Quirinale, l’elezione meno politica di tutti i tempi

Una (prima) giornata anomala Le anomalie vengono tutte quante (o quasi) a galla nella prima giornata di riunione del Parlamento in seduta comune per l’elezione del Presidente della Repubblica....

Una (prima) giornata anomala
Le anomalie vengono tutte quante (o quasi) a galla nella prima giornata di riunione del Parlamento in seduta comune per l’elezione del Presidente della Repubblica. Le anomalie sono tante, troppe, insistono su tutta una serie di considerazioni che non è possibile evitare e che devono essere fatte per cercare di capire quanto stiamo andando verso un probabile stravolgimento dell’assetto costituzionale dello Stato in modo del tutto surrettizio, senza colpo ferire, senza troppi allarmismi, ma con la ipocrita calma di chi intende fare finta di nulla.

Il rispetto delle forme qui è prima di tutto rispetto della sostanza stessa. Elenchiamo alcune di queste anomalie che, nella baraonda informativa televisiva, internettiana e (molto più sobriamente) radiofonica, rischiano di essere perdute in mezzo ad una selva di dichiarazioni, ipotesi e illazioni sul nome del successore di Sergio Mattarella.

Prima anomalia: il quorum nelle prime tre votazioni è 673 voti su 1009 ma, siccome la Giovanna d’Arco dei no-vax, la deputata Sara Cunial, non ha voluto farsi un tampone due giorni fa per avere il Green pass e poter accedere così all’aula della Camera dei Deputati per votare, ieri quel quorum è sceso a 672. Con l’eroina della libertà dalla “dittatura sanitaria” bloccata fuori dal Parlamento. Quella soglia di voti, necessari per eleggere il Capo dello Stato, è stata perfettamente raggiunta soltanto dalle schede bianche. Il resto sono voti dispersi, voti di protesta dati ad Alberto Angela, Dino Zoff, Mauro Corona, Alfonso Signorini e Amadeus.

Ci vorrebbe Sant’Agostino…
La prima anomalia è questa: il voto in bianco. Dovere delle forze politiche è, fin dalla prima votazione, avanzare delle proposte, esprimerle nero su bianco sulle schede e lasciare che, successivamente, se non si raggiunge il quorum, la ormai tanto famosa “rosa dei nomi” cambi e veda uscire di scena alcune proposte e ne veda entrare altre. Invece, PD, Liberi e Uguali, M5S, Lega e Forza Italia decidono di votare scheda bianca. Per darsi tempo. Come se non ne avessero avuto abbastanza nei mesi scorsi per, se non proprio arrivare con un nome già preconfezionato, almeno con quel fiore di nominativi entro cui iniziare il balletto tatticistico di una dialettica democratica pienamente legittima.

Non sarà una specificità così disarmante, ma agli occhi e alle orecchie della popolazione il voto di ieri è parso ai più come una clamorosa perdita di tempo. Ci vorrebbe Sant’Agostino per dirimere la questione e capire se davvero, alla fine, questa dimensione esiste o se è soltanto una condanna all’immanenza perpetua che ci attraversa e ci illude. Ma il tratto filosofico della questione sarebbe di ben più nobile e alto spessore delle miserevoli conventicole che ieri si sono avvicendate nel balletto dei giochi di palazzo.

Ci vorrebbe Aristotele…
E qui si arriva alla seconda anomalia, un po’ relegata in secondo piano proprio dalla novità del “non scegliere” e del prender tempo che la stragrande maggioranza dell’arco parlamentare si è data come consegna.

Seconda anomalia: verso mezzogiorno, a Palazzo Chigi, Mario Draghi riceve il segretario della Lega Matteo Salvini. Il colloquio dovrebbe rimanere riservato e, proprio perché così dovrebbe essere, viene subito spifferato alle agenzie e diffuso Urbi et Orbi. Si parla di rimpasti di governo e delle voglie leghiste di tornare al Viminale, per farne un trampolino di lancio elettorale per il 2023, e alle Infrastrutture, per gestire un bel po’ di miliardi di euro nella partita del PNRR.

Ma si parla anche dell’ipotesi Draghi al Quirinale, ovviamente. E qui l’anomalia, ben già evidente fin da quando Mattarella chiamò l’ex banchiere europeo a fare il Presidente del Consiglio, esplode in tutta la sua potenza, perché è proprio Draghi a convocare i leader dei partiti o a sentirli telefonicamente per chiedergli cosa vogliono che lui faccia. E’ sempre e solo Draghi a inserirsi in una prima giornata di votazioni parlamentari e a condizionare in qualche modo il libero voto delle forze politiche. Che hanno già deciso: voteranno scheda bianca.

Ma tant’è non si può prescindere dall’aristotelico processo delle quattro cause aristoteliche in questo frangente. La causa materiale: il Quirinale; la causa formale: la novità del rapporto tra Chigi e Colle; la causa efficiente: la Costituzione, che dovrebbe essere la guida di questi mutamenti e, infine, la causa finale: il nuovo Capo dello Stato e il nuovo esecutivo.

