All’Italia i “fiori” dell’Europa e le opere di bene della Cina

Ogni mutamento repentino delle abitudini di vita è naturale che ci sconvolga, perché siamo propriamente esseri “abitudinari“. Non deve sorprenderci l’impatto con nuove stringenti regole dettate da esigenze di...

Ogni mutamento repentino delle abitudini di vita è naturale che ci sconvolga, perché siamo propriamente esseri “abitudinari“. Non deve sorprenderci l’impatto con nuove stringenti regole dettate da esigenze di tutela della salute pubblica. Ma deve invece sorprenderci e, di più ancora, indignarci il fatto che scientemente molti cittadini decidano di essere sprezzanti del pericolo per sé stessi, includendo in questo comportamento tutto quell’egoismo che evidentemente detengono nella loro mente.

Si dice che anche questo è tipico degli esseri umani e che, pertanto, il livello di sorpresa dovrebbe avere una asticella abbastanza alta. Invece no. Perché se la dimensione di accettazione del sorprendersi è ampia, ancora più ampio sarò il contesto in cui determinati comportamenti anticivici, irresponsabili per la propria e l’altrui salute, si diffonderanno.

Proprio come il virus che per primi scienziati, medici, infermieri e personale sanitario cercano, insieme a quella larga parte di popolazione responsabile e intrinsecamente “repubblicana” (che ha a cuore la res publica nel più forte significato che questa espressione latina ha dal tempo dei tempi), cercano di fermare per controllarlo e poi poterlo battere.

Siamo nel mezzo di una epidemia che sta azzerando i rapporti sociali e creando un corto circuito tra le varie competenze nei livelli istituzionali. A problema di salute pubblica si aggiunge il problema sanitario (tecnicamente inteso) che richiede uno sforzo economico non da poco a cui, al momento, l’Unione Europea guarda non con distacco ma con un certo scetticismo.

Ciò avviene perché siamo una comunità di Stati che sono accomunati prevalentemente da interessi economici, senza solide basi solidali, senza una reciprocità che vada oltre la carta moneta, le transazioni finanziarie e le speculazioni delle nazioni più forti e solide nei confronti di quelle più deboli. La crisi greca di qualche anno fa ci avrebbe dovuto mostrare universalmente il vero volto dell’UE che va riformata non distrutta da egoismi nazionalistici e da tentazioni sovraniste che non sarebbero affatto la soluzione di un problema che è strutturale, proprio perché di natura economica e non semplicemente attribuibile alla forma istituzionale che lo gestisce.

L’SOS che l’Italia ha lanciato al mondo per essere sostenuta in questa difficile prova che tocca tutti i settori del cosiddetto “sistema” formato dall’insieme di interessi presenti nel Paese, l’ha al momento seriamente raccolto solo la Cina che, avendo vissuto quanto noi oggi stiamo provando sulla nostra pelle, conosce bene il calvario dell’attraversare la fase epidemica acuta del Coronavirus con una drastica messa in quarantena, molto vicina al coprifuoco che usa durante le guerre, di un intero paese di 60 milioni di abitanti, per almeno due settimane.

La sufficienza con cui, al momento, Francia e Germania hanno trattato l’espandersi del Coronavirus è in parte legata a motivazioni di carattere elettorale: Parigi teme per le elezioni che si terranno in 35mila comuni della Repubblique e non ha rivolto alla nazione niente altro se non un messaggio infarcito di luoghi comuni e di speranza, minimizzando la problematica e esaltando la classica “grandeur” francese.

La Germania, che pareva viaggiare sullo stesso binario di incoscienza, si sta destando ora da questo torpore, tanto che la cancelliera Angela Merkel ha scosso tutti i tedeschi affermando che l’epidemia potrebbe colpire il 70% della popolazione. Qui, a differenza della pacatezza irragionevole del governo francese, c’è un eccessivo allarmismo che, comunque, non fa male se messo in prospettiva come allerta rossa da non sottovalutare.

Tuttavia, l’Europa nel suo insieme ha ad oggi parlato anche in italiano all’Italia stessa, tramite la Presidentessa della Commissione europea, Ursula Von der Leyen: belle parole, applausi mesti però, perché mentre per necessità di salute di tutti i cittadini europei, visto che, disgraziatamente per tutti loro l’Italia si trova da sempre in Europa, sono pronti ad allargare la forbice di sforamento del debito dello Stivale nei confronti dell’UE, la “colletta” fatta fino ad oggi dai paesi dell’Unione è uguale allo stanziamento di risorse previsto dal nostro governo: 25 miliardi di euro.

Se noi mettiamo a deficit 20 milioni di euro e ne reperiamo 5 con altre forme di tagli a spese al momento superflue (e ce ne sarebbero molte da tagliare… a cominciare da quelle militari), tutti i paesi europei possono insieme racimolare almeno quattro volte tanto.

Ma, al momento, come si diceva, solo la Cina sembra aver compreso che servono non fiori ma opere di bene. Questo non cambia il giudizio che si può avere sul regime di Pechino, ma consente di vedere, proprio in mezzo alle righe delle critiche e a quelle degli elogi gli effetti tutt’ora lapalissiani di un retaggio di socialismo che i paesi occidentali non possono avere. La cooperazione e la gestione pianificata dell’economia non ne fanno un modello di socialismo, ma la allontanano almeno dalla spietata considerazione che si ha degli eventi basandosi sul rigore esclusivamente profittuale di un Donald Trump, di un Boris Johnson o di un Emmanuel Macron.

E’ abbastanza intuibile che i cinesi mettono a valore oggi ciò che domani potranno mostrare al mondo con un valore ancor più esalante: la capacità di distinguere tra valore delle comunità umane e valore dei mercati. Sarà una differenza non da poco sul piano globale, perché potrebbe determinare non una nuova guerra fredda, ma sicuramente una impostazione della gestione economica dei poli capitalistici (quello asiatico-cino-indiano incluso) fondata su interpretazioni politiche alternative fra loro.

La vicenda del Coronavirus ha messo in evidenza proprio questo: una vena di solidarietà dentro ad un modello economico tutto particolare, il “modello cinese” per l’appunto, e il monocolore liberista che va da Washington a Londra, passando per Parigi e Berlino.

E Mosca? E’ impegnata a guardare e a blindare i confini per evitare che la pandemia dilaghi nell’ampio territorio russo. Così forse Putin, giocando anche questa carta, potrebbe assicurarsi la rielezione fino al 2036. Viene da rimpiangere gli zar…

MARCO SFERINI

12 marzo 2020

foto tratta dalla pagina Facebook dell’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese in Italia

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