C’è ancora una comunista, è Luciana Castellina. Così la presenta Giovanni Piperno nel suo documentario 16 millimetri alla rivoluzione, che sarà presentato oggi al Torino Film Festival.

È lei la protagonista, il filo conduttore di un lungo percorso politico del nostro paese, dal dopoguerra ad oggi, testimone di eventi che sembrano così lontani, ma che influenzano ancora il presente, primo fra tutti lo scioglimento del Partito comunista, scena primaria del film con la fatidica proposta di Achille Occhetto che adesso assume un tono quasi ecologico («Nulla viene liquidato, tutto viene rigenerato»), ovvero il socialismo in forma nuova.

L’appassionante racconto del film ci mostra il significato di una presenza militante attraverso le più complesse battaglie politiche: Castellina racconta la sua iscrizione al Pci nel 1947 di ritorno dal festival della gioventù di Praga, segretaria della sezione universitaria, poi direttrice del giornale della Federazione giovanile e, con un salto temporale, la vediamo ora organizzare i suoi numerosi impegni.

Al Pci rende il merito di averla «alfabetizzata», di averla messa in contatto con un sottoproletariato sconosciuto prima di allora. Racconta perfino l’esperienza di due mesi di carcere nel 1963 a Rebibbia, unica donna imputata tra 32 processati in difesa degli edili in un rastrellamento da parte della polizia. «Una bellissima esperienza, dice, che mette a contatto con gli orrori impensabili della società.

Nel reparto femminile c’erano le suore, racconta e quella non fu l’unica volta in carcere: «Che bello che sei tornata, mi diceva suor Vincenzina», proprio come succedeva nei film dei coatti che si facevano in quegli anni.Gli anni del Pci nella voce di una protagonista della politica italiana, il significato di una vita militante

La vediamo spesso unica donna (come anche Rossanda) tra platee tutte maschili, come quando fronteggia il ministro di turno chiedendo cosa si intende fare per far accedere le donne a tutte le professioni.

Al partito riconosce la funzione della discussione nelle sezioni dei grandi temi internazionali che portavano poi gli iscritti ad affrontare quelli locali facendoli sentire protagonisti oltre al fatto che, in tempi di analfabetismo diffuso, molti avevano l’occasione di imparare a leggere sulle pagine dell’Unità, con qualche riserva («leggevo Rinascita stamattina e ho dovuto prendere l’enciclopedia, non si può fare» sottolinea un iscritto che invita alla semplicità)

 Il film di Giovanni Piperno non è solo l’intervista a Luciana Castellina, ma è costruito con materiali d’archivio custoditi all’Aamod (l’Archivio audiovisivo del movimento operaio democratico), una scelta fatta non di manifestazioni come viene fatto di solito per sottolineare l’epoca più vivace delle battaglie politiche, ma con i film «militanti» dei cineasti più vicini al partito, girati in 16 millimetri appunto, con l’obiettivo di dare la parola a chi era ai margini, firmati da Giuseppe Ferrara, Gianni Serra, Ettore Scola, Ugo Gregoretti, Giuseppe Bertolucci, Gillo Pontecorvo, Ansano Giannarelli e anche da registi meno allineati come Damiano Tavoliere, Alberto Grifi in moviola, femministe come Rosalia Polizzi. E Zavattini in una formidabile scena finale.

In questo modo, inserendo brani di film difficili da vedere altrimenti (un cinema di guerriglia a costo zero) e che mostrano una società ormai lontanissima nel ricordo, Piperno riesce a creare una serie di pause, di snodi e a non enfatizzare eccessivamente una tematica che si presta agli schieramenti, ai ricordi nostalgici anche se basterebbe la determinazione lucida di Luciana sempre puntata al futuro ad allontanare questa tentazione.

Un momento chiave è il suo racconto della nascita del «manifesto» oltre che a causa dell’invasione di Praga da parte dei sovietici, quando una parte del Pci ebbe il timore che dal parlamento lo scontro di spostasse nelle fabbriche.

La rivista esce nel 1969 e da quel momento inizia il processo di radiazione («Berlinguer ci disse che avremmo avuto spazio su Rinascita ma non si poteva tollerare una nostra rivista autonoma»). E fu una rivista di «eretici» con molti lettori che volevano mettere in discussione il partito e molti circoli del manifesto nati autonomamente in varie parti d’Italia: «Eravamo nel partito da 25 anni, non vedevamo un altro posto dove far politica, ma trovammo il ’68».

Ci sarà poi spazio anche per il racconto dell’epoca buia della politica italiana a seguire, culminante in una sezione di partito svuotata di ritratti di Lenin e Gramsci, con una bacheca da riempire che non sarà riempita.

Se c’è un motivo per cui compare ancora la testatina «quotidiano comunista» su questo giornale, Castellina lo spiega bene:«Le grandi rivoluzioni del passato hanno fallito, la rivoluzione francese ha dato libertà senza uguaglianza, quella sovietica ha dato uguaglianza togliendo la libertà, ma sarebbe grave rinunciarci bisogna provare ancora a dare uguaglianza e libertà».

SILVANA SILVESTRI

da il manifesto.it

foto: un fotogramma dal documentario «16 millimetri alla rivoluzione» di Giovanni Piperno