Mai si era potuto assistere, in tutta la travagliata storia dell’Italia repubblicana, ad conflitto di interessi così eclatante come quello in cui rischia (ma per davvero?) di trovarsi Draghi nel momento in cui diventi candidato ufficiale della maggioranza di unità nazionale per il Quirinale. Se Salvini avesse chiesto all’attuale capo del governo di sostenere le sue proposte in merito alle mire leghiste sui ministeri citati, il minimo che il Presidente del Consiglio può aver fatto è quello di affermare che queste richieste sono, se non altro, inopportune perché costringerebbero il capo del governo attuale a immedesimarsi nei panni del Presidente della Repubblica per formulare una squadra di un nuovo governo.

Ricapitolando: se Draghi sarà in predicato di diventare Presidente della Repubblica, per un certo lasso di tempo le funzioni di Capo del governo e di Capo dello Stato potrebbero coincidere nel momento in cui fosse eletto: una questione di lana caprina, indubbiamente, ma comunque evidenziante la troppa vicinanza che attualmente c’è tra due istituzioni che devono rimanere ciascuna nel proprio ambito di pertinenza, senza una confusa sommatoria di poteri. La buona fede del “corso degli eventi“, richiamabile dagli attori di questo momento importante per il Paese, rischia di essere oltrepassata dall’adeguamento alle circostanze. Il passo è fin troppo breve.

Formalmente (quindi anche sostanzialmente) a sostituirlo sarà Renato Brunetta, il ministro con più anzianità politica, ma il problema si pone fin da ora: non è anomalo questo rapporto dualistico che si intravede tra Palazzo Chigi e Quirinale, nonostante sia in qualche modo sostenuto dalle circostanze eccezionali che ci costringono da due anni a vivere nell’incubo della pandemia?

Colui che è destinato ad essere il garante della Costituzione e, quindi, di tutta la Repubblica, non può oggi, da Presidente del Consiglio, anche solo immaginare la sostituzione del suo governo con un altro.

Ancora più allarmante è che le forze politiche abbiano pensato di intavolare già da ora dei negoziati su un rimpasto di ministri, ipotecando l’elezione del Capo dello Stato ad una stabilità istituzionale tutt’altro che spontaneamente derivata dai corsi e ricorsi parlamentari. La pandemia, è la teorizzazione massima, induce a salvaguardare la stabilità dell’azione di governo. E quindi tutto diventa possibile…

Tentazione (semi)presidenzialista?
Può il Covid-19 essere origine di alibi di qualunque tipo per giustificare una emergenzialità costante e crescente fino ai livelli delle massime istituzioni della Repubblica? Molti si chiedono se stiamo, a poco a poco, scivolando pericolosamente dal parlamentarismo al semi-presidenzialismo. Il sogno delle destre sovraniste, e di quelle missine un tempo, era l’elezione diretta del Capo dello Stato da parte dei cittadini, vista così come una figura non soltanto “notarile” nel consesso istituzionale, ma, prendendo spunto dalla Quinta Repubblica francese gollista, come la regia prima dell’azione di governo.

La sottrazione al Parlamento del suo ruolo di controllo sulle politiche dell’esecutivo diverrebbe in questo modo la conseguenza prima di una riforma presidenzialista tanto estranea alla storia del Paese quanto quel bislacco progetto autonomistico e federalista che la Lega Nord accarezzava agli inizi della sua storia, per poi opportunisticamente passare all’impianto indipendentista padano e, infine, al sovranismo salviniano.

Ma, tra tutte le specificità del caso, emerse nella prima giornata di votazioni per il Quirinale, quella di una minaccia di riforma della Costituzione per arrivare ad una Repubblica semi-presidenziale sembra la meno vicina la momento. Molto più inquietante è la disinvoltura con cui Draghi, Salvini, Letta e Conte si sono mossi negli incontri di ieri, accettando i colloqui col Presidente del Consiglio come una normalissima interlocuzione mentre il Parlamento svolgeva il suo compito in condizioni, oltre tutto, tutt’altro che facili.

La mancanza del dialogo in Transatlantico può essere adotta per giustificare quei bilaterali istituzionali così irrituali e così irriverenti nei confronti della prassi costituzionale. Ma, al di là di tutto questo, deve preoccupare anche il fatto che, nella stragrandissima maggioranza delle opinioni e dei commenti televisivi e cartacei di oggi, quasi nessuno sollevi il problema della contemporaneità tra iniziativa del Presidente del Consiglio e voto per il Quirinale.

L’antropologica abitudinarietà dell’essere umano diventa qui un pericoloso, premonitore segnale di accondiscendente approvazione per una elusione condivisa di procedure che non possono essere qualificate come mero formalismo: pensare che sia assolutamente normale che un capo del governo faccia il suo ingresso nella scena politica del primo giorno in cui il Parlamento si esprime sul nuovo Presidente della Repubblica è molto più allarmante di una minaccia semi-presidenzialista scritta in chiave di riforma della Costituzione stessa.

La convulsione parolaia di queste ore forse ha fatto dimenticare alcuni accenti critici necessari per non perdere di vista la bussola democratica. Intanto i mercati puntano tutto su Mario Draghi. Non c’era nessuno che scommettesse l’esatto contrario. E colui che può andar bene per il liberismo finanziario e per il libero mercato è sempre, ma davvero sempre l’esatto contrario di chi potrebbe invece fare gli interessi della povera gente. Coraggio… in fondo era solo la prima giornata della corsa al Colle… Il peggio deve ancora venire.

MARCO SFERINI

25 gennaio 2022

foto: screenshot

categorie
Marco Sferini

altri articoli