Giuseppe Conte usa toni quasi da ultimatum: «Ormai la macchina delle primarie siciliane è partita e domani il Movimento 5 Stelle vi prenderà parte. In queste ore però leggo diverse dichiarazioni arroganti da parte del Pd. Non accettiamo la politica dei due forni. Quel che vale a Roma vale a Palermo». È la reazione a 48 ore di condanne e prese di distanza dagli ex alleati dem. Non ultima quella del ministro della difesa Lorenzo Guerini. «Bisogna essere molto chiari – avverte Guerini – Chi è stato protagonista della caduta del governo Draghi non può essere interlocutore del Pd. Punto. Non c’è molto da aggiungere».

Prima che Conte si esprimesse dal M5S dicevano di credere all’alleanza col Partito democratico. Confidano nel fatto che prima o poi Enrico Letta si sarebbe scontrato con la durezza dei numeri e con la necessità di avere una coalizione la più larga possibile: 147 dei 400 seggi della Camera e 74 sui 200 di Palazzo Madama si decisono nelle contese uninominali, nelle quali la larghezza delle alleanze ha un peso determinante.

Conte considerava che il suo M5S si era ormai guadagnato una legittimità nei fatti sul campo progressista, il che avrebbe reso ineludibile un contatto con il centrosinistra. «Penso vada definito un programma alternativo alla destra basato su pochi punti principali – dice il sottosegretario all’interno Carlo Sibilia – Salario minimo, transizione ecologica e diritti civili. Chi vuole lavorare su queste misure non può che ritrovarsi a confrontarsi con noi su queste scelte».

Aggiunge il vicepresidente Riccardo Ricciardi, uno di quelli che si è speso per l’uscita dalla maggioranza Draghi: «Non ci interessano tattiche o giochini di Palazzo. Questi saranno i nostri temi. Chi vorrà aiutarci, arricchendoli e dando un contributo che abbia la prospettiva di un paese veramente progressista, è il benvenuto».

I tempi sono stretti. Da Articolo 1 provano a metterci una pezza. Da parte loro, Sinistra Italiana e Verdi ribadiscono la necessità di ripartire dai temi. Il rischio è che la coalizione che va componendosi attorno al Pd abbia un baricentro centrista, impermeabile al programma della bicicletta rossoverde. A via Campo Marzio hanno capito che bisogna cominciare a pensare a un Piano B. Ormai da qualche settimana, prima della rapida crisi che ha condotto allo scioglimento delle camere, il giornalista Michele Santoro ha proposto a Conte di mollare Draghi e di sottrarsi alle direttive umorali e ondivaghe di Grillo per schierarsi nettamente alla sinistra del Pd.

La rottura con il governo c’è stata, quella con il fondatore no ma ci troviamo probabilmente nel momento di massimo disimpegno verso la sua creatura da parte di Grillo. In qualche modo, questa era l’idea anche del professore Domenico De Masi, che ha avuto un ruolo in questa crisi e che spesso ha cercato di convincere l’avvocato che finiti i tempi dell’anti-casta il M5S avrebbe dovuto dotarsi una struttura organizzativa solida e diventare il partito della lotta alle disuguaglianze. Quanto alla struttura, c’è ancora da risolvere la questione del tetto dei due mandati, fondamentale prima di concepire la composizione delle liste.

Ieri è stata la volta di Luigi De Magistris, che con Rifondazione comunista, Potere al popolo e le parlamentari (di provenienza grillina) di ManifestA sta costruendo il cartello Unione popolare e manda segnali ai 5 Stelle. «Il Movimento 5 Stelle si trova a un bivio dopo una legislatura che ha deluso le speranze di cambiamento e rottura che aveva rappresentato per milioni di persone» recita il documento che apre la campagna elettorale della direzione nazionale di Rifondazione. L’ex sindaco di Napoli non è del tutto alieno al grillismo.

La sua elezione al parlamento europeo nelle liste dell’Italia dei valori, era il 2009, godette anche dell’endorsement di Beppe Grillo, che in quell’occasione fece con Gianroberto Casaleggio una specie di test della potenza di fuoco elettorale del blog. Negli anni successivi, quando si è candidato a Napoli, su una parte del M5S è caduto il sospetto di aver messo in piedi una specie di patto di desistenza con De Magistris. Il quale due anni fa ha proposto Roberto Fico come suo successore a Palazzo San Giacomo. Non se ne fece nulla, ma restò la suggestione di Napoli come laboratorio di un M5S spostato a sinistra in alleanza con l’ex magistrato.

GIULIANO SANTORO

da il manifesto.it

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