Era il 29 giugno del 2017 quando Marco Minniti, all’epoca ministro dell’Interno, decise di interrompere un viaggio istituzionale in Irlanda e fare rapidamente rientro in Italia. Il motivo della decisione va ricercato su quanto stava accadendo lungo le coste siciliane: in sole 36 ore erano arrivati 12.500 migranti a bordo di 25 navi diverse. «Ho temuto che ci fosse un rischio per la tenuta democratica del paese», raccontò più tardi Minniti ricordando un anno che vide arrivare in Italia circa 180 mila persone.

Oggi in quattro giorni, da venerdì scorso a ieri, i migranti soccorsi a sbarcati tra Lampedusa e la Calabria sono stati circa 3.000, portando il totale degli arrivi dal primo gennaio a 31.292. Situazione sicuramente difficile, ma non certo paragonabile a quanto si è visto negli anni. Eppure sono bastati questi numeri, che fonti del governo ieri hanno definito «largamente superiore rispetto al passato», per permettere al consiglio dei ministri di dichiarare lo stato d’emergenza su tutto il territorio nazionale per far fonte agli sbarchi.

Ad annunciarlo è stato il ministro per la Protezione civile e le politiche del Mare Nello Musumeci spiegando che sono stati stanziati 5 milioni di euro per i primi interventi da destinare principalmente all’accoglienza e che saranno proposti dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi una volta ascoltati Comuni e Regioni, e approvati dallo stesso Musumeci. Che ha voluto specificare: «Sia chiaro, non si risolve il problema, la cui soluzione è legata solo a un intervento consapevole e responsabile dell’Unione europea».

Prossimo passo sarà la nomina di un commissario straordinario che avrà il compito di dare seguito alle decisioni prese (ieri è circolato il nome del prefetto Valerio Valenti, attuale capo del Dipartimento immigrazione del Viminale). In serata è intervenuta anche Giorgia Meloni: «Abbiamo deciso lo stato di emergenza sull’immigrazione – ha detto la premier – per dare risposte più efficaci e tempestive alla gestione dei flussi».

Sulla carta l’obiettivo sarebbe quello di velocizzare l’iter che consente di reperire in caso di bisogno strutture da destinare all’accoglienza dei migranti procedendo per trattativa diretta con in più la possibilità di coinvolgere nel lavoro di assistenza anche Croce rossa e Protezione civile. Ma non solo. «Allo stesso tempo – spiegano infatti da Palazzo Chigi -si potranno aumentare e rafforzare le strutture finalizzate al rimpatrio dei non aventi diritto alla permanenza in Italia (Cpr) potenziando le attività di identificazione e espulsione».

Neanche una parola su come sia possibile realizzare quest’ultimo punto, promesso da tutti i governi ma praticamente impossibile da realizzare. Sui Cpr è intervenuto anche il ministro dei Trasporti Matteo Salvini, chiedendo di realizzarne uno in ogni regione. Il leghista ha anche ventilato una sospensione di Schengen con il ripristino dei controlli al confine con la Slovenia se Lubiana non riammetterà i migranti che hanno passato la frontiera in maniera irregolare.

La proclamazione dello stato di emergenza è stato accolto con favore dal presidente della Regione Calabria Giuseppe Occhiuto, ma anche dalle critiche delle opposizioni. Per il Mauro Mauri, ex viceministro dell’Interno con il governo Conte 2, «per anni la Destra ha spiegato che le cause dell’aumento degli arrivi erano la politica del Pd, la ministra Lamorgese e le ong. Ora le scuse iniziano a scarseggiare – prosegue Mauri – e visto che non sanno come uscire da tutte le menzogne che hanno raccontato, dichiarano lo stato di emergenza nazionale».

Il deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Angelo Bonelli invita invece a «leggere il testo del decreto anche per capire se nelle pieghe sia nascosta una possibile ragione di questa mossa, cioè spostare il baricentro dei migranti dal leghista Piantedosi al ministro Musumeci».

Ma ieri è stato anche il giorno in cui all’interno della maggioranza sarebbe stato raggiunto un accordo sulle modifiche al decreto Cutro all’esame della commissione Affari costituzionali del Senato. La stretta sulla protezione speciale voluta dalla Lega riguarderà un dimezzamento dei tempi di verifica per il rinnovo della protezione speciale, da quattro a due anni, ma anche regole più rigide per chi gode di questo status, affinché vi acceda solo chi ne ha effettivamente diritto.

Ci sarebbe spazio di manovra anche per rendere l’interpretazione della protezione speciale più chiara, valutando con maggiore specificità i vari casi affinché siano evitati escamotage da parte di chi non ne ha diritto. Tra gli esempi citati in merito, quello di far decadere lo status di protezione speciale per chi rientra anche temporaneamente in patria. Anche i tempi di permanenza all’interno dei Centri per i rimpatri dovrebbero allungarsi fino a 180 giorni.

CARLO LANIA

da il manifesto.it

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