Una nuova cultura per la sinistra di alternativa

I dati elettorali, le presentazioni di una forza politica di sinistra, comunista, antiliberista al voto non sono gli unici parametri per definire un completo ambito di attività per la...

I dati elettorali, le presentazioni di una forza politica di sinistra, comunista, antiliberista al voto non sono gli unici parametri per definire un completo ambito di attività per la lotta sociale, per l’emancipazione degli sfruttati da questo sistema economico in cui vivono molto inconsapevolmente.

Epperò, il momento elettorale è per un partito comunista, per una sinistra di alternativa che fondi il suo essere nella rappresentanza politica tanto di piazza quanto istituzionale (non essendo le istituzioni qualcosa di alieno, intese settariamente come una esclusiva della borghesia imprenditoriale) uno dei momenti focali, importanti, decisivi a volte per determinare la sua presenza nella società.

In questi lustri in cui la sinistra di alternativa si è logorata in lotte intestine tutte indirizzate ad una autosufficienza spocchiosa basata sulla convinzione di essere nel giusto e, per il solo fatto di ritenere di avere ragione, dover essere anche vincente, la frammentazione delle idee non si è limitata a perimetri medio-piccoli, mantenendo almeno una distinzione tra aree e visioni della società interpretate dalla classica divisione tra riformismo e rivoluzione.

Queste categorie sono state ampiamente superate da una polverizzazione dei grandi assi portanti novecenteschi della sinistra: a che mai può servire un “riformismo di sinistra” mentre lo interpretano così bene forze interclassiste sia all’opposizione sia al governo del Paese? Non è forse vero che la coloritura rossa che le televisioni assegnano ai diagrammi che riguardano il PD conferiscono allo stesso il titolo di “sinistra” riformisticamente intesa pur essendo un partito di centro che guarda economicamente a destra?

Non è altrettanto vero che l’eterogenesi del Movimento 5 Stelle permette ai pentastellati di potersi schierare ogni giorno con Salvini, quindi con la destra più estrema e pericolosa del Paese, ed al contempo mostrare un “fianco sinistro” attraverso le parole di Fico e di altri esponenti che sui diritti civili, l’ambiente e qualche diritto pure sociale puntano sovente i piedi?

La necessità di un socialismo di sinistra riformista è trascurabile e, per questo, anche i tentativi di Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani di ricostruire un centrosinistra di tal fatta sono naufragati e oggi tutti tendono a rimettere in campo l’ipotesi di una riconversione verso le sponde del PD zingarettiano.

Anche la sinistra non riformista, impossibilitata ad essere rivoluzionaria (per fortuna, perché così come si trova oggi messa in arnese farebbe un pessimo servizio alla causa della rivoluzione), non trova motivo di esistere se non in un pulviscolo di frammentazioni che sono demoralizzanti: non vi sono due comuni della Repubblica in cui la sinistra di alternativa e i comunisti si presentino con una identità (quindi con un simbolo) riconoscibile e netto.

“Sinistra per…”, “L’altra sinistra per…”, “Basilicata possibile”, “Sinistra sarda”, “Insieme per…” e così via dicendo.

L’identità viene spesso dileggiata e ridotta a rango di mero espediente settario per mantenere posizioni di comodo anche nelle piccole formazioni in cui oggi viviamo l’esperienza storica della sinistra anticapitalista e antiliberista in Italia.

I messaggi che mandiamo sono complessi a fronte di un semplificazionismo disaramante del linguaggio: la prima caratteristica della pericolosità di un esponente di destra è la costruzione del “ridicolo” riguardo i ragionamenti compiuti e contestualizzati dei suoi oppositori.

Questo accade ogni giorno: ad ogni obiezione che gli viene mossa, il grande leader della destra diventata da padana destra italica e nazionale risponde con una ironia ridicolizzante i concetti che cercano di estrinsecare dalla complicata articolazione delle problematiche quotidiane di un popolo le ragioni dei disagi provando a superare il controcanto salviniano che invece agguanta al volo la faciloneria anti-interpretativa della gente.

