Napoli in corteo rivendica: «Tu ci chiudi, tu ci paghi»

La città teme un nuovo lockdown. Le Reti sociali: «Tassare i grandi patrimoni per finanziare un reddito universale»

Si sono radunati in circolo ieri pomeriggio a piazza Dante per effettuare un esorcismo. Vestiti con i costumi di Halloween (la festa che il presidente della regione, Vincenzo De Luca, ha bollato come «un momento di idiozia») hanno simbolicamente bruciato tutte le dichiarazioni del governatore che hanno preso di mira bimbi e mamme. Bimbi e mamme che chiedono la riapertura delle scuole in Campania. Gionata di proteste ieri a Napoli, culminate nella manifestazione della notte, partita dal lungomare con i fumogeni rossi, i fuochi d’artificio e lo striscione «Noi la crisi non la paghiamo»: un movimento eterogeneo, che raccoglie tutto lo spaccato sociale dei quartieri cittadini, che ha trovato la sintesi nello slogan «Tu ci chiudi, tu ci paghi», poi rimbalzato nelle altre piazza italiane. Il timore di un nuovo lockdown è molto forte nella fascia di popolazione non garantita. Ieri i nuovi positivi in Campania hanno toccato quota 3.669 (192 i sintomatici) su 20.860 tamponi, un nuovo record che sembra avvicinare il momento delle decisioni drastiche.

Temono la povertà persino quelli che hanno avuto il reddito di cittadinanza per primi: un primo scaglione ha terminato i 18 mesi a ottobre e così già adesso è rimasto senza Rdc, un secondo subirà lo stop a novembre. Eppure trovare un lavoro adesso è impossibile. Allo Sgarrupato, il laboratorio sociale alle spalle di pizza Dante, hanno ricominciato a distribuire i pacchi alimentari grazie alla collaborazione con Emergency: le prime sono state 50 famiglie in grave difficoltà economica. Gli attivisti stanno anche ragionando con medici napoletani per creare una rete di cure a domicilio visto che quella pubblica non funziona.

La giornata era cominciata con le famiglie in presidio davanti la regione. De Luca sui social venerdì ha fatto la parodia di una mamma perché aveva raccontato alle telecamere: «Mia figlia piange, vuole andare a scuola». Genitori e bimbi si sono presentati con i cartelli «Non siamo zucche vuote» o «Io ero il futuro». Nel pomeriggio a piazza Dante assemblea su una piattaforma di rivendicazioni: «Patrimoniale ai ricchi; reddito di base per resistere all’epidemia, salario pieno per i lavoratori, blocco dei licenziamenti, sostegno alle piccole attività e al terziario; potenziamento della Sanità, del Trasporto e della Scuola; stop degli sfratti, blocco di fitti e utenze, nuove norme di equo canone, accoglienza per i senzatetto». Soprattutto: «Assemblee popolari per il controllo delle risorse».

Gianluca insegna in una scuola primaria di Napoli e racconta: «Ci si doveva preparare per tempo e invece siamo finiti in una nuova chiusura. Si è alzata l’asticella formale dei protocolli di sicurezza senza fornire risorse per applicarli. Non è arrivato il personale, ci voleva un piano straordinario di assunzioni a tempo indeterminato e invece neppure è completo l’organico degli insegnanti di sostegno richiesto in epoca no Covid. La Campania chiude per prima perché il virus si è abbattuto su un sistema già fragile. Non volgiamo tornare alla scuola di febbraio perché quella era già largamente insufficiente. Quel modello organizzativo vogliamo buttarlo giù e crearne uno in grado di formare davvero gli alunni».

La scuola di calcio popolare Lokomotiv Flegrea pure ha dovuto chiudere: «Abbiamo assistito a una squallida telenovela – spiega Riccardo – tra istituzioni locali e nazionali, che aprivano e chiudevano le scuole, vietavano l’attività sportiva giovanile per poi consentire la farsa degli “allenamenti individuali”. Ci sono scuole calcio che si fanno pagare molti soldi e hanno deciso di non rinunciarci. Noi che chiediamo un pagamento simbolico ci siamo fermati per senso di responsabilità. Ma stiamo organizzando visite guidate del quartiere, scuola popolare all’aperto, sedute atletiche per i più grandi, laboratori di cucina. Non li lasceremo da soli davanti alla play station o per strada. E neppure senza sostegno difronte alla didattica a distanza. La pandemia sta allargando il divario tra i bimbi del nord e del sud. Nelle altre regioni avranno accumulato un anno di studio, magari con il tempo pieno».

I disoccupati 7 novembre stazionano vicino la statua di Dante: «Viviamo arrangiandoci. Chi aveva un contratto a termine non gli è stato rinnovato. A marzo siamo stati a casa, rinunciando a quei piccoli lavoretti alla giornata. Eravamo già gli ultimi, adesso siamo ancora più impoveriti. Chiediamo la tassazione dei grandi patrimoni per finanziare un reddito universale».

ADRIANA POLLICE

da il manifesto.it

foto: screenshot

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