, noi partecipiamo ad una missione che può trasformarsi in una trappola bellica.

Facciamo finta che non lo sia ancora, diciamo che è possibile. Ma in realtà siamo consapevoli che là, tra l’Africa e quella che un tempo era l’Arabia felix, c’è più di una guerra. E questi conflitti si sommano: da Gaza allo Yemen, dalle guerre somale a quelle sudanesi, dai rapporti conflittuali tra Islam sciita e sunnita; perché nessuna componente va tralasciata e trascurata in questo mosaico di scontri e di fazioni.

Il governo Meloni rassicura: la missione “Aspides” (che a partire dal nome non lascia intendere nulla di buono…) non prevede in alcun modo attacchi al territorio yemenita. Tanto meno alle basi degli Houthi, così come invece avviene per la marina e l’aviazione americana.

Poi il governo, nelle sue precedenti dichiarazioni al Parlamento, ha precisato il tutto con un molto poco rassicurante: “per il momento“. E si ritorna all'”eminentemente difensivo” citato all’inizio di queste righe. Nulla è escluso. Perché piano A piano B sono stati certamente considerati. Laddove il piano A è la difesa, mentre il piano B è anche l’offesa.

Per il momento regge il piano A. Ma le nostre navi che passano per il Mar Rosso rischiano di per sé e, nel rischiare in questo modo, possono essere l’indiretta causa dell’apertura di un fronte di guerra che, se osserviamo attentamente, già c’è, pur non essendoci una dichiarazione vera e propria.

Ormai i conflitti si aprono senza proclami ufficiali. Si chiudono con conferenze di pace in cui tutti sono concordi nel mettere fine alle ostilità per iniziare il giorno dopo a curare soltanto i propri interessi e abbandonare molto repentinamente le clausole sottoscritte. Le minacce degli Houthi non vanno prese alla leggera. L’Italia è riconosciuta come parte del blocco occidentale, nordatlantico, fedelissima alleata degli Stati Uniti.

Sarebbe quasi un nemico a prescindere dalla sua partecipazione militare ad operazioni di sicurezza nelle zone di guerra tra paesi arabi e tra questi ed Israele.

Consideriamo inoltre che, prima del voto delle Camere, che ha approvato “Aspides“, il cacciatorpediniere “Caio Duilio” è stato attaccato e, quindi, la risposta del governo, enfaticamente presentata da Tajani come logica difesa da parte della Repubblica delle proprie navi commerciali, non è stata l’invito al cambio delle rotte, allungando i tempi e perdendo un po’ di profitti, ma l’invio di altre navi militari.

Che gli attacchi degli Houthi violino il diritto internazionale è incontestabile. Che, per proteggere questo anche nostro diritto di passaggio dal Mar Rosso e dal Canale di Suez, si debba schierare la marina militare italiana nello stretto di Bab el-Mandeb è tutt’altro discorso. Nella zona appena citata è in gioco una guerra commerciale che riguarda tutte le grandi multinazionali asiatiche ed americane. La direzione di quasi inimmaginabili quantitativi di valori nei container che passano sulle navi dirette nel Mediterraneo (e da lì anche nel nord Europa) è lo scopo unico dell’impiego della marina italiana.

Ciò che raggiunge il nostro Paese ogni giorno passa, per circa il 40/45% dal Canale di Suez. Quindi è indubbio che i contraccolpi economici sarebbe rilevanti se le navi portacontainer dovessero circumnavigare l’Africa passando dal Capo di Buona Speranza. Ma questo pur alto prezzo vale l’ingresso dell’Italia in un ginepraio conflittuale come quello descritto e che sembra espandersi ogni giorno di più?

Siamo sicuri, poi, che la crisi economica che ne deriva sia soltanto a causa del quasi-blocco navale degli Houthi e non affondi invece in ragioni molto più globali e planetarie che, tra le altre, includono anche la guerra di annientamento di Israele contro i palestinesi?

Il governo fa appello al diritto internazionale. Ma vale solamente per gli Houthi o vale anche per Netanyahu? E’ evidente che vale a corrente alternata, a seconda degli interessi che conviene tutelare. Ed è altrettanto evidente che questo atteggiamento “protezionistico” è ambi-trivalente e comprende tutti gli attori sulla scena. Non è solo una questione statunitense o occidentale. E’ anche una questione russa, cinese, indiana…

La guerra globale che si apre in questo scorcio di nuovo millennio è direttamente connessa ad un inviluppo liberista che si aggancia ad una serie di torsioni autoritarie da cui nemmeno le democrazie cosiddette “liberaldemocratiche” sono esentate. Perché sono anche loro tra le promotrici del prolungamento della politica con il conflitto esportato, con una attitudine imperialista mai veramente messa da parte.

Ed è per questo che l’ONU ha un ruolo quasi formale: perché la privazione delle sue prerogative, che dovrebbero essere quasi universalmente riconosciute, discende da un iper-ruolo esercitato dagli Stati Uniti d’America, come dalla Cina e dalla Russia (diversa la questione europea…) in una dinamica multipolare che decide il nuovo dominio globale.

L’Italia non è entrata in questo meccanismo offensivo. Non vi è entrata, perché, molto banalmente, non ne è mai uscita. Per farlo avrebbe dovuto separarsi dalle alleanze internazionali politiche e militari (soprattutto queste ultime, che però sono strettamente connesse alle prime ed alle “economie di guerra“) che sono divenute un carattere fisiognomico della struttura capitalistica moderna.

Sulla carta siamo un po’ ovunque per difendere e difenderci. Nella Storia delle missioni e nell’attualità delle stesse, siamo un po’ ovunque per tradire la Costituzione, per fare strame dei suoi princìpi.

MARCO SFERINI

7 marzo 2024

foto: screenshot ed elaborazione propria, il cacciatorpediniere “Caio Duilio” e guerriglieri Houthi

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