Una strage sui binari, nella notte dei diritti, della sicurezza, del pubblico

Le parole hanno un significato quando vengono utilizzate compiutamente, senza svergolarne quella quasi innata caratteristica di dare alle cose, alle persone, agli eventi, a tutto quanto per noi deve...

Le parole hanno un significato quando vengono utilizzate compiutamente, senza svergolarne quella quasi innata caratteristica di dare alle cose, alle persone, agli eventi, a tutto quanto per noi deve avere un senso nel microcosmo terrestre un posto quasi giusto, una tonalità quasi perfetta, affinché il discorso, il racconto, la “narrazione” abbia una sua logicità.

Le parole hanno quindi un senso quando sono adoperate con quella parsimoniosa accuratezza che le deve preservare, tutelare e cautelare da un inflattivo abuso che le snatura, le vilipende, le svilisce e le riduce allo stato di mera formalità linguistica. Oggi, più che mai, per chiamare una strage sul lavoro con questi termini si deve avere a che fare davvero con una strage.

Cinque operai morti sulla linea ferroviaria tra Torino e Milano, vicino alla stazione di Brandizzo, travolti da un treno che viaggiava a centosessanta chilometri orari e che, probabilmente, non doveva transitare in quel momento su quella tratta, sono una strage.

Si dirà che sono l’ennesima strage. E questo non fa che peggiorare il calendario omicidiario di chi ogni giorno va a lavorare e non torna più a casa: perché cade da un ponteggio, perché resta stritolato sotto un muletto, perché finisce sepolto da casse che precipitano da alte scaffalature, perché viene investito da un convoglio ferroviario nel pieno della notte mentre, con i suoi colleghi, sta sostituendo delle traversine.

Cinque operai fanno una strage nella strage. Quella più grande e, per questo, impressionante; che dovrebbe impressionare non solo quella che chiamiamo “opinione pubblica“, una sorta di entità di massa che Elias Canetti aveva studiato con grande attenzione e che era rimasta per lui proprio un mistero, ma anzitutto la politique politicienne, quella tanto dei corpi intermedi quanto delle istituzioni.

Da tanto tempo il sindacato richiama la politica di governo ad una riconsiderazione seria dei rapporti tra imprese e lavoro, tra dirigenze e maestranze; lo fa proponendo una riforma complessiva che riguardi anzitutto la sicurezza che è, ovviamente, un costo per le imprese e che così viene vissuta senza vedersi attribuire alcun valore aggiunto nella preservazione dell’integrità delle lavoratrici e dei lavoratori.

La illogicità delle privatizzazioni, illogica solamente per chi contesta il sistema capitalistico e la sua torsione modernamente liberista che induce all’accumulazione esponenziale del profitto e, pertanto, a sacrificare su questo altare tutte le vite necessarie per il raggiungimento di uno scopo a-morale, è all’origine di questa strage continua.

Chi sostiene che la colpa stia solamente in determinati ambiti di produzione e di lavoro parzializza e minimizza il problema, provando a circoscriverlo in quei cantieri, in quelle fabbriche, in quei luoghi dove si rischia maggiormente che in altri. Ed una tratta ferroviaria, da mettere a posto durante la notte, è oggettivamente uno di questi ambiti di maggiore rischio. E proprio per questo dovrebbe essere maggiormente oggetto di tutela e di investimento nella sicurezza.

Solo per un fortuito caso, magari una distanza di pochi centimetri, di meno di un metro, i morti alla stazione di Brandizzo non sono divenuti sette. Due degli operai che lavoravano nel luogo della strage (la parola in questo caso merita la sua giusta inflazione) si sono salvati e hanno visto i loro colleghi travolti dal convoglio, morti sul colpo.

Questi lavoratori facevano parte tutti di una ditta appaltatrice, quindi non erano dipendenti di Rete Ferroviaria Italiana. La sicurezza sul lavoro si è persa e si perde, come è evidente, tutt’ora nel sistema degli appalti e dei subappalti dove si risparmia quasi naturalmente, dove si va al ribasso un po’ su tutto: dal salario alla qualità della manutenzione, dalla sicurezza ai diritti elementari come il riposo, le ferie, i congedi, ecc.

Pare che all’origine di questa strage vi sia un errore di comunicazione: il macchinista non avrebbe avuto contezza dei lavori sulla tratta che stava percorrendo. Sulle responsabilità indagheranno i magistrati. La stessa velocità del treno è abbastanza anomala per un passaggio in stazione. Solitamente un convoglio rallenta fino ad ottanta o novanta chilometri orari prima di attraversare i punti di raccordo e di entrare quindi nelle stazioni.

Sta di fatto che cinque uomini sono morti, che da oggi li conteremo nell’elenco dei caduti sul lavoro e che in molti tenteranno di attribuire ad una sfortunata combinazione di fattori quella che già viene definita come la peggiore strage dopo quella avvenuta alla Thyssenkrupp.

Non è un riferimento casuale e non è nemmeno poi così campato in aria. Fare paragoni o stabilire dei termini di paragone è, a volte, sempre un po’ azzardato: per le differenze che possono interferire in questi tentativi di stabilire una correlazione tra similitudini, tra accadimenti che fanno pensare ad altri e che rimandano, quindi, a considerazioni capaci di formare una analisi più compiuta e meno evanescente.

Nulla può essere affidato al caso. Nemmeno un errore di comunicazione della presenza degli operai sulla rete ferroviaria, nemmeno il mancato avviso al macchinista dei lavori notturni sulla tratta. Sotto accusa non può essere soltanto il responsabile di turno. E’ l’intero sistema di gestione degli appalti che deve essere rivisto. Per questo è impossibile riferirsi a quanto avvenuto con la parola “incidente“.

