Sean Connery, l’agente segreto della working class

Cinema. Addio al grande attore scozzese, primo e «unico» James Bond, premio Oscar con «Gli intoccabili»
Sean Connery nella trasposizione cinematografica de "Il nome della rosa" di Umberto Eco

Diversi anni fa, la Festa di Roma aveva invitato Sean Connery a un incontro pubblico e per l’occasione era stato presentato un suo documentario, credo mai visto da queste parti: The Bowler and the Bunnet, ossia la bombetta e il berretto. Un documentario del 1967 sulla crisi dei cantieri navali in Scozia e il tentativo di trovare uno sbocco positivo tra i dirigenti (the Bowler) e gli operai (the Bunnet, il tipico berretto scozzese) e Sean, nella sua rara escursione da regista cinematografico (ne ha firmata solo un’altra su Edimburgo) racconta le vicende andando in giro per la cittadina e i cantieri, alternando partite di calcio con gli operai. Non è una notazione secondaria, c’è molto di Sir Thomas (come il nonno, secondo tradizione) Sean Connery.

Figlio di Joe, operaio e camionista, cattolico, nipote di immigrati irlandesi in Scozia e di mamma Elfie scozzese, protestante, donna delle pulizie. Una volta tanto il secondo nome Sean non diventa il primo per questioni artistiche, ma perché quando ragazzino è con un amico irlandese di nome Seamus, tutti lo chiamano Sean (pare). In casa i soldi sono pochi, è anche arrivato Neil, il fratello minore, così Sean comincia a lavorare, consegna il latte a domicilio, decenni dopo stupisce un tassista di Edimburgo perché conosce i nomi di tutte le vie, e quello «come fa?», lui «da ragazzo consegnavo il latte» e l’altro «e ora cosa fa?», e Sean aggiunge «è stato piuttosto difficile rispondergli». Poi dà una mano in una macelleria e in una fabbrica di carbone. A 13 anni molla la scuola e va a lavorare alla centrale del latte. Ma è un tipo bizzarro, scopre la letteratura da autodidatta e a sedici anni si arruola tra i Sea Cadets, la sezione giovanile della marina britannica e da aspirante marinaio si fa fare un paio di tatuaggi «Mum and Dad» e «Scotland forever». Ma quella vita non è per lui.

Dopo tre anni torna a Edimburgo, disposto a fare qualsiasi lavoro, compreso il lucidatore di bare, «ero piuttosto bravo» dirà più tardi, il muratore, il bagnino, l’autista di furgoni e il modello per gli studenti della Edinburgh School of Arts. Già perché il ragazzo era fisicamente ben messo (l’artista Richard De Marco lo definì «troppo bello, un Adone». In quel periodo si avvicina al teatro. Anna Neagle attrice popolare all’epoca, moglie del regista e produttore Herbert Wilcox, lo recluta. Da tempo Sean ha maturato un’altra stramba passione: il body building. In palestra si allena duramente, poi va a Londra al concorso di mister Universo. Risulta tra i primi dieci europei. Deve anche abbandonare il calcio, altra sua grande passione che gli aveva procurato soddisfazioni e qualche prospettiva (Matt Busby, manager del Manchester United lo vede giocare e gli propone un contrattino) «ma avevo già 23 anni e la carriera di un calciatore finisce presto, quindi decisi di puntare sulla recitazione. Mai scelta fu più azzeccata».

La sua strada infatti comincia a essere segnata dal teatro, anche se è costretto a prendere lezioni di dizione perché il suo accento scozzese è prepotente (cadenza che ha sempre voluto mantenere fuori dal set «è l’unico modo per sapere chi sono e da dove vengo»). Non secondari gli insegnamenti del ballerino Yat Malmgren, divenuto insegnante dopo un incidente, che lo educa alla padronanza del corpo. Sono particine, apparizioni, poi ruoli sempre più importanti, sia al teatro che al cinema e in televisione.

Il botto arriva con Bond, James Bond. È il 1962, ancora una volta sono le mogli a perorare la sua causa. Albert Cubby Broccoli sta per creare la serie più longeva del cinema, quella di 007. La moglie Dana è convinta che Sean sia quello giusto, Albert molto meno. Anche Ian Fleming, creatore di Bond, non lo vede nel ruolo, ma la sua girlfriend gli suggerisce che Sean ha il sex appeal adatto per la parte. Fleming così cambia idea arrivando al punto di inventare un padre scozzese per Bond nel suo romanzo Si vive solo due volte. Il successo è clamoroso e planetario.

Il resto sarebbe storia, con Connery da sempre considerato il miglior Bond in assoluto (lo ha interpretato sette volte), solo che lui non vuole sentirsi etichettato. Anzi, in una recente intervista all’«Observer» ha avuto modo di dire «ho sempre odiato quel dannato James Bond, avrei voluto ucciderlo». Non lo ha fatto, ma ha cominciato a guardarsi in giro, lavorando con Hitchcock, Lumet, Dmytryk, Ritt, prima di mollare Bond e proseguire con Boorman, Milius, Huston, Attenborough, Lester, Hyams, Gilliam, Brooks, Zinnemann, e un ritorno bondiano indipendente con Kershner, Mai dire mai. Con Highlander di Mulcahy dà il via a un altro momento memorabile, seguito da Il nome della rosa di Annaud («ho avuto il piacere di incontrare Umberto Eco, un uomo fantastico, la persona più interessante che abbia mai conosciuto dal punto di vista della conversazione») e poi Gli intoccabili di DePalma, con lo scorbutico e magnifico Jimmy Malone che lo porta a vincere l’Oscar. E di lì a poco Spielberg lo vuole come babbo di Indiana Jones (anche se aveva solo 12 anni in più di Harrison Ford).

Seguono altri titoli importanti, e spesso magnifici, ma sembra giusto ricordarlo con la sua penultima apparizione (l’ultima, La leggenda degli uomini straordinari, risale al 2003 e lo ha portato a mollare il cinema dopo avere affermato che il regista avrebbe dovuto essere internato»), si tratta di Scoprendo Forrester di Gus Van Sant che lui amava particolarmente.
Due mogli, Diane Cilento (1962-1973) con cui ha avuto il figlio Jason, e Micheline Roquebrune, accanto a lui dal 1975. Scozzese e fautore dell’indipendenza, Connery avrebbe dovuto essere nominato Cavaliere negli anni ’90, ma la sua candidatura venne contrastata sino al 2000, quando finalmente è divenuto Sir. A Tallinn, in Estonia, c’è un busto in bronzo di Sean, proprio davanti al Tallin’s Scottish Club, perché molti espatriati scozzesi vivono lì.

Connery è stato forse l’unico attore a poter essere sullo schermo in perizoma (Zardoz) o in kilt (Robin e Marian) o ancora come re (Robin Hood), senza mai essere ridicolo. Del resto una delle sue frasi era «fa ciò che puoi con quello che hai a disposizione» e lui aveva a disposizione Thomas Sean Connery. Ci mancherà.

ANTONELLO CATACCHIO

da il manifesto.it

foto: screenshot

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