Il nodo resta la centralità e il ruolo del Parlamento

Referendum. L’approvazione della legge sulla riduzione dei parlamentari è stata connotata da demagogia e strumentalità

Alle riflessioni di Gaetano Azzariti (il manifesto 11 agosto) può essere utile aggiungere che sul prossimo referendum sono emerse posizioni diverse anche tra i più attivi protagonisti delle battaglie contro le revisioni di Berlusconi e di Renzi. L’opinione pubblica è disattenta, non solo per le urgenti preoccupazioni sanitarie ed economiche, ma anche per responsabilità del sistema mediatico, spesso qualunquisticamente indifferente – con poche eccezioni- al ruolo del Parlamento.

L’approvazione della legge sulla riduzione dei parlamentari è stata connotata da demagogia e strumentalità. Demagogia del M5S, immortalata dalla sceneggiata con le forbici di cartone a riprova che l’unica motivazione è stato il taglio delle poltrone. Inaccettabile è stato lo strumentale atteggiamento di chi, per ben tre volte ha votato NO, mutando posizione alla quarta votazione, senza addurre alcuna ragione di merito del sopravvenuto mutamento, dando nei fatti sostegno all’impostazione del M5S, che rivendica di conseguire i propri obiettivi con la destra o con la sinistra.

Il confronto democratico deve essere alimentato con argomenti di ragione e di verità, domandandosi se davvero sia soltanto la riduzione del numero dei parlamentari a determinare o ad aggravare quella crisi, che ha radici risalenti, come già nel 1985 avevano evidenziato Stefano Rodotà e Gianni Ferrara che presentarono una proposta di legge, evidenziando che«il bicameralismo produce inefficienza e distorsioni, rallenta il processo legislativo, moltiplica i luoghi in cui possono farsi valere gli interessi settoriali e deresponsabilizza i parlamentari».

Quanto al numero dei parlamentari, Rodotà ne auspicava una riduzione come la via per obbligare i partiti a una seria selezione della classe politica. Al monocameralismo, volto a rafforzare il Parlamento nel rapporto con il Governo, si aggiungeva la modifica dell’art. 138 della Costituzione, per rendere più difficile alla maggioranza di disporre della Costituzione, e si accompagnava la previsione di una legge elettorale proporzionale, per rafforzare la legittimazione della rappresentanza politica.

Qualcuno dunque aveva lucidamente e per tempo intravisto i guasti che si andavano accumulando nel nostro sistema politico e istituzionale e prospettato i rimedi, che andrebbero ripresi, attualizzati e rilanciati come alternativa alla deriva politica dell’antipolitica. Di tutte quelle proposte non è stato raccolto nulla.

Sul falso presupposto che fosse necessario rafforzare il ruolo del governo, sono state introdotte e praticate scorciatoie e prassi che hanno peggiorato la situazione, sino alla caduta verticale sia del ruolo del Parlamento e della funzione dei parlamentari e sia della legittimazione della rappresentanza politica: le strumentali e opportunistiche leggi elettorali maggioritarie, ripetutamente censurate dalla Corte costituzionale; la tenaglia costituita dai decreti leggi, dai maxi emendamenti e dall’apposizione di fiducia da parte del governo: l’umiliante estromissione del Parlamento non solo dalla discussione, ma anche dalla lettura, nel 2018 e 2019, delle leggi di bilancio approvate a scatola chiusa.

Da tempo il Governo è padrone dell’agenda parlamentare e decide su ciò che il Parlamento, mero esecutore, deve approvare, con un ribaltamento delle funzioni e dei ruoli. Se così è, non ha molto rilievo che i parlamentari siano 1.000 o 500. Il problema non è il numero dei parlamentari, ma la loro funzione e quella dell’istituzione nel suo complesso.

C’è da augurarsi che giornali e mass-media non si limitino a tifare pro o contro il governo, ma si facciano carico degli allarmi che provengono non solo dai costituzionalisti, ma da chiunque abbia davvero a cuore le sorti della nostra democrazia. «Ridurre in maniera drastica il numero di deputati e senatori senza porsi il problema dell’equilibrio istituzionale alterato, dei “pesi e contrappesi” che danno senso a una democrazia matura, rischia di aprire la porta a conseguenze per nulla imprevedibili». (Stefano Folli).

È su questo che va portato il dibattito pubblico per intervenire, con la necessaria urgenza, sulla ridefinizione del ruolo del Parlamento e sulla rivitalizzazione della rappresentanza politica. I profili da affrontare sono molteplici, a cominciare da una vera legge elettorale proporzionale (indispensabile per riattivare un rapporto tra partecipazione dei cittadini e rappresentanza) alla riforma dei regolamenti parlamentari (necessaria al fine di rilanciare la funzionalità parlamentare). Più in generale, occorre lavorare per ricostruire il tessuto democratico e per il riequilibrio nel rapporto governo/parlamento.

Giustamente Azzariti (il manifesto 10 gennaio) qualificò questo referendum una trappola, che chiede «di scegliere tra coloro che sono a favore di questo parlamento, quotidianamente umiliato, e coloro che vogliono ridurlo ancor peggio». Occorre invece attivare un dibattito pubblico sul ruolo e le funzioni del Parlamento, per contrastare «l’inquinamento dell’opinione pubblica, qualunque sia la risposta delle urne» (Domenico Gallo).

È questa la principale e più valida indicazione di orientamento, anche perché, chiunque vinca, i problemi da affrontare saranno esattamente gli stessi. È necessario interloquire – prima e dopo il 21 settembre – con le posizioni più razionali e democratiche, presenti nello schieramento del SI e in quello del NO per uscire dalla trappola e per parlare ai tanti cittadini che hanno perso fiducia nei partiti politici e nel Parlamento.

FRANCO IPPOLITO
Presidente Fondazione “Lelio Basso”

da il manifesto.it

foto: screenshot

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Politica e società



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