Non è un incidente, è una conseguenza di scelte privatistiche, di un impoverimento delle risorse nella manutenzione delle infrastrutture pubbliche, il che significa disincentivare sulla sicurezza non solo delle lavoratrici e dei lavoratori ma anche su quella di tutti i cittadini che ogni giorno usufruiscono dei trasporti: da quelli ferroviari, come in questo caso, a quelli autostradali.

Il Ponte Morandi è la fotografia del crollo di un sistema criminale di assoluta mancanza di un concetto di servizio pubblico che, del resto, è difficile poter chiedere ad un privato incosciente di avere. Si tratta di una inconciliabilità ferale tra interessi che divergono naturalmente: collettivo e singolo possono anche interagire, convergere e stabilire una simbiosi armoniosa. Ma è molto diverso riuscire a coniugare l’interesse pubblico con il profitto privato.

Le privatizzazioni hanno aperto alla parcellizzazione del lavoro, ad una divisione sistemica che ha finito con l’impedire l’organizzazione anche sindacale, con il mettere i lavoratori contro altri lavoratori. E’ una delle vittorie temporanee, ma dagli effetti tragici, del liberismo: un moderno divide et impera, involutosi evolvendosi nel tempo. Dai livelli contrattuali alla precarizzazione totalizzante.

La scomposizione del mondo del lavoro, caratteristica prima dell’affidamento al ribasso dei lavori pubblici ai privati, è la struttura portante di una logica perversa di affidamento delle gare alle aziende: si è giocato sempre al ribasso e gli effetti li abbiamo sotto gli occhi. Dalla cura dei territori alla tutela delle infrastrutture, dagli appalti per la sanità a quelli per le scuole. Cosa è rimasto veramente di pubblico e di “repubblicano” in questo Paese?

La Repubblica non è soltanto la forma dello Stato, è una ispirazione costituzionale e costituente permanente: un fare delle più importanti arterie produttive e dinamiche dell’Italia il fondamento dell’esistenza della nazione, lo scopo della sua esistenza come perimetro espandibile dell’inclusione e della partecipazione. L’unico modo per dare un significato alle parole “libertà” e “democrazia“.

Quando, ogni giorno, muoiono sul posto di lavoro donne e uomini, lasciando le loro vite appese solo al dolore dei famigliari e degli amici, al ricordo mesto di una politica ipocrita che si dimentica ben presto di loro e che ritorna ai calcoli più contorti per coniugare pubblico e privato in una linea direzionale a tutto vantaggio del secondo, ciò vuol dire che in Italia la libertà è relativa e così lo è la democrazia.

Senza giustizia sociale non può esservi giustizia vera, civile, morale. Ed ogni volta che un lavoratore muore a causa dell’imperizia del suo padrone, sia esso una persona singola o un consiglio di amministrazione di una grandissima azienda, viene meno quella correlazione tra lavoro e vita quotidiana, tra lavoro e civiltà, tra lavoro e dignità.

Per questo non è possibile chiamare “incidente” quello che è avvenuto intorno alla mezzanotte di oggi, 31 agosto 2023, nei pressi della stazione di Brandizzo. Perché si è già ripetuto tante volte. Non con questa forza cruda di numeri che possono sembrare piccoli e che, invece, sono davvero madornalmente esorbitanti, ciclopici, mastodontici.

Ogni volta che una tragedia come questa scuote le cronache dei giornali, delle televisioni e di Internet, si dice sempre che sarà l’ultima volta, che si prenderanno provvedimenti, che si farà tutto quanto è possibile affinché non accada più.

In assenza di fatti concreti è consentito appellare tutta questa contrizione attoriale per quello che realmente è: un tentativo di esorcizzare la rabbia popolare, di contenere quella dei lavoratori, di arginare il pericolo di vere riforme che capovolgano quello che c’è oggi in quanto a mancanza di sicurezza.

Quello che occorre oggi è una inversione di rotta, un ritorno al pubblico in tutti i più importanti settori che un tempo erano strategici per l’economia e per la sicurezza pubblica, per uno standard di vita il più vicino possibile ad una uguaglianza sociale. Le ferrovie, come anche le autostrade e le compagnie aeree, devono tornare ad essere statalizzate. Nessun appalto deve essere dato ai privati, ma si deve investire sulla specializzazione di nuove lavoratrici e nuovi lavoratori capaci di rendere efficiente il trasporto in ogni sua fase.

Invece di regalare miliardi di euro alla spesa militare e finanziare la guerra della NATO e degli Stati Uniti d’America nell’Ucraina invasa dalla Russia, un governo (non di certo questo… non siamo così marziani da pensarlo nemmeno lontanamente) veramente tale, veramente dedito alla cosa pubblica dovrebbe incamminarsi su questa strada senza soluzione di continuità in tutte le sue politiche.

Un governo progressista. Un governo che non ripresenti il conto del liberismo facendo passare le controriforme sul lavoro come grandi conquiste sociali: dal Jobs act, su cui ancora il PD ha remore riguardo ad una sua abrogazione, pur apprezzando la proposta referendaria di Landini, per i delicati equilibri interni tra le diverse aree del partito, fino all’alternanza scuola-lavoro che ha fatto troppi danni, anche dei morti e tra le più giovani generazioni.

Il mondo del lavoro deve riprendersi la scena e deve farlo opponendosi a qualunque altro tentativo di privatizzare tanto le infrastrutture quanto il futuro di ognuno di noi. La sinistra di alternativa deve essere parte di questa necessità di sostegno di una protesta e di una proposta che non possono più attendere, che bisogna scrivere insieme.

MARCO SFERINI

31 agosto 2023

foto: screenshot tv

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