Una faciloneria che è essenziale per chi non ha più fiducia in nessuna missione salvifica della politica nei confronti proprio del popolo stesso e cerca, anche in Basilicata, il leader cui affidarsi come ultima spes, per disperazione, sotto gli effetti di una crisi economica che la sinistra di alternativa non ha saputo interpretare nella sua portata attuale in una proiezione storica che coinvolge gran parte del mondo e che vede i movimenti globali del capitale finanziario scegliere nuovi poli e quindi nuove colonizzazioni di grandi continenti mediante nuovissime tecniche di espansione del dominio economico, quindi politico, quindi anti-sociale.

La sconfitta del PD anche in Basilicata sta dentro questa ondata storica di recupero del terreno sociale da parte delle destre più estreme. Ripetersi che occorre, come sinistra, arginare il pericolo delle medesime trasformandosi in qualcosa nuovamente di diverso dalla sinistra stessa è un errore mortale, imperdonabile per chi vuole seriamente ricostruire una base popolare fondata su una visione diversa delle dinamiche economiche, sociali e civili.

Non penso al recupero di una cultura dei valori della sinistra e del movimento comunista come unica soluzione del tramonto di una idea di progresso sociale che in Italia, più che altrove, si fa sempre più largo. Penso però che per deliberare bisogna conoscere per deliberare – come bene recita uno slogan di Radio Radicale – e penso che l’attacco che il governo fa alla cultura (sottraendo risorse anche a questa radio appena citata che fa un servizio pubblico invidiabile dalla stessa radio di Stato) e quindi bisogna che ci rimettiamo con pazienza a creare un “intellettuale collettivo” per sentirci parte di esso e per avere un progetto prima di tutto percepito in noi stessi invece che attraverso comunicati e programmi.

Il programma politico dobbiamo tornare ad essere noi tutte e tutti e dobbiamo farlo sentendo il bisogno di capovolgere la realtà, avvertendo le ingiustizie non come un fenomeno metafisico, come qualcosa di ineluttabile, ma come una precisa espressione di un sistema economico che non fa crearle per intrinseca natura.

Finché a rimanere “rivoluzionario” resta proprio soltanto il sistema capitalistico non nascerà mai una nuova alternativa rivoluzionaria al “sovversivismo delle classi dirigenti”, non potrà esservi una ricomposizione a sinistra perché non c’è nulla da ricomporre se non i cocci frustranti di un vaso che non solo s’è rotto ma il cui contenuto è disperso e non è recuperabile.

Ciò che è stato, è stato. Bisogna azzerare tutto e creare una nuova coscienza di massa per un partito comunista di massa: con parole nuove? Forse sì, magari anche definendoci diversamente ma rimanendo consapevoli che senza coscienza delle ragioni dello sfruttamento non può esservi proprio alcuno slancio verso la ribellione.

Ai progetti di sinistra della liste locali va data una fisionomia precisa non più rimandabile: comprendo tutte le contraddizioni che si inseriscono nell’impedimento di questo risultato. Ma serve lo sviluppo di una nuova coscienza dell’essere comunisti e di sinistra di alternativa e su ciò inserire una identità precisa e distinguibile che sia estesa a tutte le attività del soggetto unitario. Ciò dalle competizioni elettorali nazionali e locali fino a tutti i momenti di comunicazione tra soggetto unitario e popolo di riferimento.

Senza studio, riacculturamento e presa di coscienza dell’essere anticapitalisti e differenti da tutto il resto non potremo convincere nessuno sfruttato ad avere fiducia in noi.

Lo diceva bene Rosa Luxemburg: “Non dobbiamo dimenticare che non si fa la storia senza grandezza di spirito, senza una morale elevata, e senza gesti nobili“.

MARCO SFERINI

26 marzo 2019

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